Marco Bortolami tra Galles e Inghilterra: fino “all’ultimo metro”

Il seconda linea azzurro rilegge con grande perizia tecnica la sfida finora più avvincente del Sei Nazioni 2014

ph. Stefan Wermuth/Action Images

Se fosse stato un incontro di boxe l’Inghilterra di Stuart Lancaster avrebbe vinto per KO tecnico. Gli ottanta minuti di Twickenham hanno ricucito lo strappo nell’orgoglio inglese ferito dodici mesi prima a Cardiff ma hanno anche detto che questo XV della rosa è più forte dei gallesi in ogni reparto e in ogni situazione di campo. Se prima della partita Warren Gatland aveva descritto i giocatori della regina “un gruppo di ragazzi” non ancora maturi per la consacrazione al massimo livello, il campo ha detto che i suoi dodici British & Irish Lions hanno smarrito lo smalto di questa estate.
Ci sono molte ragioni di questa supremazia inglese, prima di tutto strategiche ed infine più strettamente tecniche. La RFU dopo la coppa del mondo 2011 ha deciso di puntare sulla propria competenza e sulla competitività della Premiership per costruire il gruppo che ha la missione di vincere la prossima coppa del mondo sul suolo britannico. Porte chiuse a chi non milita nella Premiership, protocollo chiaro di gestione fisica, tecnica e comportamentale dei giocatori tra Club e nazionale, il tutto sintetizzato in una sigla: EPS. L’implementazione dell’Elite Player Squad ha identificato nei giocatori una risorsa da proteggere attraverso il finanziamento dei club che trattenevano i nazionali inglesi nelle proprie fila, la gestione dei minutaggi in maniera efficace nel campionato più duro e fisico del mondo, l’accrescimento delle competenze tecniche dei singoli giocatori attraverso specialisti di tutti i ruoli, la redazione di un codice etico che prima di tutto selezioni Uomini e non talenti… concetto quest’ultimo molto caro anche ad altre nazionali vincenti. A tutto questo aggiungete l’adattamento dei giocatori alla Premiership, il campionato più equilibrato in assoluto, in cui ogni partita è giocata come un test match e capirete su quali fondamenta si basi il lavoro di Stuart Lancaster.

 

Il Galles dal canto suo ha passato l’estate a celebrare la vittoria di Gatland e dei suoi Lions sull’Australia, novembre ad inseguire un successo contro Sudafrica e gli stessi Wallabies che non è arrivato e questo inizio di Sei Nazioni tra disputa Pro12 e coinvolgimento delle province gallesi alla Premiership… Il tutto condito da rinnovi contrattuali della maggioranza dei giocatori con le proprie “regions” ancora in sospeso ed una nutrita schiera di giocatori che militano nel campionato francese e che stentano a tornare ai livelli delle due stagioni passate.
Tutte queste differenze spiegano come non casuale il fiorire di talenti come Lawes e Launchbury, Farrell e Brown o l’inquadramento tattico e comportamentale di un giocatore creativo come Danny Care, senza dimenticare i leader silenziosi Robshaw e Wood.
Una volta raccolti tutti i migliori ingredienti sulla tavola però c’è bisogno di un grande chef per servire un piatto da gran ristorante ed è qui che sale in cattedra lo staff tecnico di Lancaster. Dopo la prima sconfitta di Parigi, più dovuta al rimbalzo imprevedibile del pallone da rugby che all’effettivo demerito di Robshaw e compagni, l’Inghilterra ha demolito la Scozia con un punteggio di 20 a 0, ha avuto ragione della miglior Irlanda degli ultimi 5 anni e ha dispensato il Galles dominandolo in ogni aspetto del gioco.

 

Le basi del gioco inglese sono quelle imprescindibili per una nazionale che fa del pragmatismo la sua arma migliore: rimessa laterale di altissimo livello, Lawes è cresciuto sia come giocatore che come leader di uno degli aspetti più tattici di una partita, la mischia chiusa ha garantito, anche dopo la perdita di Dan Cole, una piattaforma sufficientemente stabile per lanciare il gioco della linea arretrata.
Nel gioco moderno ormai i lanci del gioco più pericolosi partono da mischia ordinata dove 16 dei 30 giocatori totali delle due formazioni sono concentrati in un fazzoletto di terra, lasciando ai restanti ampi margini di manovra per rompere la linea del vantaggio e squilibrare i sistemi difensivi avversari. Al contrario la rimessa laterale è rimasta uno strumento di conquista del possesso, importantissimo da un punto di vista tattico, ma meno interessante da un punto di vista qualitativo perché tutte le difese tendono a concedere la conquista del lancio nei “blocchi” più avanzati dello schieramento per dare maggior tempo alla propria linea di difesa arretrata di salire e chiudere le opzioni all’attacco. L’equilibrio tattico è inoltre un punto di forza di Farrell, che gestisce quasi totalmente il gioco al piede. Danny Care si occupa dei “box kick” per liberare la pressione dai propri 30 metri soprattutto da rimessa laterale e il triangolo allargato formato da May, Nowell e Brown ha l’obiettivo di riportare l’ovale calciato dagli avversari sulla linea di metà campo il più velocemente possibile con corse “elettriche” imprevedibili per poi consentire al loro numero 10 di organizzare il gioco.

 

Solo durante brevi tratti della partita Brown è stato forzato a rimanere nel “ping pong” tattico dalla lunga gittata di Halfpenny, ma non appena ha potuto ha contrattaccato cercando spesso il centro del campo per “dividere” la difesa in due fronti e richiamare le ali gallesi sulla linea del vantaggio ed isolare il loro estremo, o in alternativa ha calciato degli “up and under” che ha cercato di recuperare.
Conquista efficace e sapiente gioco tattico hanno consentito all’Inghilterra di rimanere “alta” sul campo ma la vera chiave della ominazione inglese si chiama “conquista della linea del vantaggio”. Il gioco organizzato dallo staff del quindici della rosa è ossessivamente orientato a vincere costantemente l’avanzamento per linee verticali. Gli attaccanti inglesi si sparano come proiettili sul muro difensivo avversario per non concedergli l’avanzamento che metterebbe inesorabilmente gli attaccanti sul piede retrocedente. Questa attitudine al gioco “piatto” sulla linea del vantaggio permette nella maggior parte dei casi di vincere lo scontro “dell’ultimo metro”, come viene chiamato in gergo rugbistico, permettendo il dominio del punto di incontro e attraverso la ripetizione di più fasi l’arretramento e lo sbilanciamento della linea difensiva aprendo spazi su cui scatenare le gambe di Burrell e soci.

 

Molte volte si crede che il dominio del punto d’incontro venga vinto solo dai giocatori che devono “pulire” la ruck, in realtà la capacità di giocare piatti sulla linea del vantaggio toglie alla difesa la possibilità di guadagnare abbrivio da “scaricare” sul placcaggio e permette agli attaccanti inglesi di impostare la collisione con il giusto “momentum” mettendo i compagni in sostegno già sul piede avanzante. Invece di cercare dove siano gli spazi lasciati dalla difesa Farrell e compagni decidono di crearseli vincendo prima di tutto “l’ultimo metro” prima della collisione.
A tutto questo “percentage rugby” sempre presente nel DNA inglese aggiungeteci l’estro imprevedibile di May, Nowell e Brown ed eccovi servita una squadra che punta dritta dritta al tetto del mondo.

 

di Marco Bortolami

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