Il Pro14 al comando dell’Europa

Tre semifinaliste su quattro in Champions Cup vengono dal torneo celtico, che non è così povero come sembra

ph. Reuters

Per la quarta volta dall’istituzione della fu Heineken Cup, in semifinale arrivano tre squadre ‘celtiche’ su quattro. Era già accaduto nella prima edizione del 1995/1996, nel 2008/2009 e nel 2011/2012, ma il successo di quest’anno ha un sapore diverso, per una serie di motivi:

  1. dimostra come il Pro14 sia soltanto in apparenza un campionato povero, qualunque cosa significhi;
  2. almeno in questo ambito, smentisce il detto “i soldi fanno la felicità”. Le franchigie celtiche non vivono certamente di stenti, ma allo stesso tempo non beneficiano degli stessi introiti delle consorelle di Premiership e Top 14;
  3. in un rugby così asfissiante, organizzazione, metodologie precise e gestione oculata dei giocatori sul lungo termine sembrano pagare più dividendi.

Inoltre, solo due anni fa, nel 2015/2016, il Pro14 andava incontro ad una delle campagne europee più disastrose di sempre. Le sette squadre impegnate nel torneo non riuscirono a superare nemmeno la fase a gironi, con le attuali semifinaliste che rimediarono figure poco onorevoli: gli Scarlets chiusero addirittura con zero vittorie, il Leinster appena con una, mentre Munster ne ottenne tre (di cui due con il Benetton Treviso). Il più classico esempio di come, dopo aver sfiorato l’abisso, si possa soltanto risalire.

Parola d’ordine: progettualità

Pur in maniera forse leggermente diversa tra irlandesi e gallesi, tutte e tre le squadre nelle ultime stagioni stanno raccogliendo i frutti di quanto seminato nel corso del tempo, per cercare di rimettersi in pari con l’asse anglo-francese (soprattutto Leinster e Munster) e compiere quel salto di qualità definitivo tanto invocato negli ultimi anni (gli Scarlets).

In Irlanda, è stata una tirata linea netta tra le partite da far disputare a due blocchi ben distinti e separati: da una parte un gruppo composto da ‘gregari’ e giocatori stranieri non eleggibili, dall’altra tutti i nazionali impegnati generalmente nel Sei Nazioni. A livello di franchigia, il primo blocco disputa la maggior parte delle gare di Pro14, mentre al secondo vengono riservate soltanto le sfide celtiche di cartello, i big match di Champions Cup e le fasi finali della stagione.

Due esempi? Nel Pro14, Jonathan Sexton fin qui ha giocato appena 4 partite, mentre il classe ’95 Ross Byrne ben 15; in Champions la situazione si ribalta con 7 presenze per la star dell’Irlanda e 2 per l’emergente pari ruolo. Nel Munster, anche Peter O’Mahony ha collezionato sole 4 presenze in campionato, ma 7 su 7 in Champions; un altro terza linea della Red Army, Jack O’Donoghue, è a quota 17 nel Pro14 e a 6 nella Champions, di cui soltanto una da titolare per una media di 21 minuti a partita.

Non a caso, le due franchigie irlandesi contano in rosa circa 50 elementi, compresi anche alcuni giovani aggregati di volta in volta dall’Academy in prima squadra (un nome su tutti: Jordan Larmour), dove si inseriscono con relativa facilità vista la familiarità con schemi e tattiche che già assimilano prima dell’ingresso in pianta stabile al fianco dei vari Murray, Stander, Kearney e Nacewa.

Il punto fondamentale, tuttavia, resta il welfare dei grandi giocatori, come sottolineato anche dalle statistiche sui minutaggi all’uscita del Sei Nazioni, e in quali campionati sono stati impiegati il maggior numero di uomini già sfiancati dal torneo. Venendo ‘risparmiati’ esclusivamente per le grandi occasioni, soprattutto in questa stagione è parsa evidente la maggiore lucidità di alcune squadre rispetto ad altre (vedasi Leinster-Saracens) nei momenti chiave delle partite.

Gli Scarlets, a loro volta, possono contare sui Dual Contract per proteggere i loro migliori talenti, anche se operano un turnover meno imponente rispetto a Leinster e Munster. Fin dall’arrivo di Wayne Pivac, però, a Llanelli è stato seguito un percorso chiaro e ben strutturato, con progressi anno dopo anno che sotto la guida del neozelandese hanno portato prima alla vittoria nel Pro14 e poi alla prima semifinale europea dal 2007.

Lo stile Scarlets, del resto, è ormai ben noto a tutti in Europa, tant’è che in Galles non sono mancate le pressioni mediatiche nei confronti di Gatland affinché il CT del Galles implementasse alcuni dei principi scarlatti anche in Nazionale.

Un altro tratto distintivo delle tre protagoniste celtiche è la capacità di importare pochi ma mirati stranieri, non mancando quasi mai il bersaglio: James Lowe e Scott Fardy per Leinster, Chris Cloete per Munster, Hadleigh Parkes e Johnny McNicholl per gli Scarlets sono esempi virtuosi di come anche la lega celtica possa essere attrattiva e ambita da chi proviene dall’Emisfero Sud. I motivi primari non saranno i soldi, ma la forte identità delle franchigie e un’eccellente cultura di squadra talvolta possono pareggiare anche l’aspetto economico. Il povero Pro14, insomma, non è poi così povero.

L’asse si è spostato

Dopo il Sei Nazioni, l’Inghilterra esce con le ossa rotte e diversi punti interrogativi anche dalla Champions Cup. L’unica rappresentativa della Premiership – i Saracens – si era già qualificata ai quarti di finale sul filo di lana, come ultima delle migliori seconde, sintomo di una stagione difficile per tutti i club impegnati nella massima coppa europea.

In partite dove vince generalmente chi sbaglia meno, pur giocando bene gli inglesi sono incappati in troppi errori di esecuzione sia in attacco sia in difesa, dimostrando di non essere quella squadra dai meccanismi perfetti come nelle ultime due stagioni. Lo è stata invece quella avversaria, perlomeno domenica. È la fine di un ciclo? Sembra ancora presto per dirlo, mentre una riflessione più ampia può essere fatta per l’appunto sui rapporti di forza tra le élite di Premiership, Top 14 e Pro14.

Ad un certo punto, nella storia recente del torneo, c’era la sensazione che i due maggiori campionati potessero dominare in lungo e in largo sulla scena europea. A due anni di distanza da quello 0/4 nelle semifinali, tutto sembra essere ribaltato: Leinster, Munster e Scarlets sono squadre con strategie e scelte di gioco ben precise, hanno staff tecnici competenti e sembrano allenate in maniera migliore rispetto a La Rochelle, Tolone, Exeter, Montpellier e Leicester, ovvero i club che negli scontri diretti e nei gironi sono stati battuti dal trio celtico.

Se si tratta di una tendenza stagionale lo scopriremo nelle prossime puntate, ma al momento la superiorità sembra indiscutibile. Sulla strada verso una finale tutta celtica, intanto, è rimasto soltanto il Racing di Dan Carter; contro Munster, Tolone è andato vicino alla vittoria ma, come i Saracens a Dublino, ha pagato i troppi errori commessi, fatali al cospetto di una Red Army cinica e mai doma. Ora toccherà ai biancocelesti provare a frenarla, ma il Pro14 intanto può essere già incoronato come vincitore.

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