Champions Cup: Benetton-Northampton, note a margine

Considerazioni sparse sulla partita di sabato a Monigo: un dramma in tre atti che lascia ai Leoni tanto amaro in bocca

ph. Ettore Griffoni

La battaglia di Champions Cup di sabato pomeriggio a Monigo è stata un grande dramma europeo in tre atti. Grande perché è stata una partita di livello altissimo, giocata da due squadre forti che si sono date affrontate alla pari per 85 minuti. Un dramma perché, purtroppo per i tifosi biancoverdi e per gli appassionati italiani in generale, l’incontro ha visto la squadra di casa finire dal lato sbagliato del tabellone, quello degli sconfitti.

Europeo, ovviamente per il contesto del torneo, e in tre atti per la natura dell’incontro: dal primo al trentacinquesimo minuto il Benetton è stato padrone della gara, dominandola in alcuni tratti con abbagliante valore; a cinque minuti dall’intervallo si è assistito al plot twist che ha totalmente cambiato le carte in tavola a un incontro che i Leoni guidavano 25 a 8, cioè il calcio di punizione comminato a Faiva che ha innescato l’offensiva dei Saints conclusasi con la meta di Reinach e il cartellino giallo a Steyn, innescando una lunga fase di sofferenza del Benetton e di predominio inglese, capace di portare il punteggio fino al 32-25 per gli ospiti; infine, negli ultimi dieci minuti, abbiamo assistito al terzo ed ultimo atto, una battaglia sul filo di lana incominciata quando i biancoverdi sono stati bravi ad approfittare di una delle poche opportunità della ripresa per pareggiare i conti a quota 32 e andare a giocarsi la partita nei minuti finali.

Come spesso sta succedendo al Benetton di quest’anno, aprendo un parallelismo con i risultati della stagione 2017/2018, manca l’ultimo centesimo per ottenere un euro da un pugno di monete. In quell’ultimo atto la squadra veneta ha prima sprecato l’occasione che le poteva permettere di portare a casa la partita e poi concesso il calcio di punizione che avrebbe consentito a Dan Biggar di mettere in cascina la vittoria per la sua squadra.

Duvenagecentrismo

I biancoverdi sono un squadra estremamente dipendente dal proprio mediano di mischia sudafricano, principale motore dell’azione offensiva. In fase di possesso nella propria metà campo, i palloni vengono quasi tutti utilizzati direttamente al piede, mentre quando ci si trova nel campo avversario la struttura di gioco del Benetton, infatti, prevede che la maggior parte dei palloni passino dagli avanti, serviti dal numero 9.

In questa ottica non sorprendono gli appena 13 palloni passati da Tommaso Allan nel corso degli ottanta minuti, dato che il primo playmaker dei veneti è proprio Duvenage. Le sue qualità di passaggio, ritmo, intensità ed esperienza lo rendono il giocatore fulcro del gioco e quello deputato a fare la differenza nello sfruttare al massimo l’immenso lavoro che si sobbarcano i primi 8 uomini. Alla linea arretrata è lasciato il compito di finalizzare solamente i palloni di alta qualità che possono essere portati all’esterno senza tanti fronzoli.

Le cose comunque non cambiano con l’ingresso di Tito Tebaldi, che seppure con uno stile di gioco un po’ diverso, riesce a mantenere alta la qualità espressa nel ruolo di comandante in capo che il mediano di mischia ha nel sistema di gioco del Benetton.

Restart

I problemi della squadra di Kieran Crowley da calcio d’inizio degli avversari stanno diventando atavici. Solo due settimane or sono un calcio di rinvio perso a tempo oramai scaduto ha consentito agli Scarlets di portare a casa la partita di Pro14 a tempo scaduto. Contro i Saints solo due dei restart del gioco effettuati dagli ospiti sono rimasti in controllo del Benetton: anche quando i padroni di casa sono riusciti a controllare il possesso, lo hanno poi perso nella fase immediatamente successiva.

E’ successo a Giovanni Pettinelli subito dopo la prima meta di Faiva, e da quell’errore è poi scaturita la meta del momentaneo 7-8, è successo ad Hame Faiva in occasione di quello che in apertura abbiamo chiamato il plot twist, il momento che ha ribaltato gli equilibri della partita al 35′. Due occasioni in cui il Benetton si è portato la pressione degli avversari addosso immediatamente dopo una propria marcatura.

Juan Ignacio Brex 

Il titolo di man of the match dell’incontro è andato a Cobus Reinach, il mediano di mischia di Northampton, ma il centro argentino del Benetton ha disputato una gara che avrebbe altrettanto meritato la palma di migliore in campo. Secondo miglior placcatore della sua squadra per numero di interventi, il numero 13 biancoverde ha giocato una partita che ne ha esaltato le peculiarità difensive, capace com’è di mettere immediatamente a terra l’avversario con placcaggi tranciati alle ginocchia, spesso e volentieri in avanzamento grazie all’ottima lettura dei tempi di volo del pallone e di salita difensiva. Il tutto coronato anche dalle pregevoli gesta della sua marcatura personale, quando ha prima aperto il placcaggio di un fragile Hutchinson, e poi mandato al bar l’estremo Furbank, troppo frettoloso nell’andare a marcare il possibile ricevitore di un eventuale passaggio.

Con la prestazione di sabato, Brex si candida a vestire a breve la maglia azzurra. Certo, il suo valore viene esaltato da quanto gli viene richiesto di fare nel Benetton: tirare giù la saracinesca in difesa e caricare a testa bassa in fase offensiva, i due aspetti per cui si distingue il nativo di Buenos Aires. In generale, i biancoverdi tendono a costruire poco gioco attraverso la cerniera dei centri, dediti soprattutto ad un lavoro di appoggio al pacchetto degli avanti con percussioni e sostegni. Benvenuti e Brex hanno messo a segno un totale di due passaggi su un totale di 7 palloni ricevuti.

Negli Azzurri, al netto del piano di gioco che vorrà portare Franco Smith, le richieste fatte al numero 13 sono spesso più elaborate di tutto questo, ma aumentare la concorrenza ad una maglia finora (meritatamente) appannaggio di Michele Campagnaro non può che essere un fattore positivo per alzare il livello della squadra nazionale.

Il valore di Northampton 

La sconfitta è assai amara. Il Benetton ha sprecato un vantaggio di 17 punti, ha riacciuffato la partita nel finale, ha avuto l’occasione per rivincerla e infine l’ha persa. Ci sono stati momenti esaltanti e momenti di quasi blackout, fra cui la pessima difesa sulla quarta meta dei Saints, quella del provvisorio sorpasso, ottenuta da mischia chiusa a metà campo, e la mancata salita del muro difensivo dopo il calcio nel box di Duvenage in occasione del presunto tagliafuori di Sleightholme, che avrebbe poi segnato.

Tuttavia non va dimenticato quanto forte sia questo Northampton: capolista della Premiership a pari merito con Bristol dopo 4 giornate, capace di battere Lione (capolista in Francia) con autorità in Champions, squadra quadrata, consolidata, ruvida ma con un alto tasso di talento. I Saints sono una brutta e ambiziosa gatta da pelare per chiunque, e la prossima giornata di coppa prevista per il fine settimana dell’8 dicembre ha in programma una sfida con Leinster fra le mura amiche di Franklin’s Gardens che è già da acquolina in bocca.

Decisioni arbitrali

Lo scozzese Mike Adamson è fischietto conosciuto al pubblico italiano per via della sua militanza nel Pro14, dove milita già da qualche stagione. Così come i giocatori si sviluppano e migliorano nel corso della propria carriera, anche gli arbitri affrontano un percorso di crescita che li porta ad alzare il proprio livello: è il caso di Adamson, che per la stragrande maggioranza della partita di sabato a Treviso ha offerto un arbitraggio solido e coerente, prendendo in maniera consistente decisioni corrette nei momenti complessi.

Sono state quattro le situazioni che potevano dare adito a controversie durante la partita: il cartellino giallo a Biggar, l’avanti volontario di Northampton che ha fruttato il 25-8, il tagliafuori di Sleightholme e infine l’avanti volontario di Tavuyara. In tutte queste circostanze Adamson, coadiuvato dal resto della squadra arbitrale ha preso le giuste decisioni, senza timore di ricorrere al TMO ma senza indulgere nell’utilizzo del medesimo e spiegando con precisione le sue scelte, come nel caso del presunto tagliafuori, quando effettivamente l’ala dei Saints ha corso mantenendo sempre una traiettoria dritta e quindi all’interno dei crismi regolamentari.

La sua prestazione è entrata nel mirino dei tifosi, però, per alcune sbavature che si sono accumulate nei due minuti conclusivi della partita: prima un calcio di punizione per tenuto fischiato in favore dei Saints, con il numero 6 Gibson in posizione dubbia, poi una spinta anticipata nella mischia che dà il via all’ultima azione dell’incontro, infine, e questo è l’errore più evidente e meno opinabile, un passaggio in avanti di Furbank a Collins sull’out di sinistra. In quest’ultima occasione, peraltro, difficile per Adamson prendere la decisione da lontano: fondamentale sarebbe stato l’apporto del guardalinee. Tre episodi critici, di cui solamente uno palesemente sbagliato, non rendono però la prestazione arbitrale un fallimento. Come sottolineato da Crowley e Allan nel dopogara: “L’arbitro ha deciso così e dobbiamo prenderne atto.”

Lorenzo Calamai

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