Speciale Rugby World Cup: 10 domande a Lawrence Dallaglio

Marco Bortolami intervista in esclusiva per OnRugby il grande terza linea inglese

ph. Jerome Favre/Getty Images

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Ho iniziato a giocare a rugby a dieci anni perché mio padre mi portava sempre con sé a tutte le partite della “Tre Pini”, la seconda squadra del Petrarca; ma solo qualche anno dopo ho cominciato a interessarmi alle partite in tv. È così che sono rimasto affascinato dai giocatori che vedevo nel piccolo schermo. Il protagonista dell’intervista di oggi mi ha conquistato per la sua sobria sostanza di giocatore e di uomo. Mai sopra le righe e sempre senza compromessi, simboleggia il vero stile inglese di essere un giocatore di rugby.
Un uomo forgiato da molti momenti difficili, dalla drammatica perdita della sorella (a causa di uno scontro tra due barche sul Tamigi), quando aveva 17 anni, alle accuse che lo hanno costretto ad abbandonare nel 1999 il ruolo di capitano del XV della rosa.
Rialzarsi e continuare a lottare è uno dei più importanti insegnamenti della palla ovale e questo monumento del rugby mondiale incarna questo e molti altri principi del nostro sport.
Ancora ricordo una delle mie prime partite a Twickenham da spettatore e l’urlo del pubblico ogni volta che prendeva il pallone: “go Lawrence!”.
Figlio di padre italiano e madre irlandese, Lawrence Dallaglio ci accompagna attraverso un viaggio che ripercorre la sua esperienza alla Coppa del Mondo e la sua vita dentro e fuori il campo da rugby.

 

Quali sono i tuoi ricordi della Coppa del Mondo e cosa porterai sempre con te di quella esperienza?
I ricordi della Coppa del Mondo del 2003 sono ancora molto forti. È stato il culmine di un lungo viaggio per tutto il gruppo che ha trionfato. Un percorso che è stato straordinariamente duro, con innumerevoli sacrifici fatti da una straordinaria squadra di giocatori, allenatori, membri dello staff e dirigenti.
La vita dovrebbe essere sempre un’esperienza di condivisione… arrivare sul tetto del mondo è una sensazione eccezionale, ma arrivare al top, sperimentando momenti di gioia e momenti di difficoltà aiutandosi gli uni con gli altri e poter dire di avercela fatta tutti insieme, è di gran lunga la sensazione più travolgente!

 

Sei stato uno dei leader chiave della vittoria del 2003, quanto talento e quanto carattere sono necessari per ottenere un risultato così grande?
Il talento inizia per prima cosa con avere la visione e l’ambizione di immaginare di diventare Campioni del Mondo. Fino a quando non saprai dove vorrai veleggiare, come potrai mai tracciare la rotta per arrivare a destinazione?

 

In Italia molte volte si pensa che i risultati debbano arrivare a prescindere dal contesto generale, nostro e degli avversari, quanto importante è stato il sistema di lavoro che ha organizzato Clive Woodward prima del 2003?
Devi ricordare che io sono mezzo italiano e mezzo irlandese… e questo mi rende un inglese molto pericoloso!!!
Più seriamente, se un giorno vuoi essere il migliore del mondo prima di tutto devi iniziare a misurarti con i migliori al mondo. L’uomo onesto si pone degli obiettivi e misura i suoi risultati ogni giorno con lo scopo di diventare il migliore.
Come mi sto comportando e cosa posso fare di più per diventare il numero uno?
L’organizzazione che Clive Woodward ha creato non aveva precedenti nel mondo del rugby a quel tempo. Una prestazione da campioni del mondo necessitava di individui di classe mondiale, dentro e fuori il campo.

 

La maggior parte dei giocatori che trionfarono nel 2003 erano abbastanza esperti, infatti avevano quasi tutti più di 30 anni, come avete gestito la pressione di vincere e come avete mantenuto l’equilibrio tra fiducia e paura di perdere?
Il percorso della squadra che ha vinto nel 2003 era iniziato sei anni prima. In quel periodo di tempo i giocatori avevano lavorato duramente per diventare tra i più forti del mondo se non i più forti in assoluto. Ci sono stati degli intoppi lungo questo viaggio… alcune sconfitte e passi falsi, ma quello che abbiamo imparato da queste situazioni ha avuto un peso immenso per il risultato finale.
La preparazione della squadra è stata straordinariamente meticolosa. Eravamo i più forti atleticamente e i più abili giocatori del mondo.
Siamo stati al numero uno del ranking mondiale per 2-3 anni prima che il torneo del 2003 iniziasse. La Coppa del Mondo è stata la conseguenza di avere la capacità di prendere decisioni con chiarezza e di riuscire a eseguire i gesti tecnici di base sotto un’immensa pressione.

 

Il rugby sta cambiando molto velocemente da un punto di vista tecnico, ma da un punto di vista attitudinale quali pensi siano i punti chiave che le nuove generazioni debbano tenere in considerazione?
Spero e credo con tutto il cuore che i valori del rugby siano importanti per i giocatori di oggi tanto quanto lo erano per i giocatori di un tempo, prima che il gioco del rugby diventasse completamente professionistico. Rispetto, Disciplina, Lealtà, Lavoro di squadra e Divertimento per citarne solo alcuni. I buoni giocatori sanno che il talento può portarti solo fino a un certo punto del viaggio… i grandi giocatori capiscono che il talento, combinato con un’incredibile etica del lavoro e un desiderio continuo di ricercare nuovi modi di migliorarsi, può portarti in cima al mondo e farti restare in quella posizione.

 

L’Inghilterra è in una buona posizione in vista della prossima Coppa del Mondo; quali pensi siano le cose che debba migliorare per fare l’ultimo importante passo e diventare la numero uno?
La cosa interessante dell’Inghilterra, confrontata con le altre nazionali, è che ha un gruppo di giocatori ancora relativamente giovane e inesperto, ma che sta continuando ininterrottamente a migliorare. È una risposta ovvia, ma per diventare la migliore squadra del mondo bisogna essere in grado di battere tutte le altre. Le grandi squadre sono composte da grandi individui. L’Inghilterra ha buoni giocatori, ma alcuni di questi devono diventare i migliori del mondo nei loro ruoli e rimanerci!

 

Sei stato uno dei capitani più importanti della storia del rugby; quali sono le qualità più importanti per un grande leader?
Ci sono molte qualità che bisogna possedere per essere un buon leader. I grandi leader con cui ho avuto la fortuna di lavorare, soprattutto in contesti di gruppo, hanno saputo creare un’incredibile etica del lavoro all’interno della squadra e instaurato un insieme di regole a cui loro stessi sono stati fedeli ogni giorno.

 

Leader si nasce o si diventa?
Credo che siano vere entrambe le cose. Comunque ogni leader può imparare e diventare un punto di riferimento migliore e soprattutto un tipo di leader di volta in volta differente in base alla necessità che si presenta.

 

Quali sono le attività della “Dallaglio Foundation” con i ragazzi e cosa significa per te?
La Dallaglio Foundation esiste per nutrire e sviluppare le abilità essenziali dei giovani in difficoltà. Incrementando il senso di autostima, di valore e di confidenza. Lavoriamo con loro per metterli in condizione di fare scelte migliori per il loro presente e per il loro futuro.
La nostra attività si basa su un rapporto a lungo temine, operiamo soprattutto con ragazzi di 14-16 anni per un periodo di due anni di media, con l’obiettivo di preparali per il mondo del lavoro. Attraverso un programma di rugby giocato e di formazione professionale, i nostri educatori cercano di dare stabilità e comprensione ai ragazzi e alle loro realtà più vicine. Da curriculum e colloqui lavorativi ad allenamento e apprendistato professionale, attraverso la nostra estesa rete di contatti ci impegniamo per fornire le migliori opportunità possibili ai nostri ragazzi.
E’ molto difficile essere giovani al giorno d’oggi, io stesso sono stato molto fortunato ad aver avuto un sistema di supporto accanto a me che mi ha permesso di fare le scelte migliori per la mia vita. Ho una profonda passione per questo impegno e penso che ogni giovane si meriti di avere questa opportunità.

 

Pensi che lo sport e il rugby possa avere una funzione in termini di educazione sociale nel mondo di oggi?
Si, credo che lo sport e in particolare il rugby possa fare una grande differenza nelle vite di molti ragazzi, soprattutto per i giovani che crescono in aree ad alto rischio di disoccupazione a lungo termine, criminalità o anche in carcere.
Lo sport può dare delle opportunità a queste persone attraverso un programma in tre fasi: impegno – minimizzando l’impatto del loro passato; integrazione – facendogli prendere migliori decisioni nel presente; realizzazione – pianificando un futuro di maggior successo.

 

di Marco Bortolami

 

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