L’Italia Emergenti è arrivata al capolinea?

È arrivato il momento di riflettere sul serio sulla selezione azzurra e sulla sua utilità, visti (anche) gli ultimi risultati

italia emergenti

ph. World Rugby

Quando verrà discusso il futuro dell’Italia Emergenti, l’auspicio è che si tenga presente il secondo tempo giocato dalla selezione contro le Fiji Warriors nell’ultima giornata della Nations Cup 2018. A Las Piedras, è stato toccato forse il punto più basso degli ultimi anni per questa squadra, dimostrando come il suo assemblamento e la sua stessa esistenza meritino quantomeno una riflessione profonda.

A chi e a cosa serve una formazione incapace di dominare una nazionale B come quella figiana in doppia o addirittura tripla superiorità numerica? Che non riesce a sfruttare gli spazi allargati in tali situazioni, riducendosi a passaggi prevedibili o a uno contro uno individuali poco redditizi? Che non riesce a sviluppare un’azione offensiva degna di nota nel corso di tre partite? Che si limita a difendere e ad ancorarsi a mischia e maul, in un gioco che evolve verso altre direzioni?

Non serve ai singoli in procinto di passare nel Pro14, come avevamo provato ad ipotizzare prima del torneo; ma non serve di fatto nemmeno agli altri giocatori coinvolti, le cui chance di emergere non si creano e non si esauriscono nel giro di tre partite dall’altra parte del mondo a fine stagione, per una tournée che non sembra riesca ad agire in profondità nelle motivazioni di un gruppo.

Non serve ad un tecnico come Pasquale Presutti, pluri-scudettato, stimato e rispettato in Italia, che rischia di sporcare la propria reputazione; non serve al movimento italiano nel suo complesso, visto che la Emergenti non è un prodotto né appetibile né credibile nella sua ‘esportazione’. È difficile pensare, infine, che abbia una concreta utilità per la Federazione, vista la caratura degli avversari e la (non) visibilità mediatica.

Perché continuare a credere in una selezione del genere, dunque? Anche il concetto fondante dell’Italia Emergenti, del resto, sembra reggere su basi poco solide: se nella piramide italiana è già l’Eccellenza a rivestire un ruolo intermedio tra dilettantismo/giovanili e il Pro14, perché impegnare ulteriori risorse per una nazionale che fa solo da eco a quanto accade nel campionato nazionale?

L’impressione è che per ‘emergere’ sia sufficiente quest’ultimo agli occhi delle franchigie e di Conor O’Shea. Non si avverte la necessità di costruire un “All Star Team” dell’Eccellenza per poi dimostrare a Uruguay, Argentina XV e alle Fiji Warriors di (non) essere alla loro altezza, vuoi perché non si riesce creare il giusto amalgama in poche settimane, vuoi perché diventa difficile per qualsiasi allenatore dettare delle strategie efficaci per una squadra completamente diversa da quella allenata fino alle settimane precedenti.

Se poi l’intenzione è di testare gli atleti coinvolti “ad un livello più alto e ad un ritmo a cui non tutti sono abituati”, come dichiarava Carlo Orlandi nel 2016 in merito alla funzione della selezione, potrebbe essere utile ricorrere ad un’altra idea più pratica, illustrataci da Filippo Frati in questa intervista: “I giocatori della Nazionale e delle franchigie fanno gli stessi test in preparazione: perché non estenderli a tutti? Magari scopriamo che un’ala di San Donà o un pilone di Rovigo ha numeri interessanti”.

“Ci sono giocatori magari non sotto i radar, sfuggiti ala rete delle Accademie, oppure esplosi tardi a 24-25 anni. È anche un modo per non farli sentire esclusi a priori, anche perché siamo nella condizione di non poter permetterci di perdere nessuno. Servirebbe un maggior controllo da questo punto di vista”.

Questa Italia Emergenti, insomma, non fa altro che mettere l’Eccellenza davanti ad uno specchio e farla scoprire più povera di quanto non sia già (nonostante si siano intravisti alcuni segnali positivi nell’ultimo anno per certi aspetti). Amplifica i difetti più noti, come la scarsa comprensione del gioco nei singoli e la difficoltà nel prendere scelte coraggiose, ma non mette in mostra alcun pregio. In una parola, è controproducente.

Se non bastasse tutto questo, alla fine della fiera ci sono anche dei risultati a concretizzare i discorsi più astratti. E se i numeri arrivano in fondo all’articolo, è per sottolineare come non siano necessariamente la base di tutto e come ci siano argomenti più urgenti da analizzare. In ogni caso, le statistiche ci ricordano come l’Italia abbia vinto solo una partita (contro le Fiji) nelle ultime sei, dopo aver inanellato cinque sconfitte consecutive. E se almeno queste si evitassero?

Daniele Pansardi

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