Speciale Rugby World Cup: 10 domande a Clive Woodward

Marco Bortolami intervista in esclusiva per OnRugby l’allenatore che ha portato la Webb Ellis Cup in Europa

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ph. Reuters Picture supplied by Action Images

E’ uno dei personaggi che hanno rivoluzionato il rugby della sua epoca. Da giocatore ha vestito la maglia del suo paese per 21 volte, anche se il vero segno indelebile lo ha lasciato più tardi come headcoach, con la sua visione di business applicata allo sport. Performance intesa come cento cose fatte l’1% meglio di tutti gli altri.
Figlio di un pilota della RAF, si vede costretto a frequentare una scuola dove l’unica disciplina sportiva praticata era il rugby, a causa della disapprovazione del padre per la sua passione per il calcio. Personaggio mai scontato che per tutta la sua vita non è mai sceso a nessun compromesso a costo di pagare anche in prima persona le conseguenze più dure.
Ha avuto il compito di trasformare una federazione dilettantistica nella più grande ed efficiente macchina da business del mondo della palla ovale, il tutto impreziosito da innumerevoli trionfi sul campo, compresa la vittoria della Webb Ellis Cup.
Firma del Daily Mail, Sir Clive Woodward ci racconta in esclusiva la sua visione di team e come ha cambiato il corso della storia di una nazione che aveva una disperata sete di vittoria.

 

Clive, sei anni prima della vittoria in Australia ti sei ritrovato a dover rivoluzionare il concetto di rugby della RFU pianificando il grande salto dall’era dilettantistica a quella professionistica. Quali sono state le fondamenta del tuo lavoro?
Nel 1997 sono stato assunto a tempo pieno dalla RFU come il primo headcoach dell’era professionistica per guidare la nostra nazionale sul tetto del mondo. Venivo da 8 anni spesi nel mondo dell’università e del business ed ero determinato ad applicare le stesse regole a quello dello sport del rugby. Chiesi ampia autonomia e pretesi di essere giudicato in base ai risultati raggiunti.
Il mio intento è stato quello di specializzare ogni compito affinché si arrivasse a fare ogni cosa meglio di tutti gli altri. Individuai tre fattori critici che ci avrebbero consentito di diventare la nazionale più forte del mondo:
1. Dovevamo disporre di giocatori di talento
Questa era senza dubbio una condizione necessaria e presente in quanto la profondità e la qualità del movimento inglese ci dava un’ampia scelta.
2. Avevamo bisogno delle migliori competenze che erano disponibili nel mondo dello sport e le risorse finanziarie adeguate per sostenere lo sviluppo e anche su questo punto fui appoggiato totalmente dalla RFU
3. Ero determinato a sviluppare il modo di giocare della nazionale inglese da un gioco di avanti a un gioco più completo.
Avevo avuto l’onore di rappresentare il mio paese per 21 volte, ma devo dire che lo stile di gioco che si praticava all’epoca era tutt’altro che spettacolare, soprattutto per un trequarti come me!
Tutto questo e molto altro aveva l’obiettivo di farci diventare la squadra numero uno al mondo nel più breve tempo possibile.

 

Qual è la chiave per organizzare un sistema di lavoro che ti permetta di diventare il numero uno al mondo?
Scegliere le persone giuste è la cosa più importante. Puoi avere il più bell’ambiente possibile, ma se ci metti dentro le persone sbagliate non funzionerà mai. Una grande squadra è composta da grandi individui, un’organizzazione sarà tanto buona quanto sarà buona la qualità dei singoli componenti da un punto di vista umano, attitudinale e professionale.
Un aspetto molto importante su cui mi sono concentrato è stato quello di avere tutte persone impiegate a tempo pieno nel nostro progetto: 24 ore al giorno, 7 giorni su 7.

 

Quanto tempo serve per trasformare una squadra di buon livello, com’era l’Inghilterra nel settembre del 1997, in un gruppo che riesce a ottenere grandi traguardi?
La cosa fondamentale che non puoi creare in poco tempo è la qualità dei tuoi giocatori. Noi in Inghilterra avevamo molti giocatori di talento e questo era sicuramente un punto di partenza irrinunciabile.
I primi segnali si riescono a intravedere dopo poco tempo, anche se dall’esterno può sembrare che nulla cambi. Alla Coppa del Mondo del 1999, per esempio, dopo due anni di lavoro, perdemmo contro la Nuova Zelanda nel girone di qualificazione e fummo umiliati dal Sudafrica nei quarti di finale… Ma solo pochi mesi dopo quella rassegna iridata iniziammo la nostra scalata, perché tutto il lavoro che avevamo messo assieme iniziava a dare i suoi frutti e diventammo poco dopo la numero 1 del ranking mondiale.
A riprova, dal Sei Nazioni del 2000 non perdemmo nemmeno un match a Twickenham.

 

Prima ci hai parlato di quanto importante sia la qualità degli individui per un’organizzazione vincente. Come sei riuscito a far coesistere grandi personalità e caratteri forti nella stessa squadra?
Persone e giocatori di qualità hanno grandi personalità e caratteri molto forti! Persone come Martin Johnson, Lawrence Dallaglio e Jonny Wilkinson sono state fondamentali.
Uno dei modi migliori per ottimizzare le risorse di ognuno è, prima di tutto, quello di avere un rapporto molto aperto, onesto e coinvolgente con tutti i singoli giocatori. Assegnare ruoli specifici a ognuno di loro e fare molta chiarezza su quali siano i rispettivi compiti e aspettative. Le riunioni di squadra sono molto utili, ma affrontare singolarmente ognuno di loro permette di rimanere connessi al cento per cento. Bisogna riuscire a dedicare del tempo speciale con ogni singolo individuo.
Se vuoi che la tua squadra sia la migliore, hai bisogno di persone che abbiano caratteri forti e che vogliano vincere in ogni situazione.

 

Hai avuto l’opportunità di lavorare con i migliori atleti del rugby e di molte altre discipline, quali pensi siano le qualità necessarie per diventare un atleta di livello assoluto?
Sono solito dire che il talento da solo non è sufficiente… ci sono moltissimi atleti di talento ma solo pochi di loro riescono a raggiungere veramente performance di riferimento.
Tre sono le caratteristiche presenti in ogni atleta di livello assoluto:
1. La disponibilità a imparare.
Questo significa avere la capacità di progredire costantemente, continuare a evolversi e soprattutto avere la disponibilità a essere allenato, cioè a ricevere input dai propri allenatori.
2. La capacità di rendere al massimo sotto pressione.
Per evidenti motivi, più il gioco si fa duro più diventa cruciale la capacità di eseguire anche i gesti più basilari con qualità e soprattutto prendere le decisioni giuste in situazioni di stress molto alto.
3. Avere attitudine vincente.
Questo significa prepararsi per vincere attraverso il duro lavoro, ma soprattutto aspettarsi di vincere anche quando le condizioni diventano avverse.

 

La capacità di cambiare e migliorare quello che si fa è fondamentale per una squadra che vuole essere vincente con costanza. Quali sono le condizioni ideali per sviluppare questa qualità?
Una delle condizioni fondamentali per creare un ambiente di lavoro che conduca la squadra al successo è quella di essere sempre aperti a nuove idee.
Come singolo individuo non è immaginabile di avere sempre la miglior risposta a ogni problema. Bisogna aprirsi alle idee degli altri e saper poi carpire le cose più utili.
La cosa cruciale per una persona che è a capo di un’organizzazione è quella di capire quando un’idea è giusta e quando non lo è, in relazione agli obiettivi che si vogliono raggiungere.
Operare il giusto cambiamento significa avere la giusta attenzione nei confronti di chi ci circonda, ascoltare gli altri, imparare da altri sport e realtà del mondo del business.

 

Nel 2003 avete raggiunto la Coppa del Mondo come favoriti: come hai saputo bilanciare la pressione di vincere con la confidenza necessaria per essere performanti?
Non esiste una formula magica per rendere ad alto livello. Ci eravamo posti l’obiettivo di allenarci più duramente e intelligentemente di chiunque altro, più duramente anche delle condizioni di molte partite da noi affrontate.
Quando fai uno sport al massimo livello devi saper amare la pressione, per tutto il gruppo la pressione era una sensazione positiva e questo adattamento era stato sviluppato sul campo di allenamento.

 

Quanto è importante la leadership ad alto livello e come può essere sviluppata?
La leadership è fondamentale per ogni componente della squadra perché durante una partita ogni giocatore deve prendere le giuste decisioni.
La leadership si sviluppa con la conoscenza. Conoscere e comprendere con chiarezza come e perché ogni aspetto tecnico e tattico si sviluppa sul campo, permette ai singoli giocatori di prendere le decisioni giuste anche nei momenti critici. Questo significa avere leadership.

 

Quali sono le variabili più importanti che una squadra deve tenere in considerazione per vincere?
Il rugby è uno sport di confronto, per cui innanzitutto ci sono quindici avversari che cercano di impedirti di ottenere ciò che vuoi! Poi bisogna considerare anche l’impatto che l’arbitro può avere nell’interpretazione di alcune situazioni di gioco.
Da un punto di vista più prettamente tecnico, le fasi di conquista hanno ancora un’importanza fondamentale in un test-match. Mischia chiusa e rimessa laterale rappresentano ancora le fonti primarie per avere e gestire al meglio il possesso e il territorio. Inoltre, è fondamentale avere un calciatore preciso che traduca in punti la pressione esercitata sull’avversario.
Quando una squadra non riesce a performare ad alto livello bisogna individuare i problemi con praticità e risolverli con disciplina e applicazione.

 

Chi pensi vincerà la prossima Coppa del Mondo e perché?
Penso che l’Inghilterra sia la squadra che possa vincerla più di chiunque altro. È una squadra in crescita con giocatori di livello assoluto, uno staff di allenatori di prim’ordine e ha dalla sua il vantaggio più importante di tutti: giocherà in casa. Se sarà abbastanza fortunata a non subire infortuni il fattore campo avrà il suo peso.
Nell’ultima edizione la Nuova Zelanda non è stata la squadra più forte in finale, però è riuscita a spuntarla comunque. Nel 2003 l’Inghilterra era di gran lunga la squadra migliore del mondo, ma solo un drop nei tempi supplementari ha scavato il solco decisivo contro l’Australia, che giocava in casa!

 

di Marco Bortolami

 

Leggi 10 domande a Jonny Wilkinson – Lawrence Dallaglio – Eddie Jones – Thierry Dusautoir – Paul O’Connell – David Humphreys – Bryan Habana

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