Rugby World Cup 2015: cosa ci portiamo a casa del Mondiale più grande e più bello

Una selezione di immagini per raccontare cosa ci hanno detto, dentro e fuori dal campo, gli ultimi due bellissimi mesi ovali

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

48 partite, 271 mete, più di 2700 punti segnati, il record di spettatori allo stadio. L’edizione più grande di sempre della Rugby World Cup, che si conferma terzo evento sportivo al mondo dopo Olimpiadi estive e Mondiale di calcio, si è da poco conclusa con la storica vittoria degli All Blacks. La ricorderanno i tifosi come la più spettacolare ed avvincente, la ricorderanno gli addetti ai lavori come la meglio organizzata, la ricorderà il ragazzino che ha ricevuto la medaglia da Sonny Bill Williams. Insomma, tutti noi abitanti di Ovalia per un motivo o per l’altro porteremo il Mondiale inglese nei nostri più bei ricordi sportivi. Ma se dovessimo scegliere alcuni scatti per raccontare gli ultimi due mesi e immortalare ciò che questa Coppa del Mondo ci ha detto e lasciato in termini non solamente sportivi, quali scegliereste? Ecco la nostra selezione.

 

1 – Il Mondiale dei più forti

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Mettiamola così, non potevano non vincere. Dopo una partenza leggermente in sordina alla fase a Gironi, i più forti hanno trionfato. Tutto ciò che di più bello hanno le altre squadre, lo si trova condensato nel gioco degli All Blacks, e la finale lo ha dimostrato con manovre eseguite alla massima intensità, rapidità, e perfezione. Per Henry sono i più forti di sempre, di sicuro nel loro cammino iridato hanno battuto le prime tre del ranking, che arrivavano all’appuntamento in uno stato di forma molto alto. Anche nella qualità degli avversari sconfitti si misura la forza di una squadra.

 

 

2 – Il Mondiale più equilibrato

ph.  Eddie Keogh/Action Images

ph. Eddie Keogh/Action Images

Il campanello di allarme lo hanno suonato la Georgia ma soprattutto il Giappone con le vittorie contro Tonga e Sudafrica. La RWC 2015 passerà alla storia ovale come quella con il minor gap di punteggio nei match Tier One contro Tier Two (30 punti, rispetto ai 36 del 2011). Se alla RWC 2003 il punteggio medio nella fase a Gironi era di 49-13, si è passati al 39-13 dei primi 20 match di quest’ultima. Le partite finite con almeno 50 puti di scarto sono state appena 3, a fronte delle 8 del 2011, delle nove nel 2007 e delle undici nel 2003.

 

 

3 – Il Mondiale (inglese) senza l’Inghilterra

ph. Eddie Keogh/Action Images

ph. Eddie Keogh/Action Images

Il Girone della Morte era difficile, ma per la squadra di casa si è rivelato uno scoglio impossibile da passare. Fatto sta che per la prima volta nella storia della RWC il paese organizzatore non ha passato la fase a Gironi, il capitano Robshaw e l’head coach Lancaster sono finiti sotto accusa, e le due sconfitte contro Australia e Galles sono di fatto l’eliminazione più clamorosa della fase a Gironi.

 

 

4 – L’Ultimo Mondiale

Ogni RWC segna una tappa importante per molti giocatori, che spesso scelgono di uscire dalla scene internazionali proprio in occasione dell’appuntamento iridato. Burger, Carter, Lobbe, Matfield, Conrad Smith, Mauro Bergamasco,…La lista è lunga, così come lunghe sono le standing ovation tributate a questi mostri sacri della palla ovale. Un piccolo consiglio? Riguardate lo sguardo che Burger ha rivolto a Lobbe quando quest’ultimo ha lasciato il campo durante la finale terzo/quarto posto…Uno sguardo che racchiude anni di battaglie ma anche di profondo rispetto, non tra compagni di squadra o avversari, ma semplicemente tra colleghi. (ph. Sebastiano Pessina)

 

 

5 – Il Mondiale degli infortunati

Masi, Ghiraldini, Huget, Amos, Scott Williams, O’Connell, Skelton, Vunipola, de Villiers, e potremmo andare avanti per molto (più i vari Halfpenny, Webb, Esposito premondiali…). World Rugby ha tenuto a precisare durante il torneo che gli infortuni non sono in crescita, ma di sicuro (forse anche per il peso dei nomi costretti al forfait) la fisicità è stato uno dei tratti caratteristica delle 48 partite iridate, con diversi giocatori soprattutto dell’Emisfero Nord costretti a salutare anzitempo i compagni di squadra. Una delle cose di cui probabilmente si parlerà in chiave Mondiali 2019 sarà il calendario europeo negli anni iridati. (ph. Sebastiano Pessina/Rebecca Naden/Henry Browne)

 

 

6 – Il Mondiale di gregari ed eroi per caso

Premessa. Nel rugby non esistono gregari e uomini di prima fascia. Semplicemente, esistono giocatori magari meno esposti e nominati di altri ma altrettanto importanti e fondamentali nell’economia del gioco. E in questa RWC ne abbiamo visti parecchi. Da Fardy terza linea fondamentale nell’equilibrio del reparto Wallabies con Pocock e Hooper, al giapponese Michael Leitch secondo solo a Burger per numero di carries oltre la linea del vantaggio (ma con alcune partite in meno). E poi ancora Gorgodze Man of the Match contro gli All Blacks, il pilone namibiano Johnny Redelinghuys che piazza per finire la carriera e il compagno di squadra Deysel che segna una meta agli All Blacks, ma anche il giovane tifoso a cui Sonny Bill Williams regala la medaglia… (ph. Sebastiano Pessina/Henry Browne/Eddie Keogh)

 

 

7 – Il Mondiale dei superuomini umani

Dai 92 chili di peso medio dei giocatori alla prima edizione dei Mondiali si è passati ai quasi 102 attuali (ma il dato interessante e non disponibile sarebbe quello sulla percentuale di massa magra, ovvero quanto del peso è stato riconvertito in muscoli). In ogni caso, Savea, Nadolo & Company hanno ancora una volta dimostrato quale sia il prototipo di giocatore che sempre più frequentemente calcherà il palco dell’Ovalia di alto livello. Nonostante questo, e nonostante il professionismo prima e l’iper professionismo ora abbiano forse contribuito a cambiare agli occhi di alcuni l’immagine dei rugbyisti, durante la RWC abbiamo assistito a scene bellissime. Giocatori che portano i figli in campo, che abbracciano i tifosi per la gioia o per la tristezza, e che si avvicinano agli spalti per una foto ricordo. Ecco una gallery con alcuni di questi momenti (ph. Sebastiano Pessina/Anthony Boyer/Russel Cheyne).

 

 

8 – Il Mondiale più social

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Inevitabile, visto che siamo nel 2015, ma tutte le squadre hanno fatto uso massiccio dei social come canale di comunicazione. A colpire non è tanto il modo con cui questo Mondiale è stato raccontato, quanto piuttosto il modo con cui questo Mondiale si è raccontato in prima persona attraverso gli occhi social delle venti squadre impegnate. Tutte, dalla Namibia all’Australia, hanno raccontato i momenti fuori dal campo come mai fatto prima, permettendo davvero ai tifosi di vivere quasi dal di dentro l’avventura iridata. Interessante poi il cambio di rotta nella comunicazione della RFU dopo l’eliminazione dell’Inghilterra, con l’insistenza nelle ultime settimane sul valore del rugby scolastico e dei club nel paese della Regina. Come dire, il nostro rugby non si esaurisce nella Nazionale ma parte da e vive di radici ben più profonde.
Alcuni dati, per concludere, sull’interazione stimolata tramite il social fan engagement: durante le partite ogni due secondi è stato pubblicato un contenuto contraddistinto dall’hastag di riferimento #RWC2015, per un totale compreso il tempo di non gioco di 5 milioni di contenuti “marchiati”. I video con contenuti riferibili al Mondiale lanciati in rete tramite le varie piattaforme sono stati circa 270 milioni. Numeri che la dicono lunga su quanto questo sport sia adatto a questi canali di comunicazione.

 

Di Roberto Avesani

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