Gregariato saraceno: come la Champions Cup è tornata a Londra

Da Barritt a Koch, da Lozowski a Wray. Una vittoria costruita sul lavoro operaio dei volti meno noti

ph. Action Images via Reuters/Lee Smith

In tempi di Giro d’Italia, si rinnova quella che è una apologetica naturale di chi segue il ciclismo con una penna, o forse oggi una tastiera, a portata di mano, un grande classico del giornalismo sportivo: la poetica del gregariato.

Dalle parti della palla ovale, è un genere praticato a fasi alterne. Senz’altro questo è il momento giusto per addentrarvisi. La partita fra Saracens e Leinster che ha deciso la Champions Cup è stata infatti dapprima presentata come un titanico scontro fra i grandi nomi del rugby internazionale, arrivati a collidere nella sfida per il titolo europeo: Owen Farrell contro Johnny Sexton, Mako Vunipola contro Tadhg Furlong, Maro Itoje contro James Ryan e così via.

E invece la coppa è stata portata nel nord di Londra soprattutto grazie alla stupenda partita dei volti meno noti, dei giocatori meno alla ribalta sui palcoscenici del Test rugby. Non è stata, in fondo, una partita fra i 622 caps messi in campo dal XV dei dublinesi e i 462 dei Saracens. La chiave sono stati quei giocatori che magari qualche presenza internazionale l’avranno anche messa insieme, ma che sono ben lontani dall’essere i protagonisti di sempre. L’hanno fatta i club players. L’hanno fatta, insomma, i gregari.

Vincent Koch

Intorno alla mezz’ora succede qualcosa che ha il potenziale di influenzare la partita: Maro Itoje si becca un cartellino giallo ed entrambi i piloni, Mako Vunipola e Titi Lamositele, sono costretti ad uscire per infortunio proprio mentre si gioca una mischia a cinque metri dalla propria linea di meta. Dalla panchina si alzano Richard Barrington e Vincent Koch, e saranno buona parte del motivo per cui quel potenziale turning point viene sostanzialmente neutralizzato.

Per quanto riguarda chi scrive, Koch avrebbe meritato il titolo di man of the match quanto e più del capitano Brad Barritt. Il pilone sudafricano è un punto fermo della squadra di Mark McCall da diverso tempo, e solitamente uno dei titolari della formazione: ha giocato dall’inizio 6 delle 9 partite di Champions Cup di quest’anno e 13 delle 21 gare di Premiership. Praticamente, una sicurezza.

Nella finale si è trovato a giocare praticamente il ruolo del titolare, pur indossando la maglia numero 18, con un minutaggio difatti pari a circa 50 minuti. In quei 50 minuti Koch ha stabilito la propria superiorità in chiusa su Cian Healy e portato avanti un gran numero di palloni (9, secondo dati ESPN), facendo registrare un clean break e tre difensori battuti, una cifra esorbitante per un giocatore che riceve solitamente il pallone per andare a percuotere la linea difensiva in spazi ristretti. Sean Maitland, per dire, ha accumulato esattamente le stesse cifre in quelle due colonne statistiche.

Condite il tutto con 11 placcaggi e l’arroganza necessaria per calciare il pallone fuori dal campo a tempo scaduto, e avrete il miglior giocatore in campo della partita di sabato.

Brad Barritt e Alex Lozowski

La coppia di centri dei Saracens somma 31 caps internazionali, decisamente sbilanciati nei confronti del capitano del club, che ne ha raccolti 26 fra il 2012 e il 2015, scomparendo però dalle selezioni della nazionale inglese dopo la Rugby World Cup casalinga.

Primo centro noto per essere un difensore impavido, ruvido e senza paura, Barritt ha ricevuto il riconoscimento di uomo del match anche come testimonianza del ruolo di pietra angolare che costituisce per la propria squadra.

La sua partita è stata l’epitome delle sue caratteristiche di giocatore: 28 placcaggi realizzati, senza errori; 13 cariche palla in mano per guadagnare metri per i suoi.

Al suo fianco, Alex Lozowski è maturato come in pochi si sarebbero aspettati all’alba della sua carriera. Cresciuto nei Wasps come mediano di apertura (e corteggiato ai tempi dalla nazionale italiana), è stato a lungo il backup di Farrell in questi Saracens, prima di diventare un’opzione continuativa per occupare la posizione di secondo centro, dove unisce alle sue naturali doti di playmaking anche un fisico strutturato.

La crescita di rilevanza di Lozowski per la sua squadra si misura non tanto dai minuti disputati in Premiership, dove con i Saracens ha sempre trovato molto spazio, quanto dalla presenza in Champions Cup: dopo aver disputato da titolare solo 3 partite nelle scorse due stagioni, in questa ha giocato dall’inizio ben 6 volte in 9 incontri, sempre da numero 13.

A 25 anni Lozowski è ora un giocatore solido e completo, che ha compiuto un percorso di sviluppo che dice tantissimo delle capacità di massimizzare i talenti dei propri atleti da parte dei Saracens. A Newcastle, il numero 13 ha giocato 22 palloni, secondo solo alla coppia mediana e a Billy Vunipola, e ha messo a segno un placcaggio fondamentale su Jack Conan.

Jackson Wray

Facile giocare quando sei il figlio del presidente, vien da dire, prima di mordersi la lingua vedendo giocare un concentrato di furia agonistica come il biondo numero 7 dei rossoneri. Uno che in nazionale non è mai riuscito ad esordire, e rappresenta più di ogni altro il club player, quel giocatore fondamentale per la propria squadra nonostante la caratura non sia propria dell’internazionale. E sabato era l’unico del suo XV senza un cap.

Leggi anche: Leinster, quei tre momenti su cui recriminare

Cresciuto nella Academy dei Saracens, Wray è uno dei simboli del successo del club, capace di costruirsi in casa la maggior parte dei talenti e di assurgere al massimo livello prima inglese e poi europeo soprattutto grazie a questa forza, non scontata in un sistema economicamente potente come quello inglese.

A 28 anni, Wray ha celebrato i 10 anni di presenza tra le fila della prima squadra dei Saracens, scollinando anche le duecento apparizioni con il club. Sabato a Newcastle, peraltro zona natia del terza linea, che è di Sunderland, Wray ha messo in difficoltà gli avversari disturbando ogni possesso e portando avanti il pallone con efficacia. Suo l’avanzamento chiave, da metà campo fin dentro i 22 avversari, in occasione del sorpasso dei Saracens con il calcio di punizione di Farrell poco prima dell’ora di gioco.

Lorenzo Calamai

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