80° minuto: la stagione del ritorno di Edoardo Padovani

Insieme al trequarti delle Zebre abbiamo analizzato la sua annata , che ha sancito la “risalita” sino alla nazionale

Edoardo Padovani – ItalRugbyStats

Nuova puntata della rubrica dal titolo “80° minuto” curata da Flavio “Fuser” Fogliani, Cristiano Gobbi, Luca Mammoli e Nicola Riccetti di italrugbystats, una pagina che parla del rugby italiano attraverso numeri e statistiche.
“80° minuto” è pensata come un approfondimento che utilizza i valori matematici espressi in campo per interpretare la storia della partita attraverso i numeri che la caratterizzano.

Edoardo Padovani, dopo un’annata in chiaroscuro, è tornato prepotentemente sul proscenio del rugby italiano, salendo di colpi in maglia zebrata, nel corso della stagione, e rivelandosi come uno dei giocatori azzurri più incisivi al Sei Nazioni 2019. Lo abbiamo raggiunto per commentare assieme a lui i numeri di valore che ha messo assieme, tra club e nazionale, negli ultimi 12 mesi.

Edoardo, ci piacerebbe sapere la tua opinione sull’annata delle Zebre. Cosa non è andato per il meglio? Perché non siete riusciti a replicare la passata stagione? Per quanto riguarda invece le tue prestazioni individuali, sei tornato ad un livello di continuità e rendimento alti. Sei felice della tua stagione?

Sì, è vero. Purtroppo quest’anno non abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo posti, in termini di risultati. Quello però che abbiamo raggiunto, e che ritengo veramente importante, è la consapevolezza di potercela giocare con tutti. In aggiunta, nonostante non mi piaccia parlare degli infortuni, perché purtroppo il nostro sport, più di tanti altri, è fatto anche di questo, soprattutto considerando il livello di estrema fisicità raggiunta nei massimi campionati europei, non possiamo non considerare come quest’anno siamo stati davvero sfortunati. Personalmente sono contento della stagione, ovviamente allo stesso tempo sono consapevole e sicuro che si possa sempre fare meglio. Nel mio bilancio considero soprattutto la reazione che ho avuto, visto che arrivavo da un anno davvero complicato. Mi sono concentrato completamente sul lavoro e alla fine questo atteggiamento mi ha ripagato. Ora l’importante è cercare di continuare a migliorarsi ogni giorno, considerando questo stato di forma ritrovato più un punto di partenza che uno di arrivo.

Alle Zebre giocate un rugby molto ampio, con molti passaggi. Tu sei il trequarti, mediani a parte, che fa più passaggi di tutti (6.8 a partita). Sono numeri casuali, legati al tuo istinto in campo e alla tua sensibilità individuale, oppure c’è una volontà precisa di metterti in mezzo al gioco per prendere decisioni? Se si, ti piace, pur partendo da più distante dalla linea, poter influire sulle decisioni di sviluppo del gioco?

Diciamo un misto di queste due cose. Quando sono stato spostato ad estremo, l’obiettivo era quello di avere un doppio playmaker in campo e in questo ruolo ho trovato la mia dimensione perché, oltre all’organizzazione e al decision-making, ho anche libertà di poter attaccare negli spazi larghi, esplorando così i due punti forti del mio modo di giocare a rugby.

A Parma, sei (escludendo D’Onofrio che ha giocato una sola partita) il giocatore che corre più metri per partita (+4,7 su Balekana, secondo), ma sei soltanto quarto per clean breaks (1.0, -.8 da Giammarioli, primo, -.4 da Balekana, secondo e -.1 da Violi, terzo) e sesto per difensori battuti (1.8, -3.0 da Giammarioli primo). In Nazionale, invece, tra i giocatori del triangolo allargato sei quello che tenta meno corse e percorre meno metri. Risulti, tuttavia, molto più efficace sia per clean breaks (primo con 1.2 per partita) e per difensori battuti (quarto con 1.6, -1.6 da Hayward, primo). Pensi che questi numeri siano legati al fatto di giocare in ruoli differenti oppure è nel differente tipo di rugby che le due squadre fanno?

Penso che le statistiche siano molto importanti per lo studio dell’avversario e per trovare il focus su dove c’è da migliorare. Ma a volte i numeri non rispecchiano tutta la realtà, visto che ci sono moltissime variabili da calcolare.

Nasci apertura, poi vieni spostato a estremo. Adesso, soprattutto in nazionale giochi ala. Come cambia il tuo approccio tattico alla partita a seconda della posizione che vai a riempire? In quale ruolo preferisci giocare? In chiave futura in maglia azzurra, in cosa credi sia differente giocare con un giocatore elettrico come Minozzi, rispetto ad un giocatore più tattico come Hayward?

Non trovo molta difficoltà nel cambiare di ruolo. Certo, le sbavature e le imperfezioni ci sono, ma l’importante è come reagisci all’errore. Per quello che mi riguarda cerco sempre di farmi trovare pronto e dare il mio supporto per il collettivo. Con Matteo non ho ancora avuto l’occasione di giocare, mentre Jayden (Hayward, ndr) è pure lui un playmaker, molto intelligente, dotato di ottime skills: l’ha dimostrato durante tutto l’anno con Treviso e al Sei Nazioni.

Sei l’unico giocatore di triangolo allargato che possa essere sia pericoloso in attacco che anche in grado di giocare come “ala tattica”, una sorta di estremo mascherato, con lo stesso rendimento. Al mondiale, però, avrai più concorrenza in nazionale rispetto al sei nazioni. Pensi che la tua importanza tattica (anche la capacità di occupare più ruoli, risparmiando una riserva) ormai ti abbia messo in una posizione molto alta nelle gerarchie di O’Shea? 

La profondità in ogni ruolo è cresciuta esponenzialmente da due anni a questa parte, questo è per tutti uno stimolo enorme per fare sempre meglio e guadagnarsi un posto nei 31 per il Giappone.

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