Moduli e schemi nel rugby: le tattiche più usate nella palla ovale

Andrea Masi apre una finestra sulle strutture di gioco più comuni al giorno d’oggi nel nostro sport, tra opportunità e rischi

ph. Sebastiano Pessina

Nel rugby, come nel calcio, si utilizzano moduli tattici. Fondamentalmente ce ne sono tre, i più importanti: l’1-3-3-1, il 2-4-2 e il 2-2-2-2. I numeri si riferiscono allo schieramento degli avanti nello spazio. Immaginiamo che il campo sia diviso in tre parti: i due canali dei 15 metri della touche e la zona centrale compresa tra i due. I giocatori si schierano in pod di due o tre e, a seconda del modulo, occupano la zona di loro competenza.

Questi moduli riguardano solo gli avanti: i trequarti si posizionano dietro i pod, in modo da avere un mix offensivo di avanti e trequarti. Sono tattiche utilizzate diffusamente ad alti livelli, mentre in una partita di categorie inferiori o di mini rugby il modulo sarà 0-8-0 o 0-4-4-0: tutti i giocatori seguono semplicemente la palla da una ruck all’altra, senza occupare nell’ampiezza il campo.

Gli avanti disposti con l’1-3-3-1: un giocatore nei due corridoi laterali e due mini-unit al centro.

Avere un modulo garantisce organizzazione, ordine, equilibrio e risparmio energetico, perché si corre in maniera intelligente e ognuno degli avanti sa cosa deve fare. Non c’è uno spreco di energie. Inoltre, è utile in caso di turnover, perchè la squadra è già disposta nella larghezza e dunque non ci sono zone di campo completamente sguarnite.

Gli atleti impiegati sulle fasce laterali sono ovviamente i più rapidi, i più abili nello sfruttare gli spazi e nel gioco aereo, per offrire uno sbocco offensivo anche nei crossfield kick. Kieran Read e Dane Coles, negli All Blacks, sono spesso in queste zone di campo. Al centro stazionano i giocatori più potenti, che hanno la responsabilità di mettere la squadra sul piede avanzante e di portare i palloni avanti.

Queste mini unit di due o tre giocatori garantiscono un numero di opzioni molto vario. Prendiamo ad esempio un pod di due uomini. Il ricevitore, se viene servito dal mediano di mischia, può proseguire l’azione in tanti modi diversi: andare a contatto, passare al secondo uomo del pod o passare dietro la schiena per il mediano d’apertura. Entrambi i giocatori della mini unit possono anche andare a vuoto, con il pallone che passa subito dal 9 al 10 e i due avanti a fare da ‘scudo’ contro la difesa.

Lo stesso ragionamento si può fare quando è il mediano d’apertura ad attivare il pod,
come Ford con Simmonds e Mako Vunipola in questo caso.

All’interno del pod, la scelta dei ruoli da assegnare ai singoli giocatori non è casuale. Il primo ricevitore è generalmente il giocatore con più abilità nel playmaking, nel prendere decisioni e nel muovere il pallone. Si utilizzano in maniera intelligente tutte le forze. Quello che noi allenatori offriamo è una struttura, ma all’interno della stessa ci possono tre-quattro-cinque opzioni da cui attingere, e devono essere i giocatori a prendere la decisione giusta e a pensare con la loro testa. Hanno tutta la libertà di esprimersi.

Opportunità e rischi

Una squadra può avere anche più di un modulo d’attacco in base alla posizione in campo, attuando quello più idoneo alle proprie filosofie d’attacco. I Wasps sono famosi per il 2-2-2-2: è un modulo tanto entusiasmante quanto pericoloso, perché si occupa l’intera larghezza del campo con uno spreco minimo di giocatori nelle ruck, ma ovviamente si rischia di rimanere isolati e di non essere efficaci sui punti d’incontro. Ci sono ruck con un solo sostegno e spesso è necessaria la reazione di un giocatore che ha partecipato al punto d’incontro precedente.

Questo schema, nei Wasps, infatti è adottato solo tra un 22 e l’altro: quando si trovano all’interno delle aree dei 22, sia difensivi sia offensivi, utilizzano l’1-3-3-1 perché dà più compattezza, solidità e un possesso più sicuro. Nelle altre zone del campo, la squadra cerca comunque di mantenere questa struttura e di ritrovarsi sempre in queste coppie di giocatori, anche nel gioco rotto, restando disciplinati.

I pod di due giocatori ad occupare l’ampiezza del campo, nel sistema dei Wasps.

Per fare altri due esempi, l’1-3-3-1 è utilizzato anche da Hurricanes e All Blacks (con questi ultimi che si muovono verso il 2-2-2-2 sempre a seconda delle situazioni di gioco) ed è quello più comune. Il 2-4-2 o lo 0-4-4-0 sono più rari e vengono utilizzati soprattutto a ridosso dell’area di meta, quando serve maggiore fisicità e un rugby più diretto.

Il 2-2-2-2 dei Wasps può essere arginato contestando sempre le ruck per rallentare l’azione e cercare di provocare un turnover, perché obiettivamente ci sono tanti momenti in cui c’è l’opportunità di farlo. Di conseguenza, l’efficacia dei sostegni diventa determinante.

Disseminare gli avanti lungo tutto il campo nella sua ampiezza, inoltre, influenza anche il mediano d’apertura, che può diventare una sorta di regista occulto, quasi un quarterback: chiama i movimenti e le scelte della propria squadra, ma senza quasi mai toccare il pallone. Sta a lui scegliere il momento giusto per allargare e sfruttare l’eventuale soprannumero, altrimenti mandando avanti gli altri quasi come scudo.

E tra i giovani?

Noi, ai Wasps, attuiamo lo stesso modulo per tutte le squadre perché questa è la nostra filosofia d’attacco. In Under 16, Under 18, Academy e prima squadra abbiamo le stesse chiamate: se tra tre mesi un Under 18 gioca una partita di A-League o si allena con i grandi, è a suo agio con tutti gli schemi e i movimenti.

Gli interpreti migliori

Mako Vunipola è fortissimo nel portare il pallone, nel punto d’incontro ma anche nello scaricare dietro. È così efficace perchè attacca diritto, sa gestire la sua velocità in modo eccellente ed ha incredibili qualità tecniche.

Se parliamo di ball carrier, il fratello Billy è fenomenale, mentre tra gli avanti che agiscono al largo abbiamo già citato prima Read e Coles. Dietro un pod, invece, Farrell è uno dei più completi per timing, decisioni e per la gestione degli avanti. Nella nazionale italiana, tra gli avanti più adatti a giocare al largo c’è Negri, ovviamente Parisse ma anche Ghiraldini.

In conclusione, quando guardiamo una partita, sforzandoci di capire quale tattica sta attuando una determinata squadra, potremmo ammirare più in profondità quello che sta succedendo in campo e comprendere più a fondo le evoluzioni del gioco e le sue tante sfaccettature.

Andrea Masi

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