Come i Wasps hanno costruito la loro straordinaria stagione

Andrea Masi racconta la trasformazione della squadra più in forma del momento: da due vittorie nelle prime otto alla finale di Premiership

Andrea Masi lavora ai Wasps dal 2017 – ph. Sebastiano Pessina

Lo scorso febbraio Dai Young ha lasciato il posto di Director Of Rugby ai Wasps dopo nove anni consecutivi alla guida del club. Nelle prime otto partite della stagione 2019/2020, la prima squadra aveva ottenuto solo due vittorie.

È stato un momento molto difficile e triste allo stesso tempo, ma purtroppo era la cosa giusta da fare. A Dai va comunque riconosciuto il merito di avere portato il club a livelli altissimi. Per quanto mi riguarda, ho giocato il miglior rugby della mia vita sotto la sua guida, è una persona che stimo molto e a cui devo davvero tanto.

Lee Blackett, fino ad allora tecnico dei trequarti e dell’attacco, viene promosso capo allenatore ad interim, e quello che sembrava un anno difficile è diventato straordinario: un percorso di 13 vittorie nelle 15 partite successive che ha portato i Wasps alla finale di Premiership del prossimo 24 ottobre.

A mio avviso i fattori determinanti che hanno permesso un cambio di rotta così rapido sono diversi. Inizierei dal ruolo di Blackett e quello che secondo me sta svolgendo in modo eccellente.

Lee Blackett: cambiare rotta

Ovviamente i successi non piovono dal cielo, bisogna costruirli. Lee Blackett e il suo staff lo hanno fatto con un certo numero di azioni intraprese dentro e fuori dal campo.

Sin da subito ha dato grandi responsabilità ai giocatori. I leaders della squadra sono stati investiti del diritto di fare scelte tecnico-tattiche, con un peso importante in termini di pianificazione del gameplan.

Il gruppo di leaders della prima squadra comprende Brad Shields, Jack Willis, Joe Launchbury, Dan Robson, Jimmy Gopperth, Malakai Fekitoa e Jacob Umaga. Quest’ultimo giocatore è uno dei più giovani, ma anche uno dei più maturi all’interno del gruppo: è un ragazzo di 22 anni che non ha nessuna paura di prendersi delle responsabilità, di parlare al gruppo, di fare delle scelte importanti in momenti critici della partita.

Un altro aspetto molto interessante del lavoro che ha fatto e continua a fare Lee Blackett è rinforzare la coesione con il resto dello staff. Nell’era Dai Young c’era qualche attrito e mancava l’allineamento totale sulla filosofia di gioco e di allenamento. Adesso il rapporto fra i componenti dello staff è eccezionale ed in completa sinergia.

L’approccio mentale è cambiato radicalmente. In passato il focus era soprattutto sul produrre gioco, sull’essere efficaci palla in mano per vincere gli incontri. Non c’era grande attenzione al lato difensivo, al workrate e al lavoro senza palla.

Adesso invece è tutto basato sulla quantità di lavoro. Il mantra della squadra è lavorare più duro degli avversari, che può sembrare banale o un cliché, ma è davvero quello che funziona: lavorare più duro del tuo diretto avversario, in particolare senza palla. Ci sono infatti esempi incredibili in questa stagione di giocatori che salvano mete o che permettono la marcatura di punti importanti grazie a sforzi notevoli e ad uno spirito di sacrificio che non si vedeva al club da diversi anni.

Matteo Minozzi è stato uno tra i protagonisti di diversi di questi episodi, con kick chase che hanno portato a mete o a punti pesanti, tantissime corse di copertura di più di 50 metri per salvare mete o coprire spazi. La cosa interessante è che adesso nelle riunioni collettive si vanno ad evidenziare quasi solamente questi sforzi, questa grande quantità di lavoro. Non c’è pressoché niente di tecnico nei meeting di squadra, quel lato viene lasciato alle riunioni individuali o di reparto.

Se avete avuto la possibilità di vedere la semifinale fra Wasps e Bristol, avrete visto anche il clamoroso salvataggio di Jack Willis in area di meta. Una circostanza figlia di una corsa di recupero di almeno 30 metri del mediano di mischia Dan Robson per marcare un avversario. Sarebbe stato un due contro uno facile, una meta già segnata, che forse 4 o 5 mesi fa avremmo subito, mentre lo sforzo di Robson consente il recupero e poi il miracolo di Willis.

Oltre alle responsabilità condivise, alla coesione dello staff e al workrate come principio cardine, in questi mesi è cambiata anche la struttura degli allenamenti. In passato c’era grossa concentrazione su fasi statiche e gioco strutturato, mentre ora c’è un focus molto più intenso su gioco rotto, situazioni da turnover, caos. I Wasps hanno una squadra di ottimi giocatori sul punto d’incontro e nel contrattacco e le statistiche parlano chiaro, primi per numero di turnover ottenuti in Premiership e primi per mete segnate da situazioni di cambio possesso.

Un’impostazione figlia della rosa che il club ha a disposizione. Il piano di gioco è costruito in base a quello che si ha a disposizione, e la squadra ha la fortuna di avere tre, quattro giocatori formidabili sul punto d’incontro, fra cui forse il migliore al mondo in questo momento, a mio avviso. Un triangolo allargato che può far male su ogni cambio di possesso, e quattro calciatori fra i trequarti: Robson, Umaga e Gopperth destri e Minozzi mancino, un vero e proprio lusso che dà un ottimo equilibrio e grande elasticità tattica alla squadra.

Un’altra cosa che va riconosciuta a Blackett è il completo abbattimento di ogni barriera fra Academy e prima squadra: ha dato moltissima fiducia ai giovani, ha fatto debuttare ben 10 giocatori e ha dato fiducia a Charlie Atkinson, un ragazzo di 18 anni appena uscito dalla scuola. Una testimonianza della stima e della fiducia nel vivaio e nei giovani. Certo, la prima squadra ha dovuto fare di necessità virtù: giocando ogni tre giorni era necessario avere una rosa allargata. Al di là di questo però, la relazione con la Academy è fantastica: ogni mattina ci sono riunioni, parliamo di giocatori, c’è una linea comune e un interscambio continuo sullo sviluppo tecnico, tattico e mentale dei più giovani.

Un altro fattore determinante è stato il cambio di preparatore atletico.

Pete Atkinson: c’è differenza tra l’essere allenati ed essere rugby fit

Un altro protagonista assoluto del cambio di marcia dei Wasps è stato Pete Atkinson, il nuovo preparatore atletico arrivato dopo il lockdown, precedentemente sotto contratto con la nazionale italiana.

Lui e il suo staff di collaboratori hanno influito in maniera importante cambiando la preparazione fisica della squadra: è stata resa completamente pertinente al gioco, concentrandosi sull’esecuzione di gesti tecnici specifici al ruolo, ma all’interno di attività fisiche. Ad esempio, esercizi di corsa intervallati da un placcaggio, una mischia, una presa al volo, la pulizia di un punto d’incontro. Con un’attenzione maniacale al gesto tecnico ma anche al rispetto delle consegne, che ha dato rigore e disciplina all’interno dell’allenamento.

A testimonianza dell’impatto avuto da Pete tutti i giocatori hanno raggiunto dei PB (personal best) in tutti i principali test di velocità, resistenza, forza. Ma il test più importante rimane sempre la partita, ed i Wasps sono stata la squadra che ha segnato di più nell’ultimo quarto di gara: di 81 mete segnate in regular season, 30 sono arrivate negli ultimi 20’, pari al 37% delle marcature, una cifra pazzesca che testimonia quanto la squadra sia in forma.

Jack Willis: forma strepitosa

Al cambiamento di rotta imposto da Lee Blackett e da tutto lo staff è stato complementare il momento di forma straordinaria di tutti i migliori giocatori: da Launchbury a Robson, da Gopperth a Fekitoa a Minozzi parliamo di giocatori che stanno attraversando un periodo eccezionale.

C’è però un giocatore su tutti che ha raggiunto livelli stratosferici: Jack Willis appena fresco del premio di miglior giocatore della stagione in Premiership. Parlavo di lui quando prima accennavo a quello che, secondo me, è il miglior jackler al mondo. È primo in termini di turnovers ottenuti, a quota 44. Il secondo dietro di lui è a 19. Nella classifica delle squadre di Premiership per turnovers i Wasps sono primi, Jack Willis da solo è decimo.

Non è però solamente un poacher, segna anche moltissime mete: ne ha segnate 9, quando il migliore è arrivato a quota 11 in stagione. Per me, in questo momento, è il miglior numero 6 al mondo. In tanti lo vedono titolare nella squadra inglese, ma non solo: si parla di lui anche come titolare dei British & Irish Lions il prossimo anno in Sudafrica.

È un giocatore che dà tutto in campo, senza compromessi dal punto di vista dello scontro fisico. Inoltre, ha una flessibilità delle anche fuori dal comune che gli permette di assumere delle posizioni assurde quando cerca di portar via un possesso dal punto d’incontro avversario.

Per noi di questo club Willis non è una sorpresa. Già nella stagione 2017/2018 era riuscito a guadagnarsi un posto da titolare nel finale di stagione, poi un brutto infortunio a caviglia e ginocchio lo ha costretto a stare fermo un anno e a saltare tutto il 2018/2019. Quest’anno però è tornato e ha disputato una stagione davvero fenomenale.

Viene dal vivaio, siamo molto orgogliosi del percorso che sta facendo e sarà sicuramente un capitano dei Wasps nel futuro, viste anche le sue capacità di leadership e il carisma con cui si fa riconoscere dai compagni come figura importante del gruppo.

Matteo Minozzi: il miglior momento della sua carriera

Matteo sta giocando veramente bene, e tutto questo è testimoniato dai numeri delle sue prestazioni.

All’interno della squadra è terzo per numero di metri corsi, secondo per difensori battuti e ha l’81% di efficacia al placcaggio. In particolare, quest’ultima statistica è significativa: è una percentuale davvero buona per un estremo, che si trova spesso a fare placcaggi difficili e a difendere su spazi molto grandi.

Ha salvato tre, quattro mete ad un metro dalla linea con dei placcaggi incredibili. Di questo sono molto felice perché era un aspetto da migliorare per lui, quello dell’efficacia al placcaggio.

Altra abilità che ha migliorato molto è l’utilizzo del piede. Considerando come positivi tutti quei calci dove sia la scelta che l’esecuzione sono adeguate, Minozzi ha raggiunto un incredibile 90% di efficacia sul gioco al piede, una cifra molto al di sopra della media per un calciatore. Per il nostro gioco tattico il suo essere mancino è un’arma cruciale, in tante situazioni di gioco ma soprattutto nelle uscite.

In generale, è un giocatore che è cresciuto molto sotto tutti i punti di vista. Ha fatto progressi importanti dal punto di vista fisico, è progredito tantissimo con la lingua inglese e sta sicuramente giocando il miglior rugby della sua vita.

In questo momento si respira un po’ di tensione al club per i recenti casi di giocatori e staff positivi al coronavirus. Qualunque sia l’influenza di questo evento sull’esito finale del campionato, e indipendentemente dal risultato della partita, niente si può togliere alla straordinaria stagione che abbiamo vissuto qui a Coventry.

Andrea Masi

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