Briganti Librino: incendio doloso alla Club House

Nella notte il rogo ha bruciato la struttura portando via i ricordi della società siciliana


Hanno incendiato la club-house.
Hanno incendiato anche coppe e targhe, cimeli e trofei, libri e riviste. Hanno incendiato tavoli e sedie, muri e colonne, pavimento e soffitto. Hanno incendiato scarpe e maglie, pantaloncini e calzettoni, bende e cerotti. Hanno incendiato dieci anni di storia, di una storia unica, originale, potente, esemplare, straordinaria. Ma non pensino che un incendio mandi tutto in fumo. I Briganti di Librino non moriranno mai.

L’altra notte hanno incendiato la club-house dei Briganti di Librino. Vandali, barbari, delinquenti. Invidiosi, gelosi. Dei poveracci, dei miserabili. Ignoti, i soliti ignoti. Quelli che hanno visto, da lontano, come un pallone ovale riesca a riunire, riparare, ricostruire, riabilitare, ripartire, dare un senso, una direzione, una speranza, al di là del risultato, effimero, temporaneo, parziale, puramente indicativo e statistico, di un punteggio. Quelli che hanno visto, forse meno da lontano, come la meta non sia soltanto una striscia bianca che attraversa il campo e passa fra i due pali, e come i due pali sfidino la superficialità della terra e si slancino verso il cielo, perforino le nuvole e rappresentino la verticalità (a testa alta, a schiena diritta). E ne hanno avuto paura.

Se non ci siete mai stati, allora chiudete gli occhi e immaginate. Immaginate San Teodoro Liberato (ma il Liberato lo hanno aggiunto i Briganti), una collina immaginata come la sede di una città satellite di Catania, una città nella città, la città del futuro se non, addirittura, la città ideale: Librino. Il progetto fu di un’archistar giapponese, Kenzo Tange, ma le costruzioni residenziali cominciate negli anni Settanta non vennero mai terminate, l’abbandono e il degrado accolsero, ospitarono e favorirono la delinquenza e la criminalità, ed ecco la droga come comune denominatore e anche comune multiplo. Oggi San Teodoro Liberato è abitata da 70-80 mila persone (le cifre ufficiali sono ufficialmente vaghe e approssimative) ai confini con la realtà, oltre i limiti della legalità, ma ci sono anche associazioni impegnate a fare comunità. Fra queste, il centro sociale intitolato a Iqbal Masih, un ragazzo pakistano assassinato dalla mafia dei tappeti perché lottava per i diritti dei bambini-lavoratori, e dedicato ad attività doposcolastiche, con laboratori teatrali e musicali. Finché, un giorno, in un supermercato, nel cestone delle offerte, spuntarono palloni ovali. Ne furono acquistati tre, senza un perché, ma con un’ispirazione. Sarà stata la forma, sarà stata la diversità, sarà stata l’allegria. Quei tre palloni diventarono il premio degli sforzi e dell’impegno a scuola. Sei stato bravo, sei andato bene, hai fatto i compiti? Allora giochi a “rébbichi”. Sì: i Briganti.

In occasione della partita Italia-Fiji, lo scorso novembre, sono andato dai Briganti. Il campo ridotto a un pantano dalla pioggia, i pali spuntati, la club-house protetta dalle sbarre. C’era chi correva per tenersi in forma, c’era chi si trovava lì per andare a giocare da qualche parte, c’erano occhi nascosti che osservavano da lontano, c’erano mille storie che aspettavano di essere svelate, rivelate, ascoltate, scritte. La immaginai come una cattedrale sventrata, ma fiera, nobile e viva: un po’ come San Galgano, in Toscana, luogo di culto e preghiera, anche di agricoltura, a volte anche di spettacolo. Perché il “rébbichi” non è forse culto e preghiera, non è agricoltura e spettacolo?

Sulla loro pagina Facebook, i Briganti hanno pubblicato le foto dei locali incendiati e urlato la loro rabbia: “La nostra Club House non esiste più. Un incendio doloso appiccato stanotte l’ha completamente distrutta. Sono andati perduti dieci anni di ricordi, trofei, l’intero patrimonio della Librineria, tantissimi cimeli accumulati in questi anni, il materiale tecnico e medicale, la cucina, tutto, tutto distrutto dall’incendio. Il tetto della struttura sta cedendo, ci sembra improbabile di poter recuperare l’edificio, aspettiamo che i vigili del fuoco ci consentano di accedere all’interno (non prima di domani pomeriggio) per farci un’idea ancora più precisa. Quel meraviglioso luogo dove tanti ragazzi si sono incontrati nelle circostanze più disparate è improvvisamente diventato un ricordo da conservare nella memoria, non c’è più. Non sappiamo chi possa aver compiuto questa infamia, in questo momento siamo davvero provati, sotto choc. Quel che è certo è che sarà stato qualcuno abituato a muoversi al buio, nell’ombra, per compiere gesti vigliacchi, barbari, incivili, codardi. Sappiamo anche che oggi affrontiamo il giorno più tetro della nostra storia dal quale sarà molto difficile venirne fuori, perché la delusione e la rabbia del ritrovarci davanti alla Club House morente ci paralizza. Nei prossimi giorni decideremo se e come andare avanti. Stateci vicino, abbiamo davvero bisogno di non sentirci soli contro la barbarie”.

Non vi lasceremo soli, Briganti di Librino. Il rugby è solidarietà e sostegno, è up-and-under, su e giù, i su e giù della vita, ma è e sarà sempre avanti. Sta nella pelle, nel cuore, nell’anima dei rugbisti, sta nella natura del rugby. E questa natura nessun incendio riuscirà mai a incenerirla

Di Marco Pastonesi

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