La testa, le mani, i piedi: con Andrea Masi analizziamo la costruzione di un giocatore professionista

Come lavora la Academy under 18 degli Wasps con i propri giovani prospetti

ph. Action Images/Brandon Malone

Come ormai avrete imparato seguendo questa rubrica, sono responsabile della Academy under 18 dei Wasps e supporto i trequarti della Senior Academy (giocatori tra i 18 e i 22 anni) del club. Il mio lavoro è principalmente quello di sviluppare i giocatori fra i 17 e i 18 anni in modo che siano pronti all’eventuale passaggio al piano superiore, dove diventeranno a tutti gli effetti dei professionisti.

Ai Wasps abbiamo un gruppo di circa 35 ragazzi under 18. Da un punto di vista tecnico gli under 18 sono abbastanza formati, hanno già delle capacità tecniche piuttosto complete. Sono comunque atleti ancora in formazione che hanno ancora moltissimo da imparare.

Il grosso passaggio che devono fare a questo punto è quello tattico. A 16 anni i ragazzi che arrivano in Accademia sono molto orientati verso il gioco, ma non hanno precisa idea di come gestire tatticamente una partita. La nostra sfida più grande come tecnici è questa: fargli capire come controllare i momenti di un incontro dal punto di vista delle scelte, curare il loro decision making sviluppando la capacità di riconoscere il momentum (i momenti positivi e quelli più difficili) e comportandosi di conseguenza nelle differenti zone del campo.

Durante l’anno, cerchiamo di sviluppare le abilità tecniche dei giocatori a 360°. Per farlo, abbiamo individuato quattro core skills, ovvero i fondamentali sui quali lavorare. I core skills sui quali improntiamo il nostro lavoro sono:

  • Catch, pass, kick: tutto ciò che è inerente alle abilità manuali di presa, passaggio e calcio del pallone.
  • Ball carry and offload: abilità di portare avanti il pallone e cercare una continuità diretta.
  • Attacking breakdown: abilità inerenti alla conservazione del possesso nel punto d’incontro.
  • Tackle and defensive breakdown: abilità inerenti al placcaggio, alla contesa, al rallentamento e al recupero dell’ovale nel punto d’incontro.

Come è fatta una seduta di allenamento

Ogni allenamento ha come tema almeno uno di questi quattro core skills. Come tecnici, cerchiamo di rendere gli allenamenti il più competitivi possibile: c’è sempre una squadra che vince e c’è sempre una squadra che perde. Questo perché vogliamo sviluppare una mentalità vincente e la competitività che giocoforza ci deve essere in uno sport professionistico al fine di andare in campo a cercare un risultato positivo. Inoltre, alla fine dell’allenamento i ragazzi eleggono il Man of the Match, il miglior comunicatore, quello che ha avuto il work rate più elevato.

Ogni allenamento prevede una seduta di palestra oltre al lavoro in campo. Per quanto riguarda l’aspetto del fitness invece, che è diverso da quello della crescita muscolare di cui ci si occupa con la palestra, spetta a noi tecnici preoccuparci di fare sessioni in campo particolarmente intense: l’obiettivo è quello di raggiungere la forma atletica desiderata utilizzando sempre il pallone. L’allenamento dura complessivamente circa due ore, di cui mezz’ora viene solitamente spesa in palestra e un’ora e mezza sul campo.

Per ogni allenamento, come detto, stabiliamo un tema principale e cerchiamo di rendere l’allenamento competitivo gratificando i giocatori assegnando dei punti. Facciamo un esempio semplice: se stiamo lavorando nell’ambito ball carry and offload, assegniamo un punto alla squadra del giocatore che riesce a completare una continuità diretta nel contatto. Se dall’offload scaturisce una meta, il punteggio viene triplicato. Questo può essere applicato per ogni aspetto che si desidera lavorare: punti per un contest positivo al breakdown, punti per un calcio positivo, meno un punto per una scelta tattica sbagliata, e così via. In questo modo ogni singolo, all’interno del meccanismo collettivo, è incentivato a lavorare proprio sul focus di quella seduta d’allenamento e lo fa all’interno del gioco con lo stimolo del punteggio. I giocatori infortunati sono responsabili per il registro dei punteggi e per i feedback, in questo modo li rendiamo partecipi della seduta.

Solitamente non lavoriamo mai sulle skills in maniera statica, ma cerchiamo sempre di svilupparle nella realtà del movimento generale ed utilizziamo il freeze frame per discutere e fissare i problemi all’interno del gioco. Alla parola freeze tutti i ragazzi devono fermarsi. Si discute rapidamente sulla scelta tecnico-tattica presa e si riparte a mille all’ora. Cerchiamo di mantenere intensità elevate per circa 3’, che corrispondono grosso modo alla durata di un’azione media in una partita. Si gioca alla massima velocità, poi ci fermiamo. Durante i break, che durano solitamente 30”, i giocatori si raggruppano e devono trovare soluzioni ai problemi posti o individuare gli aspetti positivi e quelli negativi di quanto fatto.

Utilizziamo il pallone da rugby all’incirca il 50% del tempo. Nella restante metà dell’allenamento utilizziamo palloni di forme, grandezze e peso diverse. Questo perché è dimostrato che le qualità di controllo e trasmissione di un giocatore vengono sviluppate tre volte più rapidamente esercitandosi con palloni con caratteristiche diverse rispetto all’utilizzo di un singolo pallone sempre uguale. Quindi alterniamo spesso esercizi col pallone da rugby ad altri con un pallone da calcio, calcetto, football americano oppure con una pallina da tennis.

Lo staff e il giudizio sui giocatori

I ragazzi under 18 vengono gestiti ad ogni allenamento da un numero che va dai 2 ai 5 tecnici, in più abbiamo tre fisioterapisti, due preparatori atletici, due video analyst, un nutrizionista, e un mental coach. Quest’ultimo profilo si è rivelato fondamentale: è una aggiunta allo staff operata quest’anno, e lavora sia con noi allenatori che con i giocatori. L’impatto che ha avuto il mental coach quest’anno con la under 18 e con la Senior Academy è stato incredibile. Avevamo giocatori che si allenavano molto bene, ma non riuscivano a riprodurre in partita lo stesso livello di gioco che vedevamo nelle sedute settimanali. Questo era dovuto soprattutto ad un aspetto mentale. Il mental coach, con un paio di sedute, ha trasformato radicalmente questi giocatori, liberandone tutto il potenziale, a testimonianza di quanto occuparsi del lato psicologico dell’attività sia importante, soprattutto per i giovani. A 17/18 anni un ragazzo non sa gestire bene le emozioni che vive, e in questo è fondamentale l’aiuto di un professionista.

Quattro volte all’anno, a noi tecnici è richiesto un feedback sui giocatori, basati su alcuni criteri che abbiamo determinato per valutare quanto un giocatore sia abile e quanta qualità abbia. I criteri si basano su un modello che risponde per l’appunto all’acronimo W.A.S.P.: Warrior, Attitude, Skills, Physical potential. Un giocatore per essere considerato per la Senior Academy e quindi firmare il suo primo contratto da professionista deve coprire al meglio tutte queste quattro componenti. Deve essere coraggioso, si deve applicare ed avere una grande etica del lavoro, deve avere un significativo bagaglio di abilità tecniche e il necessario potenziale fisico per svilupparsi in un giocatore di alto livello. Quando i giocatori vengono valutati seguendo queste direttrici, noi tecnici diamo poi loro dei feedback, comunicandogli quali sono gli aspetti che preferiremmo migliorassero, dei punti su cui lavorare in particolare.

Il nostro giudizio sui giocatori è coadiuvato anche dalla strumentazione tecnologica: utilizziamo il GPS per una decina di ragazzi circa, quelli che per la Academy sono più interessanti. Utilizziamo inoltre statistiche e riprese di diverse telecamere per analizzare le prestazioni dei nostri giocatori in allenamento e partita, a volte anche riprese fatte da un drone. Inoltre, abbiamo 5 mini-microfoni che normalmente il capitano e i numeri 8, 9, 10 e 15 indossano durante allenamenti e partite per registrare la qualità delle comunicazioni in campo.

Fra le statistiche a cui stiamo attenti ci sono le più classiche, come il numero di ball carries, di placcaggi e, in particolare, di placcaggi positivi, ma non solo. Valutiamo molto il work rate. Lo misuriamo attraverso un modello anche stavolta delineato da un acronimo, BIG, ovvero Back In the Game. Si tratta della capacità di un giocatore di fare un intervento, rimettersi in piedi ed essere subito pronto per tornare a fare qualcosa di positivo all’interno del gioco: nel rugby moderno una spiccata capacità di lavorare continuamente è di importanza capitale. Questa caratteristica è una di quelle che guardiamo con maggiore attenzione quando analizziamo le statistiche. Di fondamentale rilevanza è anche la capacità di contendere il pallone e di rallentarne l’uscita dalla ruck. Il breakdown è un’area fondamentale, visto che è l’evento che occorre con maggiore frequenza in una partita di rugby.

Le riunioni tecniche e l’importanza dei giovani per il club

L’importanza di aspetti come il lavoro sulle ruck e il workrate vengono sottolineati fortemente in ogni riunione tecnica che facciamo con i giocatori. Dal punto di vista teorico, infatti, facciamo riunioni di review delle partite disputate, dove andiamo ad analizzare quanto fatto nel fine settimana, se necessario anche divisi per reparto. Molto spesso sono proprio i giocatori a condurre queste riunioni. Lo scopo è quello di dare loro responsabilità e cercare di sviluppare qualità di leadership all’interno del gruppo. Dopo una partita eleggiamo un Mr. BIG, un Mr. Smash (il miglior placcatore), un Carry King (colui che si è contraddistinto per numero e qualità di corse), un Mr. Skill (colui che ha effettuato un gesto tecnico particolarmente complesso), un Man of the Match.

Ci sono poi riunioni di preview, ovvero di preparazione rispetto ai prossimi avversari che andremo a sfidare. Da quest’anno, inoltre, ai Wasps abbiamo l’intenzione di coinvolgere anche i genitori in una riunione tecnica al mese. Li invitiamo ad assistere a queste riunioni tecniche perché vogliamo che siano coinvolti: sono una parte fondamentale nella crescita di un giocatore che poi non è nient’altro che un ragazzo di 17 anni per cui i riferimenti familiari sono ancora importanti. I genitori quindi devono essere a conoscenza dei contenuti che offriamo ai loro figli, devono sapere quello che richiede preparare una partita di alto livello. Inoltre, non sottovalutiamo l’importanza dell’educazione per giocatori e genitori. Almeno una volta al mese ci sono workshops su temi come nutrizione, social networks, concussion, preparazione mentale, etc…

C’è tanta collaborazione tra prima squadra e settore giovanile, punto ovviamente fondamentale per la crescita dei ragazzi e del club nel complesso. Lo staff tecnico della prima squadra è a conoscenza dei due, tre prospetti più interessanti che sono presenti nell’accademia e sono sempre informati su quello che facciamo. I giocatori della prima squadra vengono a fare l’allenamento con la Academy almeno una volta ogni due mesi, ma spesso anche più frequentemente. Mettono quindi a disposizione tutto il loro bagaglio tecnico, di conoscenza del gioco e di esperienza.

Nel rugby inglese di oggi formare giocatori in casa propria è di fondamentale importanza per la sussistenza di lungo periodo ad alti livelli, e chi cresce all’interno della Academy avrà poi intrinsecamente quei valori che sono propri del club. Ai Wasps, come in altri club inglesi, si sta in questi ultimi anni investendo molto sull’accademia e sulla formazione dei propri giovani. D’altronde squadre come i Saracens o Exeter sono stabilmente ai vertici da anni grazie ai giocatori che sono riusciti a produrre all’interno dei rispettivi settori giovanili. C’è da dire che oltre ai vantaggi sportivi, c’è anche il lato economico da tenere in considerazione: la federazione inglese premia coloro che fanno giocare in prima squadra giocatori homegrown, formati all’interno del club, quindi le varie società hanno tutto l’interesse a formare i propri giocatori ed a tenerseli stretti.

Andrea Masi

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