C’era una volta Ovalia: cronache da un paese in rapido cambiamento

Il Mondiale inglese sembra aver sancito la rottura degli equilibri tradizionali. L’Europa deve guardarsi le spalle?

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

C’era una volta Ovalia. Quella del Cinque Nazioni e del Tri Nations, quella delle squadre di primo livello e poi via tutte le altre. Che, dentro ma soprattutto fuori dal campo, si facevano sentire in modo debole e in poche occasioni. Le cose poi sono progressivamente cambiate, e le recenti modifiche nella governance di World Rugby lo testimoniano. Le due squadre ultime entrate nel consesso dei grandi tornei internazionali, Italia e Argentina, sono riuscite ad ottenere pari riconoscimento anche all’interno della stanza dei bottoni, raggiungendo uniformità di voto e rappresentanza con le Unions fondatrici. Poche ore prima, il numero uno di World Rugby Bernard Lapasset lanciava il Giappone nel Rugby Championship, dopo che i nipponici già hanno ottenuto l’ingresso nel Super Rugby. Il quale Super Rugby avrà tra le sue nuove sedi di gioco non solo il paese del Sol Levante e l’Argentina altra new entry, ma anche le Isole Fiji dove si disputerà il match tra Crusaders e Chiefs. Le cose, insomma, stanno cambiando. E per abbastanza chiare ragioni, al di fuori del rugby a quindici maschile stanno cambiando ancor più velocemente, con il Canada vice campione del mondo Femminile, e una serie di nazioni che si stanno imponendo all’attenzione nel rugby Seven, dal Portogallo alla Spagna passando per il Kenya.

 

La Coppa del Mondo inglese ha sancito sì il terzo trionfo degli All Blacks, ma ha anche portato all’attenzione di tutti un mondo in parte ancora “sommerso” di nazioni che reclamano visibilità, rispetto e la possibilità di giocarsela contro tutti. Passi il rugby ancora amatoriale dell’Uruguay, ma squadre come Canada, Stati Uniti, Georgia e Giappone hanno capito di poter puntare in alto. E se i nipponici hanno già dalla loro l’ingresso nel Super Rugby, le nordamericane si sono presto attrezzate con l’allestimento di una lega professionistica che organizzerà un proprio campionato. In questi giorni è stata annunciata la sede della prima squadra (Sacramento), mentre già si sapeva che le partite saranno trasmesse in diretta streaming (“E’ una parte importante del puzzle”, ha dichiarato il CEO della Federazione Nigel Melville, valli tu a capire gli americani…) E se pensiamo a dove è arrivata la MLS (lega di calcio) in poco più di vent’anni, c’è da aspettarsi un rapido cammino anche per la palla ovale, e tutto lascia presagire due cose: che anche le selezioni nazionali ne beneficeranno (per concludere il confronto con il calcio, gli Stati Uniti si sono qualificati agli ottavi dell’ultima World Cup e sono campioni in carica a livello femminile); che con i soldi a disposizione più di qualche top player andrà a trascorrere qualche stagione negli States, come succede anche in Giappone e come succedeva una volta dalle nostre parti, aumentando sensibilmente il livello della competizione.

 

La sensazione (a pelle, prima ancora che a mente) è che uno degli sport fin qui più “conservativi” e tradizionali stia conoscendo una rapidissima accelerazione. La cosa forse più curiosa, è che una buona parte della spinta al cambiamento avviene all’indomani del Mondiale organizzato nella casa natale del rugby, quasi che i più “piccoli” siano voluti andare a bussare proprio alle porte di casa di chi ha fatto nascere il tutto. La prossima Coppa del Mondo sarà la prima fuori dai confini tradizionali del rugby. Come a dire, nei soliti territori abbiamo battuto tutti i precedenti record, da quelli commerciali a quelli di competitività sportiva. Ora andiamo fuori e vediamo cosa c’è. Ci saranno, questo è sicuro, due nuove Federazioni coinvolte nel Super Rugby e due nuove Federazioni con un campionato professionistico di riferimento. Occhio Vecchio Continente, che se quelli scappano….

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