80° minuto: l’impatto di Monty Ioane sul Benetton

In Italia, negli ultimi anni, non avevamo mai visto un giocatore come l’ala australiana

monty ioane benetton rugby

La meta di Monty Ioane in Benetton-Dragons (ph. Ettore Griffoni)

Nuova puntata della rubrica dal titolo “80° minuto” curata da Flavio “Fuser” Fogliani, Cristiano Gobbi, Luca Mammoli e Nicola Riccetti di Italrugbystats, una pagina che parla del rugby italiano attraverso numeri e statistiche.
“80° minuto” è pensata come un approfondimento che utilizza i valori matematici espressi in campo per interpretare la storia della partita attraverso i numeri che la caratterizzano. 

In Italia, negli ultimi anni, non avevamo mai visto uno come Monty Ioane. L’australiano è arrivato al Benetton nel momento ideale, contribuendo in maniera significativa alla crescita e all’ascesa della squadra italiana ai vertici del Pro14. Ala esplosiva, rapida e potente sia in attacco sia in difesa, Ioane è diventato rapidamente un beniamino del pubblico trevigiano a Monigo: i ragazzi di Italrugbystats lo hanno intervistato, per ripercorrere l’ultima stagione del Benetton e in generale la sua esperienza fin qui in Italia.

L’ultima stagione è stata molto soddisfacente, con il quarto di finale e la nomina nel miglior XV del campionato, due prime volte per un club italiano. Quali sono state le tue sensazioni, sia a livello personale sia come parte del club?

A dire la verità sono stato molto sorpreso, non tanto per il quarto di finale, quanto per la mia nomination per il Dream Team. Penso che il merito e l’orgoglio di questo traguardo vada diviso con tutto il team: il mio lavoro in realtà è solo fare mete e questo può esistere solo se i miei compagni mi mettono in condizione di farlo. Questi traguardi dimostrano quanto di buono abbiamo fatto e il livello che abbiamo raggiunto come squadra in questa stagione.
Un grande ringraziamento va ai coach che hanno portato a compimento questo percorso. Dal canto mio, credo di essere arrivato nel momento ideale perché c’era già un’ottima base, e questo mi ha permesso di fare il mio lavoro nel migliore modo possibile.

Il Benetton Treviso è una squadra che fa del mantenimento del possesso e della gestione di ritmo e ampiezza le sue armi principale. Tu, Hayward e Tavuyara siete i giocatori che sembrano dare le uniche variazioni a questo ritmo, soprattutto quando la squadra non è molto efficace. A differenza degli altri trequarti esterni, tu però vieni coinvolto molto anche nelle ripartenze strette e in generale nella costruzione del gioco (sei il primo giocatore per numero di corse, 181, +26 su Ratuva, secondo). Ti piace questo ruolo nel sistema-Benetton, meno appariscente ma comunque fondamentale?

In realtà non penso che noi del triangolo allargato siamo l’unica alternativa al gioco multifase. È più che altro un discorso di coesistenza di due sistemi: per il mio modo di vedere non ci può essere una cosa senza l’altra, c’è bisogno che qualcuno faccia il lavoro sporco per permettere a qualcun altro di brillare.

È vero, ci sono giocatori che creano cose dal nulla, ma non si può basare una squadra e una stagione su questo. Personalmente, poi, non credo di essere uno di questi (magari Ratuva, ride, ndr), ma anche giocatori con queste caratteristiche non saranno in grado di risolvere i problemi di una squadra e vincere da soli, costantemente, tutte le partite, soprattutto con la preparazione difensiva del rugby attuale, che prima o poi riuscirà a trovare una soluzione per limitarli.

Al Benetton, i nostri avanti sono le fondamenta e la sala macchine della nostra squadra. Infatti, nonostante abbiamo trequarti di grande qualità, sono stati proprio i giocatori del pacchetto di mischia ad averci portato al quarto di finale. Siamo una squadra che adora avere il possesso, e per questo, insieme con lo staff, abbiamo pensato di poter implementare il mio gioco per permettere ai nostri giocatori davanti di tirare il fiato e poter essere ancora più efficaci durante tutta la partita. Quindi ho cercato di diventare utile anche battendo difensori intorno al breakdown, e non soltanto sulla fascia.

È il frutto di un percorso iniziato dal pensiero di voler aiutare i miei primi otto compagni, e rendermi il più utile possibile alla causa del Benetton.

Sei una delle principali armi offensive del Benetton, sia per le tue capacità nell’uno contro uno (sei primo per difensori battuti, 68, +20 su Tavuyara) sia per la capacità di mantenere la continuità offensiva con i ricicli (primo con 32). Pensi che in Italia, sia nella tattica sia nella formazione dei giocatori, si preferisca la componente tattico-difensiva ed è per questo che atleti fantasiosi ed elettrici come te (se si esclude Minozzi) non trovano facilmente la strada dell’alto livello?

Ogni ala, e in generale ogni giocatore, ha delle caratteristiche principali che lo definiscono molto più di altre. Io e Tavuyara, per esempio, siamo due ali differenti, ma anche io e Esposito, e cosi via. La mia principale caratteristica, o arma, è quella di battere difensori uno contro uno, mentre per esempio Angelo (Esposito, ndr), ha un ottimo gioco al piede, che nel rugby attuale è una skill molto importante per un trequarti esterno. Queste differenze devono essere sempre prese in considerazione quando cerchiamo di trovare il migliore game plan attorno. E da qui si vede anche la bravura di uno staff tecnico.

Il rugby italiano ha moltissimo materiale umano di grande qualità: quando guardo giocatori come Marco (Zanon), Luca (Sperandio), o Antonio (Rizzi), mi accorgo delle grandi potenzialità che ci sono in Italia, ma anche del grande impatto che il Benetton sta avendo sulla nazionale e sull’intero movimento, portando questi giocatori velocemente all’alto livello.

Se si prendono in considerazione soltanto le caratteristiche da sé, Luca (Sperandio) magari non sarà mai elettrico come Minozzi, ma vedendolo lavorare mi sono accorto che ha qualità incredibili, a livelli di ragazzi con cui giocavo in Nuova Zelanda. Sono pronto a scommettere che, se vorrà, sarà la next big thing del rugby italiano.  Per me le potenzialità del rugby italiano sono fuori discussione. Resta soltanto da vedere come verrà usato l’ enorme materiale a disposizione.

Sei il migliore tra i giocatori del triangolo allargato per numero di placcaggi fatti (78, +35 su Ratuva, secondo), ma non per percentuale di efficacia (77%, -13 da Esposito, primo, e -8 da Hayward, secondo). Come valuti questi dati?

In generale, le ali non vengono mai immaginate come i migliori difensori nella formazione, ma è un aspetto del mio gioco che sicuramente voglio migliorare. Il nostro game plan ci costringe a fare parecchi placcaggi, perché esasperiamo il tentativo di chiudere la larghezza del campo alla squadra avversaria, cercando di forzarli all’interno, ma quando riescono ad andare larghi siamo praticamente già in posizione, visto che portiamo le ali molto vicine alla linea dei trequarti.

In Nuova Zelanda si difende in modo molto diverso, ci insegnano a stare profondi per paura dei calci (come vediamo fare spesso agli All Blacks), mentre in Italia a noi ali viene chiesto di giocare più alti e di lasciare i calci per lo più all’estremo. Onestamente all’inizio è stato abbastanza difficile abituarmi, soprattutto nella prima stagione, perché per tutta la vita avevo giocato in un certo modo, e non ero sicuro di cosa lo staff mi stesse chiedendo.

Poi guardando i nostri risultati e le nostre statistiche difensive ho cominciato a vederne l’efficacia. Ma il passaggio chiave è stato sviluppare la mia comprensione tattica in questo modo di difendere, perché funziona soltanto se tutti sanno esattamente cosa fare, così alla fine della prima stagione ho lavorato molto sulla tattica difensiva e adesso mi sento molto più coinvolto.

Sei uno degli stranieri con il rendimento più alto di sempre in una squadra italiana. Da novembre 2020 diventeresti eleggibile per la nazionale italiana. È una cosa a cui hai pensato? Considerando che il gioco di Conor O’Shea è molto simile a quello di Crowley, pensi di poter avere, eventualmente, lo stesso impatto, oppure vedi delle differenze a cui dovresti abituarti?

Onestamente la mia priorità è di concentrarmi su quello che sto facendo adesso. È vero, potenzialmente potrei giocare per l’Italia, ma anche per Fiji, Samoa e Australia, ma se devo essere onesto il mio unico pensiero è la mia squadra e il Pro14, perché, se e quando arriverà la convocazione, sarà soltanto per quanto fatto con il Benetton.
Ovviamente l’idea di giocare a livello internazionale è sempre presente, anche nella mia famiglia: mio padre è un grande appassionato di rugby, e ha sempre desiderato che almeno uno dei suoi nove figli maschi (sono 12 tra fratelli e sorelle, ndr) riuscisse ad arrivare a questo livello.

Per quanto riguarda il gioco della nazionale italiana, cambiare game plan è sempre un rischio: ci sono un sacco di giocatori che giocano bene una-due stagione e poi in nazionale non riescono ad essere efficaci. In linea generale, per me credo sia valido quello che abbiamo detto anche prima: se venissi messo in condizione di giocare al massimo delle mie capacità e caratteristiche, potrei fare bene anche a livello internazionale.

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Le altre interviste di Italrugbystats:

– Marco Riccioni
– Renato Giammarioli
– Federico Ruzza
– Edoardo Padovani
Braam Steyn
– Mattia Bellini

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