Il post eliminazione in Irlanda: un’analisi tecnica con la mente al 2019

IRFU in silenzio, mentre editorialisti ed ex giocatori invitano a seguire la tendenza al gioco offensivo emersa al Mondiale

ph. Sebastiano pessina

ph. Sebastiano pessina

DUBLINO – L’Irlanda sta vivendo un post mondiale molto simile a quello italiano, perché se gli azzurri ancora una volta non hanno raggiunto i quarti di finale, i verdi hanno lo stesso rapporto con le semifinali: ogni volta sono l’obiettivo ma non le hanno mai raggiunte. Interessante dunque vedere come gli addetti ai lavori dell’isola di smeraldo stanno analizzando il torneo e guardando al futuro.
La prima differenza riguarda la federazione: ancora non ha parlato ed è probabile che non lo faccia. Silenzio significativo, se si considera che  la IRFU al momento è la favorita a organizzare il mondiale 2023 insieme al Sudafrica. Chi chiede commenti pubblici, come Murray Kinsella su the42.ie, invita a parlare Joe Schmidt, non i vertici federali. Intorno a lui, editorialisti, ex-giocatori e tecnici usano tutti lo stesso metodo: si confrontano le tendenze tecniche emerse nella coppa del mondo ancora in corso con l’attuale organizzazione federale.

 

Uno degli artcoli più letti in questi giorni è quello che Gordon D’Arcy, per tanti anni centro di Leinster e nazionale insieme a Brian O’Driscoll, ha scritto per l‘Irish Times: “L’Argentina non prova a giocare come gli All Blacks, gioca come gli All Blacks – scrive D’Arcy -. Per farlo dobbiamo cambiare il modo in cui il rugby viene allenato in questo paese, proprio come hanno fatto loro… Il punto è che loro (gli All Blacks, ndr) hanno un giocatore del talento e della personalità di Paul O’Connell in ogni generazione, mentre da noi è una cosa unica. Un diverso modo di affrontare il problema è fare di Joe Schmidt il responsabile di analisi e organizzazione del rugby fin dalla base. Ha già vinto due Sei Nazioni e ci ha portato a un quarto di finale di Coppa del Mondo, cosa che lo lascia nella posizione ideale per creare strutture dove la prossima ondata di giocatori siano meglio allenati fin da una più giovane età. Abbiamo bisogno di persone che passino meglio, calcino meglio e prendano decisioni migliori durante le partite. Sappiamo già come trasformarli in atleti, ma troppi 18 e 19 enni imparano tecniche di passaggio che dovrebbero conoscere da quando hanno 14 o 15 anni. Si può dire che sono un sognatore , ma sarebbe il miglior denaro mai speso dalla IRFU, perché innalzerebbe gli standard di allenamento in tutti i club del Paese, abbassando l’età in cui gli adolescenti sono esposti a metodi di allenamento di alto livello. Abbiamo visto passatori eccezionali come Nicolas Sanchez e Juan Martin Hernandez domenica scorsa a Cardiff. Il miglior passatore in Irlanda in questo momento è Noel Reid, che ai mondiali non c’è neanche andato”.

 

Sul sito della televisione pubblica RTÉ Brendan Cole parla del gioco offensivo da un angolo appena diverso: “Abbiamo visto i piloni neozelandesi eseguire dei passaggi che fino a pochi anni fa vedevamo fare solo ai migliori centri o aperture. Questo tipo di passaggi sono ormai una competenza di base”. Cole tira in ballo Brian O’Driscoll: “Con lui l’Irlanda ha creato pochi anni fa il più talentuoso e innovativo passatore degli ultimi 15 anni. Il messaggio di questo torneo per il rugby irlandese è che invece che considerare BOD una sorta di mago con delle capacità che non vedremo mai più, dobbiamo prenderlo come modello del giocatore da creare. Ai giovani non si deve insegnare a sbattere più forte possibile contro i placcaggi ma a correre le linee di sostegno al meglio e a eseguire i bellissimi passaggi creativi visti al mondiale in queste settimane”.

 

Sempre su RTÉ, Tadhg Peavoy fa notare a Joe Schmidt e al suo staff che “dovranno produrre un rugby capace di rompere la linea avversaria più spesso di quanto fatto finora. Per vincere un mondiale ci vogliono 31 titolari e l’Irlanda è adesso lontana da questo, come la partita con l’Argentina ha dimostrato”. Guardando al futuro Tadhg Peavoy ricorda che adesso la federazione deve prendere una decisione su Ian Madigan: “Ha bisogno di giocare con continuità a livello di provincia. Ha fatto la riserva a Gopperth per due stagioni e adesso sembra destinato a fare lo stesso col ritorno di Sexton. La IRFU deve decidere se il meglio per lui non è piuttosto andare a fare il titolare in un’altra provincia irlandese o magari fare un paio di stagioni in Francia o Inghilterra”.
Sempre su Madigan, Kinsella fa notare che contro l’Italia nel 6 nazioni 2015 gli fu preferito Ian Keatley, poi mai davvero in corsa per entrare nel 31 mondiale.
Peavoy infine ricorda che “il successo parte sempre dal fallimento” e fa l’elenco di giovani talenti che fra quattro anni saranno in grado di dare il meglio: Jack McGrath (26 anni), Marty Moore (24), Iain Henderson (23), Peter O’Mahony (26), Jordi Murphy (24), Tommy O’Donnell (28), Jack Conan (23), Kieran Marmion (23), Ian Madigan (26), Robbie Henshaw (22) e Stuart Olding (22). Magari potessimo stilare in Italia un elenco così.

 

di Damiano Vezzosi

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