Bilancio FIR, punto di non ritorno? Ora bisogna decidere cosa vogliamo essere

Il documento diffuso ieri preoccupa il movimento e ci mette con le spalle contro il muro. A partire dalla questione celtica

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Si potrebbe scartabellare ogni singola voce del Bilancio Consuntivo 2015 che la FIR ha reso pubblico ieri, cosa sicuramente importante che qualcuno più preparato di noi in tema di amministrazione contabile sicuramente farà, ma oggi in realtà non servirebbe a molto. Si potrebbe puntare il dito contro i probabili responsabili di quei numeri, ma per quanto sia necessario rilevare chi ha fatto che cosa oggi trovare un “colpevole” non cambierebbe di una virgola la situazione, sarebbe una operazione abbastanza sterile. Perché – soprattutto, ci viene da dire – il quadro è molto chiaro, non c’è molto su cui discutere: il rugby italiano non se la passa bene per nulla. Anzi. I risultati del campo latitano da tempo e ora pure la cassa piange. Probabilmente è il peggior momento da quando siamo entrati nel Sei Nazioni. Ma più che i responsabili oggi servono soluzioni, progetti, una qualche visione. Cosa è oggi il rugby in Italia e cosa vogliamo che sia tra 10-15 anni?

 

La situazione che viviamo oggi ha le sue radici attorno alla metà della prima decade dei 2000. Lo abbiamo scritto già molte volte: il nostro movimento è sostanzialmente fermo dal 2007, 2008. Si può discutere forse su quando questa stasi sia iniziata, non sulla sua esistenza. Si è troppo spesso e troppo a lungo pensato che l’ingresso nel mondo del Sei Nazioni avrebbe dato vita a una sorta di crescita automatica, ma non è così. Bisognava progettare, correggere e soprattutto stimolare e tenere in vita un boom che non poteva essere infinito, soprattutto se non sostenuto da risultati sportivi adeguati. Con il tempo non solo si è fermata la spinta dei primi anni 2000, ma sono arrivati i tempi di vacche magre dal punto di vista delle sponsorizzazioni e degli investimenti. Per la crisi economica generalizzata, certo, ma anche perché le aziende si sono accorte che il rugby non aveva mantenuto quello che aveva promesso. In termini numerici, economici ed agonistici.
La gestione Dondi ha commesso errori ma in un panorama generale ancora tutto sommato positivo, la gestione Gavazzi non ha corretto gli errori di chi l’ha preceduta e ne ha fatti altri (ma bisogna pure ricordarsi che chi non fa non sbaglia mai) in uno scenario nel complesso più difficile. Il risultato delle due cose è quello che è il nostro movimento oggi.

 

Ora bisogna decidere cosa vogliamo fare. Il Bilancio diffuso ieri deve diventare un monito e una spinta a prendere decisioni importanti e che avranno effetto per diversi anni. Perché non ci sono solo i 2 milioni e passa di rosso legati all’esercizio 2015 ma i tanti segni meno e i cali anche nelle voci che rimangono positive. Il quadro è piuttosto fosco e non c’è molto da essere ottimisti. Bisogna piantarla con il prendere una critica come un delitto di lesa maestà.
Siamo nella Celtic League/Pro12 ormai dalla stagione 2010/2011, sono passati ormai un numero sufficiente di anni per decidere con senno se proseguire questa costosissima avventura o meno: gli investimenti finora sostenuti (decine di milioni di euro a fronte di entrate davvero basse, quasi inesistenti) hanno portato risultati in linea con le attese o no? Il gioco vale la candela oppure sarebbe meglio utilizzare quei soldi in altra maniera? L’accordo quadriennale con il board del Pro12 è stato siglato nel 2014 e scadrà tra due anni (quando oltretutto scadrà anche l’accordo con il Benetton: cosa deciderà di fare la proprietà veneta? La FIR è pronta a sobbarcarsi anche l’eventualità di quei costi?), ora è il momento giusto di decidere il da farsi e di preparare l’eventuale fuoriuscita dal torneo. Ovvero – in quel caso – di approntare un piano a medio e lungo termine per il nostro campionato nazionale. Decidere cosa fare con le Zebre viene solo dopo questa scelta, diventa quasi un dettaglio.
Bisogna rimettere mano a tutto un sistema che evidentemente costa troppo, che non è sostenibile, che dà pochi risultati e che non attira sufficienti investimenti esterni. L’inversione di rotta dell’ossatura tecnica – Gavazzi voleva un ct italiano, ora i punti chiave sono tutti ricoperti da stranieri e anche la panchina di Treviso è tornata in mani che arrivano da lontano – è probabilmente la via da seguire. Non aver timore di correggere errori o scelte che non hanno dato i risultati sperati e di dire “ho sbagliato”. Ma bisogna fare presto, non arroccarsi in personalismi o nel “noi contro gli altri”. Tempo da perdere non ce n’è più.

 

Il Grillotalpa

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