A chi serve l’Italia Emergenti?

A livello collettivo è una selezione che può dire poco, ma alcuni singoli possono beneficiarne per le future esperienze in Pro14

giovanni pettinelli

ph. Massimiliano Carnabuci

La funzione e lo scopo dell’Italia Emergenti sono ben chiari già dal nome, in teoria: permettere ad un gruppo di giovani promesse impegnate in Eccellenza, con età indicativamente compresa tra i 21 e i 25 anni, di emergere dalla base più grande rappresentata dal torneo italiano.

Una nazionale per certi versi tautologica, perché di fatto non fa altro che riprendere concetti espressi nel corso della stagione dalla massima competizione nazionale. Non è un mistero che l’Eccellenza stia assumendo (e debba assumere, per com’è strutturato il movimento italiano) le sembianze di un campionato transitorio per gli atleti dalle potenzialità più interessanti, che possa aiutare questi ultimi a consolidare il proprio talento, misurarsi con gente più esperta e, per l’appunto, ad emergere.

Cosa fa la Emergenti in più? Raggruppa il miglior materiale umano e tecnico a disposizione (aggiungendo qualche ‘celtico’ ancora acerbo come Luus, Azzolini e Bronzini jr), gli mette contro tre avversari più o meno dello stesso livello e gli consente di giocarci contro nel giro di otto giorni dall’altra parte del mondo. Difficile, insomma, capire quanto sia effettivamente utile.

Da un altro punto di vista (quello che ci interessa in questo articolo per il momento), permette invece di visionare alcuni singoli più da vicino, di stringere l’obiettivo su determinati pregi e difetti di ciascun elemento e produrre valutazioni specifiche sul suo adattamento ad uno scenario diverso dal solito.

Un lavoro che in questo senso avrebbe una sua utilità, soprattutto (ma non solo) se legato a coloro destinati ad una franchigia e dunque al fatidico Alto Livello, in modo che gli staff tecnici di Benetton e Zebre possano usare le proprie competenze ad un livello ancor più dettagliato. In un sistema verticistico più responsabile e aperto al confronto rispetto al passato, almeno stando alle dichiarazioni dei protagonisti, è auspicabile che le cose vadano in questa direzione.

A livello collettivo, del resto, sarebbe difficile giudicare una squadra eterogenea assemblata in poco tempo, che il prossimo anno sarà inesorabilmente stravolta (dalla passata Nations Cup sono 19 su 28 i volti nuovi). Meglio puntare i riflettori sulle qualità di chi ha la possibilità di calcare le orme di Giammarioli e Minozzi nel 2017, ma anche di Giorgio Bronzini e Zani nel 2016; ovvero i giocatori che, dopo l’esperienza nella Emergenti e la prima stagione (o solo uno scorcio della stessa) in Pro14, sono riusciti a guadagnarsi una chiamata nella Nazionale maggiore, garantendo maggiore competitività interna.

– Leggi anche: i convocati per la Nations Cup 2018 dell’Italia Emergenti

Di chi stiamo parlando

La combinazione “talento a disposizione+carenza nel ruolo+possibilità di emergere” favorisce più di tutti Samuele Ortis, in particolare perché il veneziano è una seconda linea di razza come ve ne sono poche in Italia al momento. L’ormai ex Rovigo non è un corazziere (189cm per 108kg sono misure umane), ma ha dimostrato di essere un giocatore dall’impostazione moderna in giro per il campo, che ha contribuito a fare del Rovigo il pacchetto di mischia più efficiente dell’ultimo campionato.

Classe 1996, Ortis si è rivelato anche un’ottima risorsa per la squadra di McDonnell in rimessa laterale, diventandone l’uomo di riferimento per le chiamate sui lanci a favore e il principale pericolo per gli avversari. Per essere convocato da Conor O’Shea – che in generale sembra aver definito un gruppo allargato di giocatori verso il Mondiale – avrebbe bisogno di un impatto davvero notevole nei primi mesi alle Zebre, dove si contenderà il posto con Biagi, Krumov e Sisi.

Al Benetton Treviso, secondo diverse voci riportate dai media locali, dovrebbe invece trasferirsi Giovanni Pettinelli, attorno al quale vale la pena sottolineare una curiosità: è uno dei più nomi sempre usati da Conor O’Shea per riferirsi alle generazioni emergenti del rugby italiano, fin da una delle sue prime interviste nel maggio 2016.

Per il flanker veneziano non è stata una stagione facile a causa di un infortunio che lo ha tenuto fuori da fine ottobre per tre mesi e mezzo, ma da febbraio in poi il classe ’96 si è sempre ben distinto con la maglia del Calvisano, giocando sempre da titolare (e quasi sempre per ottanta minuti) tutte le partite più importanti del campionato.

Terza linea completo e senza reali punti deboli, in fase offensiva Brunello lo ha spesso usato come terminale offensivo sul lato debole per dare più ampiezza alla manovra del Calvisano. Un talento autentico su cui è pressoché impossibile non puntare con decisione, ma per un posto in Nazionale la strada è già congestionata. E non per demeriti suoi.

L’altro potenziale azzurro del futuro è Marco Zanon, lui sì ufficialmente diventato un nuovo giocatore del Benetton Treviso dopo gli scorsi mesi da permit player. Classe 1997, il centro impegnato a Mogliano nelle ultime quattro stagioni è uno dei trequarti più brillanti prodotti in Italia di recente, dotato di un’ottima accelerazione a cui unisce linee di corsa non scontate.

Tra i centri l’Italia non brilla per capacità di creare break o battere difensori nell’uno contro uno, se si escludono Morisi e Campagnaro. Al Benetton, oltre alla concorrenza del milanese, Zanon dovrà cercare di mettersi alle spalle anche Sgarbi, Benvenuti, Iannone e Brex, ma nelle brevi apparizioni in maglia biancoverde della passata stagione il 21enne ha lanciato segnali incoraggianti sul suo futuro adattamento alla realtà celtica. Riassumendo, è uno di quei giocatori nati per esprimersi ad un certo livello. Magari anche in Nazionale.

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