Cosa abbiamo imparato dalla sconfitta dell’Italia contro l’Australia

Che manca un certo tipo di giocatore in attacco, e che la difesa sa offrire buoni segnali. Analisi di una sconfitta frustrante

tommaso castello italia

ph. Sebastiano Pessina

Quali sono le sensazioni principali legate alle sconfitte dell’Italia? Di questi tempi, raramente il consueto orgoglio-a-prescindere di anni fa o un più vago senso di amarezza; impotenza, scoraggiamento e un diffuso pessimismo cronico vanno per la maggiore. Quella contro l’Australia, invece, lascia un segno diverso: rabbia, frustrazione un po’ di incredulità, delusione e non compassione.

Chi scrive, per esempio, ha vissuto gli ultimi venti minuti dell’ultimo Italia-Scozia come una lenta agonia verso un destino già scritto, con la consapevolezza che ormai la rimonta sarebbe stata inesorabile e che gli azzurri non avrebbero potuto fare nulla per evitarla. Il match dell’Euganeo è stato diverso: l’Italia si è messa più volte nelle condiizoni di scrivere una storia differente rispetto all’esito finale. Magari non avrebbe vinto comunque, ma avrebbe potuto tenere in equilibrio la sfida più a lungo di quanto la maggior parte degli interessati avrebbe immaginato alla vigilia.

Come sappiamo, non è successo. E non può esserci un solo motivo: Conor O’Shea e il suo staff non possono diventare i capri espiatori, perché poi in campo ci vanno altri 23 uomini con pregi e difetti che gli allenatori della nazionale maggiore non possono sempre limare (e sarebbe molto sciocco pretenderlo); i giocatori, a loro volta, affrontavano pur sempre avversari con competenze superiori alle proprie, e di questo gli atleti non possono mica essere i responsabili. Allenatori e giocatori, infine, devono sottostare alle decisioni dell’arbitro, che può influenzare con le proprie scelte una partita e l’andamento dello stessa. Non può essere ignorato o non giudicato in nome dei valori e dell’etica, soprattutto se gli errori sono così grossolani.

Un attacco senza ritorno (di punti)

Visti gli highlights e il risultato, sarebbe facile dare ragione a chi pensa che “l’Italia sa segnare solo su intercetti e cose del genere”. In realtà, negli ultimi due anni solari le mete azzurre nate da intercetto o palloni persi sono state tre, un numero non straordinariamente eccessivo: due le ha segnate Campagnaro, contro la Scozia nel 2017 e contro l’Irlanda a Chicago, una sempre contro l’Australia ad opera di Tommaso Benvenuti nel 40-27 di Sydney. Una dimostrazione di come l’Italia nel frattempo abbia imparato a trovare altri modi per varcare la linea bianca, sia con una migliore costruzione sia con il talento dei singoli.

Pur avendo migliorato il gioco collettivo e la capacità di tenere per più tempo il pallone in attacco, nemmeno una fase d’impostazione più organizzata ha potuto sopperire completamente ad altre mancanze. Quali? Le scarse capacità individuali (di molti, non tutti) di interpretare il flusso di gioco, velocizzare nel momento opportuno, comprendere quando andare dritto per dritto o fare un passaggio.

Più in generale, la fase di finalizzazione negli ultimi 10 metri è un tallone d’Achille riconosciuto nell’Italia: la nazionale ha bisogno di più giocatori con il fiuto della meta, rapidi nel breve e abili nel battere il difensore avversario nell’uno contro uno anche in un fazzoletto. Ha bisogno di Matteo Minozzi, per farla breve (e, diciamolo un po’ sottovoce, pure di Giovanni D’Onofrio, se il suo percorso di crescita procederà per il meglio), autore non a caso di cinque mete all’ultimo Sei Nazioni. Non esattamente un caso.

Né Benvenuti né Bellini hanno il bagaglio tecnico e atletico del diavolo padovano, capace di inventare dal nulla mete del genere, mentre Sperandio – che pure avrebbe doti interessanti da questo punto di vista – finora è stato testato poco in certe situazioni. Ciò non significa che all’Italia non manchi il talento puro, ma quelli che ci sono – Polledri, Negri e Campagnaro in particolare – avrebbero bisogno di essere lanciati con il giusto timing per poter fare male alle difese anche dalla corta distanza. Con un’uscita del pallone troppo lenta dalle ruck e un Tito Tebaldi che non sta brillando per velocità d’esecuzione, tutto diventa però molto più difficile anche per loro.

Cosa va salvato, insomma?

Sicuramente non le touche, che ad un certo si sono trasformate in un totale psicodramma da cui Ghiraldini e tutta la batteria di alzatori e ricevitori non riuscivano a venirne a capo. A rendere il 72% in rimessa laterale ancor più grave è il fatto che sia arrivato contro l’Australia, tra le squadre Tier 1 più in difficoltà in assoluto quest’anno in touche. Contro l’Italia, i Wallabies invece non solo hanno chiuso con un solido 90%, ma hanno pure distrutto quella azzurra nei momenti decisivi della gara.

A sorpresa, la difesa ha poi fatto una buona figura. Le tre mete che hanno deciso la partita sono arrivate principalmente per meriti australiani, anche se nella seconda marcatura di Koroibete si nota una certa pigrizia degli avanti rimasti al centro del campo nello scivolare verso l’esterno.

A livello organizzativo si sono visti miglioramenti rispetto alla sfida contro la Georgia nell’occupazione degli spazi allargati e nel timing delle salite rovesciate, che spesso hanno funzionato nel bloccare un’Australia certamente non al suo meglio. Contro gli All Blacks, manco a dirlo, sarà tutta un’altra storia, ma la confidenza acquisita contro i Wallabies potrebbe certamente tornare utile, viste le ultime prestazioni spesso insufficienti.

Chi, invece, non si salva è Pascal Gauzère. Sullo 0-0, con la partita bloccata e nessuna squadra ancora in grado di imporsi sull’altra, annullare così bruscamente la meta di Tebaldi senza nemmeno consultare il TMO è stato un eccesso di superbia e arroganza evitabile. Prima ancora, sulla meta sfiorata da Steyn, il colpo alla testa di Gordon ricevuto dall’azzurro è passato inosservato, mentre poteva essere giudicato come un intervento irresponsabile e pericoloso, meritevole di una sanzione.

Il blocco di Pocock su Lovotti prima della meta di Tupou, infine, sembra commentarsi da solo. Il pilone italiano non avrebbe mantenuto il passo dell’australiano? Difficile dirlo, con il flanker ad ostruire la linea di corsa dell’azzurro, per l’appunto.

I “se” nella partita azzurra, a prescindere dagli episodi arbitrali, restano comunque tanti. Non faranno la storia qui e ora, ma possono contribuire a farla in futuro. Ma è necessario cominciare ad imparare dagli errori, che pian piano diventano sempre gli stessi.

Daniele Pansardi

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