Speciale Rugby World Cup: 10 domande a David Humphreys

Marco Bortolami intervista in esclusiva per OnRugby il 72 caps irlandese, bandiera dell’Ulster, oggi alla guida del Gloucester

ph Action Images / Ian Smith

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Il protagonista dell’intervista di oggi è un monumento del rugby irlandese. Nato e cresciuto a Belfast è stato per tutta la sua carriera una delle bandiere della provincia di Ulster. Ha vestito per 72 volte la maglia della nazionale del trifoglio e partecipato a due Coppe del Mondo. Apprezzato come uno dei giocatori più tecnici e intelligenti della sua epoca, dal 2008 (data della sua ultima partita) si è dedicato, grazie alla sua esperienza e competenza, a trasformare la squadra della sua città in una delle protagoniste della scena europea.
Di recente si è trasferito a Gloucester per raccogliere la sfida della Premiership inglese come director of rugby di uno dei club con più tradizione e seguito di tutta l’Inghilterra. Attraverso le parole di David Humphreys cercheremo di capire come un club professionistico è organizzato e quali sfide deve affrontare la figura del director of rugby nell’epoca moderna.

 

David, quali sono i tuoi ricordi della Coppa del Mondo e avresti mai immaginato da ragazzo di rappresentare la tua nazione per ben due volte sul massimo palcoscenico mondiale?
I miei unici ricordi della prima Coppa del Mondo del 1987 sono le immagini dell’Haka degli All Blacks e di David Kirk mentre sollevava al cielo il trofeo. Nel 1991, invece, quando il quarto di finale della Coppa venne giocato a Dublino, mi trovavo sugli spalti del leggendario Lansdowne Road e non dimenticherò mai l’atmosfera di quando Gordon Hamilton segnò la meta che tutti noi pensavamo ci consentisse di battere l’Australia… sfortunatamente Michael Lynagh rovinò quel momento, marcando allo scadere e così regalando alla sua squadra il passaggio alla semifinale.
Da ragazzo ero molto più appassionato di calcio e sognavo di poter giocare per l’Irlanda del Nord alla Coppa del Mondo di football, per cui non avrei mai immaginato di avere l’opportunità di rappresentare l’Irlanda del rugby e men che meno di partecipare a due Coppe del Mondo!

 

Quali sono i tuoi migliori ricordi della Coppa del Mondo da giocatore e quali i momenti più difficili?
L’Irlanda non ha mai avuto dei grandi trascorsi alla Coppa del Mondo e uno dei momenti può duri della mia carriera è stato perdere contro l’Argentina per 28 a 24 a Lens nel 1999. Con un potenziale quarto di finale da giocare in casa contro la Francia, gettammo al vento numerose opportunità di segnare la marcatura decisiva, anche se va dato atto all’Argentina di aver organizzato una difesa magnifica nel finale di quel match.
Nonostante non sia mai riuscito a superare i quarti di finale, partecipare a due Coppe del Mondo è stata un’esperienza straordinaria, specialmente in occasione dell’edizione del 2003 in Australia.

 

Credi che l’Irlanda possa vincere la prossima Coppa del mondo e quali pensi siano le cose che debba migliorare per raggiungere questo obiettivo?
I recenti risultati che l’hanno vista battere Australia, Sudafrica, Francia e Inghilterra suggeriscono che l’Irlanda è in una buona posizione per puntare alla Coppa del Mondo. Ha uno staff di allenatori di assoluto livello, ha giocatori di esperienza lungo tutta la “spina dorsale” della squadra e ha allargato la base di selezione per quasi tutti i ruoli. Per arrivare a vincere la Coppa del Mondo dovrà essere abbastanza fortunata da evitare infortuni ai giocatori chiave, sviluppare un po’ più di pericolosità in attacco e infine evitare gli All Blacks…!

 

Chi sono i tuoi favoriti per la vittoria finale della Coppa del Mondo e perché?
Oltre all’Irlanda di cui ho parlato tenendo conto di quanto ho imparato in questi anni della forza e della dimensione del movimento del rugby inglese, credo che il vantaggio di giocare in casa possa essere un fattore determinante a favore dell’Inghilterra, soprattutto se riusciranno a guadagnare un po’ di vantaggio nei primi match della competizione.
Premesso tutto ciò, se gli All Blacks arriveranno in piena forma e senza infortuni alle fasi finali è difficile immaginare che qualcuno possa batterli.

 

Il rugby sta cambiando molto velocemente da un punto di vista tecnico, ma anche da un punto di vista attitudinale, cosa pensi delle nuove generazioni di giocatori e quanto importante pensi sia per loro capire che il duro lavoro è l’unica strada che porta al successo?
Un fattore che non cambierà mai nel rugby è che le squadre di successo saranno sempre composte da individui di qualità superiore dentro e fuori il campo. La grande sfida che noi allenatori abbiamo è quella di assicurarci che i giovani talenti delle accademie capiscano l’importanza del lavoro duro e dei sacrifici che sono necessari per diventare dei giocatori di rugby professionisti internazionali.
L’esempio dato ogni giorno sui campi di allenamento dai giocatori più esperti è il miglior modo per influenzare il comportamento dei giovani talenti.

 

Da ciò che dici si deduce che l’ambiente è molto importante; molte volte, invece, si pensa che una squadra debba ottenere dei risultati significativi a prescindere dalle condizioni di lavoro. Quanto conta per un club tutta l’organizzazione che sta al di fuori del campo per vincere sul terreno di gioco e quanto è rilevante la disciplina anche fuori dal campo per costruire la giusta mentalità?
Noi lavoriamo con una semplice filosofia: talento + ambiente = prestazione. Se riusciamo a reclutare e formare giocatori di talento nel giusto ambiente, le prestazioni miglioreranno inevitabilmente; e, anche se lavoriamo tutti in un sistema che ci giudica in base ai risultati, è molto difficile creare una squadra vincente senza le giuste fondamenta che penetrino lungo tutta l’organizzazione professionistica.
A Gloucester abbiamo delle strutture di allenamento di livello assoluto, un eccellente staff di allenatori, medici, fisioterapisti, preparatori atletici, analisti e di Academy che crediamo mettano in condizione i nostri giocatori di raggiungere il successo sul campo.

 

Ulster è diventa una delle migliori provincie europee e Gloucester uno dei migliori club inglesi, quali sono le prime cose che introduci o rafforzi quando inizi a lavorare in una nuova realtà?
Avendo vissuto la realtà della provincia di Ulster per più di vent’anni, prima come giocatore e poi da dirigente, ho conosciuto moltissimi allenatori e ognuno di loro aveva le proprie idee e le teorie più disparate su come raggiungere il successo a livello di rugby professionistico. La scorsa estate a Gloucester i cambiamenti sono stati a dir poco eccezionali con 26 nuovi giocatori, uno staff di allenatori e dirigenti completamente nuovo che ha preso forma durante la prestagione, è stata una situazione così critica che spero di non doverla più sperimentare in futuro… il lavoro della scorsa estate ha avuto soprattutto l’obiettivo di instaurare un sistema di lavoro comune, di formulare delle regole di gruppo che coinvolgessero tutta l’organizzazione professionale e di dare una chiara filosofia di rugby ai giocatori prima che il campionato iniziasse.

 

Reclutare il giusto gruppo di persone è di fondamentale importanza per raggiungere il successo; come valuti, in una scala di valori, qualità come il talento, la personalità e l’esperienza di ogni singolo individuo?
Il più grande fattore di successo in qualsiasi ambito sportivo e professionale è il reclutamento e la conservazione di individui di alta qualità.
Nel creare un ambiente di assoluto livello di prestazione, quello che un giocatore o membro dello staff riesce a offrire fuori dal campo è tanto importante quanto le abilità tecniche e fisiche che esprime sul terreno di gioco.

 

La prossima Coppa del Mondo si terrà in Inghilterra, come sta lavorando il club per affrontare e beneficiare di questo straordinario evento?
Ci saranno molti benefici per il club e per la città di Gloucester. L’economia della zona beneficerà in maniera considerevole dall’afflusso di visitatori e il Gloucester Rugby avrà enormi vantaggi dai quattro match che verranno giocati a Kingsholm perché acquisirà una visibilità planetaria. I miglioramenti apportati allo stadio saranno dei benefici a lungo termine, per esempio verrà potenziato l’impianto di illuminazione, migliorate le strutture per i media, il terreno di gioco verrà rifatto completamente e la capacità delle tribune leggermente aumentata.
La cosa fondamentale per noi, però, sarà quella di interessare il più alto numero possibile di ragazzi di quest’area per farli giocare a rugby e d’incrementare al massimo l’interesse che c’è attorno al rugby per attirare più spettatori alle partite del Gloucester a Kingsholm.

 

Per un capitano le priorità sono quelle di essere di esempio per i propri compagni e di motivarli giornalmente a dare il meglio di sé; in cosa consiste il ruolo di director of rugby di un club e come fai a gestire il rapporto tra controllo e fiducia negli altri?
Le priorità di un director of rugby fuori dal campo sono molto simili a quelle di un capitano sul campo. I buoni leader devono promuovere altissimi standard, grandi ambizioni e forte determinazione in ogni cosa che fanno, oltre ad avere una chiara comprensione di quali siano le componenti chiave che portano a un incremento di prestazione lungo tutta l’organizzazione.
Costruire e rafforzare la fiducia tra compagni di squadra e membri dello staff richiede tempo, ma se l’ambiente di lavoro si basa su standard di assoluto livello e fa sentire ogni persona valorizzata, indipendentemente dal suo ruolo, il lavoro di gruppo può diventare il punto di forza più importante nel conseguire poi il successo sul campo.

 

di Marco Bortolami

 

Leggi 10 domande a Jonny Wilkinson – Clive Woodward – Lawrence Dallaglio – Eddie Jones – Thierry Dusautoir – Paul O’Connell – Bryan Habana

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  1. socceria 17 giugno 2015, 12:53

    Sempre belle le interviste di Marco è….però a me sembra sempre che gli danno delle mezze risposte…

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