Post RWC 2015: Jonathan Kaplan mette dietro i pali i suoi colleghi fischietti

Uno dei più stimati arbitri di sempre analizza il torneo dal punto di vista di chi l’ha diretto. E le ombre superano le luci…

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Negli sport di squadra ma non solo, l’appuntamento dei Mondiali serve per fare il punto della situazione di tutto ciò che ha a che fare con quel particolare universo. Le Federazioni valutano la salute delle proprie squadre e il processo di crescita del proprio movimento, gli organizzatori le strategie commerciali e di comunicazione messe in atto, gli staff tecnici l’evoluzione del gioco e via dicendo. Anche la classe arbitrale al termine di appuntamenti così importanti fa il punto della situazione. E alla Rugby World Cup i direttori di gara e i loro assistenti sono spesso finiti sotto la lente d’ingrandimento, tra passaggi in avanti non visti, TMO troppo spesso chiamati in causa, squalifiche bizzarre e comunicati a dir poco sconvenienti. Dalle pagine di Rugby World, l’ex arbitro sudafricano Jonathan Kaplan (68 Test diretti) fa il punto della situazione. E le ombre superano le luci.

 

“La maggior parte delle partite sono state vinte dalla squadra migliore, ma in alcuni match la poca consistenza nell’applicare il regolamento, la scarsa preparazione o semplici errori hanno invece prevalso. E per somatizzare alcune situazioni ci vorrà tempo, anche se le nascondiamo sotto la polvere”. Il primo riferimento è alla decisione di World Rugby di ammettere pubblicamente l’errore di Joubert nei minuti finali di Australia-Scozia, con la punizione costata a Laidlaw e compagni il passaggio del turno. Una scelta “malconsigliata e contro produttiva”,  scrive Kaplan, soprattutto perché a suo avviso nata non dalla volontà del Board stesso ma costretta dalla reazione del mondo dei social media. Come se World Rugby avesse perso la sua autonomia scendendo a patti con la pancia dei tifosi (senza considerare lo “stigma” che penderà da qui in avanti su Joubert).
Altra nota dolente le decisioni a volte bizzarre delle commissioni post citazione. “Non è una novità, e tra il motivo della citazione e l’entità della pena c’è stata in alcuni casi disparità”. La conseguenza è che soprattutto le nazioni “minori” si sono viste trattare in modo differente, e la squalifica di Tuilagi ce la ricorderemo per un bel pezzo. Per non parlare di Sean O’Brien praticamente graziato per il pugno a Papé….
Problemi anche nella delicata fase della mischia ordinata. “Sulle dinamiche della prima linea e sull’arte della sua manipolazione, alcuni arbitri non hanno studiato abbastanza o non hanno ricevuto abbastanza lezioni”. Al punto che la fase di conquista di alcune partite (gli esempi sono Inghilterra-Galles e Inghilterra-Australia) è stata pesantemente condizionata, e con essa le piattaforme di attacco delle squadre coinvolte. Negativa anche la scelta di iniziare proprio da un evento come il Mondiale a sanzionare seriamente la pulizia al collo in ruck, così come certe comunicazioni arbitro-TMO (la domanda che pone l’arbitro su un episodio dubbio è una discriminante molto forte).
Per chiudere con una nota positiva, un nome e un cognome: Nigel Owens. “Temperamento, comprensione del gioco, capacità di comunicazione, risposta pronta, coraggio per far scorrere il gioco senza condurlo”.

 

Questo il quadro della situazione. Quali le soluzioni? Soprattutto una revisione delle regole, anche se non specifica quali. Per restare al caso di Joubert durante Australia-Scozia, “la complessità di regole che riguardano questo singolo episodio può dare adito a tantissime speculazioni”. La tecnologia è un grande aiuto, ma bisogna farne un corretto uso. E da questo punto di vista è importante che gli arbitri tornino ad “impossessarsi delle proprie decisioni”, in qualche modo alienandosi dal continuo avvallo delle immagini.

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