Quando Cardiff mise uno zero di troppo

Quattro categorie di differenza, nel rugby, rischiano di essere un abisso. A volte però, forse, bisognerebbe farle pesare solamente in campo

Quando Cardiff mise uno zero di troppo - Arms Park

Quando Cardiff mise uno zero di troppo – Arms Park (ph. Sebastiano Pessina)

La Swalec Cup è la più antica competizione rugbistica per club in Galles. Non ci sono gironi, non ci sono teste di serie, le big affrontano la competizione fin dal primo turno eliminatorio. Cardiff, nel 1993, al quarto turno ospita il St Peter’s RFC, squadra di quarta categoria, ed è sicura di vincere. Non andrà esattamente così.

Se prima di arrivare all’Arms Park il più ottimista dei nostri diceva che perdere di venti punti sarebbe stata una mezza vittoria, quando l’autobus mise nel mirino lo stadio nessuno di noi ebbe più dubbi.

“Ragazzi, questa gliela dobbiamo far pagare”.

Qualcuno dei manutentori dello stadio di Cardiff aveva ritenuto necessario aggiungere uno 0 al tabellone elettronico vicino al nome dei padroni di casa. Tre zeri contro i due che affiancavano il nostro. I risultati ottenuti nel loro cammino in Coppa non davano loro del tutto torto: contro i Plymouth Albion ne avevano segnati 107. Noi del St. Peter’s, dopotutto, eravamo quartultimi nella quarta serie gallese. Ci stava, nella loro ottica, un ragionamento del genere.

Non per questo, però, la cosa ci dava meno fastidio.

Né, ovviamente, avremmo venduto meno cara la pelle. E quando ci sarebbe ricapitato di affrontare una squadra del genere? D’altronde la Swalec Cup una volta all’anno regala il sogno, per noi squadre dei campionati minori, di poter affrontare almeno una volta nella vita giocatori che al massimo avremmo visto in TV o allo stadio mentre si giocavano il 6 Nazioni o una Coppa del Mondo. Quest’anno è capitato a noi andare all’Arms Park, tempio nel quale eravamo soliti varcare l’ingresso muniti di biglietto e che, questa volta, ci avrebbe quantomeno offerto qualche birra e due chiacchiere con i nostri miti nel terzo tempo.

Prima, però, c’è una partita di giocare. E noi avevamo una tattica vecchia come la palla ovale: rallentare il gioco in tutte le maniere conosciute, anche con quelle che di solito nei manuali di rugby non ci sono. Poi, se nel caso dovessimo avere la possibilità, piazzare tutto il piazzabile. Magari servirà a poco, ma chissà.

Cardiff contro di noi lascia fuori alcune delle sue pedine più importanti. Non ce la prendiamo più di tanto, d’altronde il loro obiettivo stagionale non è battere il St. Peter’s RFC. Resta in panchina per esempio Adrian Davies, mediano d’apertura della nazionale gallese. Al suo posto gioca Geraint Lewis, che collezionerà una quindicina di caps con la maglia dei Dragoni, ma è un flanker e i piedi forse se li è visti l’ultima volta prima della caduta del Muro di Berlino.

Cambia poco, per carità, anche perché a dirla tutta nessuno di loro sembra avere l’intenzione di usare i piedi: ogni calcio di punizione che l’arbitro fischia a loro favore lo giocano subito alla mano, evidentemente vogliono sfruttare di questi ottanta minuti come se fossero un buon allenamento. Non un grande allenamento, ad essere onesti: sbagliano passaggi, commettono errori che ai livelli a cui sono abituati di solito non commetterebbero, la concentrazione l’hanno lasciata negli spogliatoi. E quei tre zeri sul tabellone non si degnano di lasciar posto ad altri numeri.

E noi?

L’abbiamo detto, siamo carichi. Sappiamo che prima o poi metteranno la freccia e ci sommergeranno di punti, ma finché ne abbiamo teniamo. E, appena riusciamo, mandiamo tra i pali due calci di punizione. Il tempo passa, loro provano a sorprenderci a tutto campo, ma alla fine del primo tempo siamo in vantaggio per 6 a 0. Non c’è così tanto pubblico all’Arms Park, non siamo certo i protagonisti di una partita di cartello e il gennaio gallese non è cosa per tutti. Quelli che però hanno sfidato il freddo che ti penetra nelle ossa, molto probabilmente, pensavano di dover soffrire solamente dal punto di vista climatico.

Non credo l’abbiano presa bene quando Snook, la nostra ala destra, ha varcato la linea di meta ad inizio ripresa. Lo prendiamo in giro ad ogni rimpatriata, perché prima, durante e dopo quella partita ha sempre lavorato per le British Airways, ma mai come quel giorno lo abbiamo visto spiccare il volo. Tredici a zero, i ragazzi di Cardiff cominciano a guardarsi negli occhi.

Alec Evans, che a fine partita dichiarerà che noi abbiamo giocato sporco e rallentato più volte e fallosamente il gioco, decide di fare una sostituzione e manda a scaldare Adrian Davies. Non lo può fare, ci diciamo, dopotutto nel 1993 il rugby non prevede cambi tattici e chi è in panchina può entrare in campo solamente in caso di infortuni dei titolari.
Sta di fatto però che giro di due minuti Geraint Lewis rimane a terra.

Il medico sociale dichiara che non può continuare a giocare, e allora Davies può entrare.

Mai nella nostra carriera avevamo visto un allenatore con delle doti di preveggenza così spiccate.

Con un numero 10 propriamente detto in campo Cardiff cambia tattica e, appena può, piazza per accorciare. Due calci loro, uno noi, un altro per loro: 16 a 9 e mancano dieci minuti al termine. La partita, vuoi per un campo non esattamente bellissimo, vuoi perché la posta è ancora inaspettatamente in palio, diventa una lotta senza quartiere: loro hanno capito che il terzo zero non lo smuoveranno più, ma un risultato diverso dalla vittoria contro una squadra di dilettanti che boccheggiano in quarta serie non sarebbe digeribile nemmeno dopo una cisterna di Brains.

Segnano una meta, ma Davies sbaglia la trasformazione, siamo ancora avanti noi, questa volta di due punti. Siamo stanchi, non ci reggiamo più in piedi, e questa volta a loro basta anche solamente un calcio per passare a condurre.
Il tempo, in campo, sembra non passare più. Anche perché l’arbitro si deve essere convinto che la partita finirà quando i nostri avversari riusciranno a segnare ancora, cosa che negli ottanta minuti non succederà. E allora si va avanti, con Davies che si guadagna un calcio quando i minuti sono quasi novanta.

Lo sappiamo tutti che quell’ovale entrerà e l’arbitro fischierà tre volte, non può finire diversamente. Anche perché Davies è forte, è uno abituato a segnare caterve di punti in Europa e al Cinque Nazioni. Mai avremmo immaginato, però, di tifare contro al numero 10 della nostra Nazionale, ad uno che fra meno di un mese difenderà i nostri colori e che ritorneremo a guardare alla TV.

E mai avremmo immaginato di essere così contenti di fronte ad un suo brutto calcio, perché la palla non entra e l’arbitro non ha nessuna intenzione di fischiare la fine. Si susseguono altri minuti di placcaggi, di corse a perdifiato e di cuori che si fermano, perché Davies prova anche un drop che, per nostra fortuna, rimbalza malissimo.

L’arbitro guarda l’orologio e fischia la fine. Il St. Peter’s RFC ha espugnato l’Arms Park. Qualcuno applaude, i nostri avversari hanno tutta l’aria di chi vorrebbe essere altrove, quantomeno a distanza siderale dai rimbrotti di Alex Evans.
Noi, da quella sera, ogni anno organizziamo una rimpatriata in clubhouse. Si mangia, si beve, ci si racconta le proprie vite, si beve ancora.

Poi qualcuno puntualmente estrae una VHS. La registrazione della partita.
Pazienza se oggi ci sono chiavette USB e altri supporti, noi abbiamo anche il videoregistratore e ce la guardiamo da lì.

L’hanno fatta i video analyst di Cardiff, desiderosi di riprendere i propri giocatori per confrontare e schematizzare in un secondo momento le azioni di gioco. Uno di loro incrociò uno di noi a fine partita e ci chiese se volevamo tenere noi il nastro della partita, altrimenti sarebbe stato cestinato in fretta e furia.

E finisce ogni volta che ci si prende tutti in giro: peri capelli, per i chili, per le rughe. E Snook può dire quello che vuole, il volo che ha fatto quel giorno in cambio di qualche birra nel terzo tempo alle British Airways non l’ha mai più fatto, nemmeno a pagamento. Tutti ridiamo, tutti beviamo.

E una pinta, puntualmente, va ai manutentori del tabellone dell’Arms Park, mai più visto a tre cifre.
Senza di loro, forse, tutto questo non sarebbe mai accaduto.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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