Il 2018, l’anno dei caos arbitrali e regolamentari

Incongruenze, promesse in parte disattese e tanta confusione: World Rugby e direttori di gara si stanno complicando le cose

arbitri maul

ph. Sebastiano Pessina

Il 2018 è stato quell’anno in cui il mestiere dell’arbitro di rugby è entrato definitivamente nella lista dei lavori più difficili del mondo. Le cause sono diverse: una libertà eccessiva nell’interpretazione dei punti d’incontro, di fatto una terra di nessuno; la fatica nell’applicare in maniera congrua e sempre coerente i protocolli su colpi alla testa e gioco aereo e l’utilizzo del TMO, quest’ultimo un tema già ricorrente.

Il rischio di questa deriva è innanzitutto la perdita della fiducia di giocatori, allenatori e dirigenti, come in parte forse già avviene. “Sono una perdita di tempo. Non penso che andrò mai più nella mia vita a dei meeting con gli arbitri. Se abbiamo una linea dobbiamo seguirla, altrimenti cosa veniamo coinvolti a fare? A questo punto preferirei non sapere: accettare ciò che succede e basta. Una volta si vince, una volta si perde e le chiamate dell’arbitro fanno parte del gioco. I direttori di gara svolgono una professione complicata, ma quello che chiediamo è coerenza nelle decisioni”.

Le parole, relativamente pacate ma che denotano una certa frustrazione, sono quelle di Eddie Jones nel post Inghilterra-Nuova Zelanda, quella del fuorigioco millimetrico di Lawes che è costato l’annullamento della meta a Sam Underhill. Stando alla revisione voluta da World Rugby per il mese di novembre, il TMO avrebbe dovuto essere interpellato solo in caso di “circostanze nette e chiare”, ma non sembrava essere quello il caso; Lawes era effettivamente in fuorigioco, per cui alla fine è stato applicato il regolamento, ma l’incoerenza rispetto alle modifiche annunciate non poteva che essere un tema di cui parlare.

Cosa invece non è “netta e chiara” è sicuramente la direzione che vuole dare al gioco il governo mondiale. Oltre alle modifiche regolamentari, negli ultimi mesi è stato dato grande risalto alle diverse interpretazioni arbitrali sui punti d’incontro, spesso molto (troppo) differenti tra una gara e un’altra e tra un direttore di gara e un altro. Considerando che si parla della fase di gioco più frequente all’interno di una partita di rugby, si può affermare che la situazione attuale è piuttosto seria.

Non è solo una questione tecnica, purtroppo, perché gli arbitri purtroppo falliscono spesso anche nel salvaguardare la salute dei giocatori nel breakdown. Pulizie irregolari al collo, entrate laterali, tuffi alla massima velocità, avversari “puntati” e messi nel mirino: se ne vedono un po’ di tutti i colori, e non sempre gli arbitri sembrano avere il giusto polso della situazione. I direttori di gara hanno qualche attenuante, certo: la grande velocità del gioco e la malizia/irresponsabilità di giocatori e allenatori che ricorrono a qualunque sotterfugio per farla franca, per esempio, ma in alcuni casi gli arbitri non hanno davvero alibi.

Ryan Crotty entra nella ruck praticamente dal gate del Sudafrica, ma il direttore di gara sorvola un po’ incredibilmente l’accaduto. Di questi episodi se ne contano tranquillamente una decina ogni fine settimana, e c’è da chiedersi perché World Rugby tolleri tutto questo senza dare delle direttive chiare al suo panel arbitrale. La tutela della “spettacolarizzazione del gioco” non può essere una solida giustificazione, visto che interventi irregolari e spregiudicati possono rappresentare un rischio per chiunque. Una delle soluzioni, secondo alcuni, potrebbe essere il secondo arbitro in campo, ma senza una sperimentazione pratica diventa difficile anche solo ipotizzarne l’impatto sul gioco.

A proposito di tolleranza: quasi due anni fa, attirandosi diverse critiche ma facendo un passo in avanti dovuto, World Rugby aveva deciso di inasprire le sanzioni sui placcaggi alti, promettendo maggiore severità e deterrenza attraverso i cartellini per placcaggi e colpi proibiti.

Anche in questo caso, le promesse sono state in parte disattese vista la poca uniformità di giudizio durante l’anno, tra interventi nemmeno fischiati (i placcaggi di Farrell su Esterhuizen e Rodda, la testata di Kolisi a Horne) o sanzionati in maniera incredibilmente veniale (il colpo di Kerevi a Halfpenny, il placcaggio di Tu’ungafasi su Grosso).

Brett Gosper, CEO di World Rugby, ha dichiarato di non aver visto abbastanza cartellini a novembre, e che “l’unico modo in cui si possono cambiare i comportamenti dei giocatori è sanzionare con le espulsioni”. Ha anche aggiunto che vorrebbe maggiore durezza da parte degli arbitri. La otterrà? Il prossimo Sei Nazioni ci darà qualche indicazione in più, anche se le situazioni controverse non mancano naturalmente nemmeno a livello domestico naturalmente.

Rischiare di perdere la credibilità a livello internazionale, tuttavia, sarebbe ben peggiore e molto più rilevante per il governo mondiale, che non può permettersi una tale confusione in materia arbitrale e di welfare. Tanto più in questo periodo storico, caratterizzato da giocatori che si ritirano sempre prima e dalla necessità di accrescere la consapevolezza – tra atleti, allenatori e dirigenti – su quanto siano importanti delle punizioni più severe per gli interventi pericolosi, che siano volontari o meno. Nel 2019, l’anno in cui il rugby avrà la massima esposizione mondiale con la Rugby World Cup, servirà un cambio di rotta.

Daniele Pansardi

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