All Blacks, facciamo un viaggio nel pianeta che cerca la Perfezione Totale

Come si fa a diventare come i tuttineri? E’ la domanda che in molti si pongono in mezza Ovalia. Qui proviamo a rispondere

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

L’Inghilterra è la favorita a vincere il mondiale. Gli All Blacks sono vecchi. Gli All Blacks hanno perso il loro mojo, il loro carisma. Dan Carter è finito. La mischia tuttanera non è piu forte come prima. L’Australia vincerà il mondiale. La terza linea non domina più il breakdown. Nessuna apertura degli All Blacks sa calciare. Richie McCaw è in continuo fuorigioco. Tony Woodcock è vecchio. Gli allenatori degli All Blacks non hanno più nuove idee. Gli All Blacks vincono il Mondiale solo a casa. Gli All Blacks sono avvantaggiati dagli arbitri. Gli All Blacks perderanno contro la Francia a Cardiff. Gli All Blacks alloggiano nell’albergo che li ha ospitati per la semifinale persa del 1999. Gli All Blacks del girone non sono la squadra che vince questo mondiale. Gli All Blacks se la faranno sotto nei playoff come sempre. Gli All Blacks non vinceranno mai questo mondiale.

 

Possiamo andare avanti per un’altra mezz’ora sulle ragioni per cui gli All Blacks non avrebbero vinto il mondiale 2015. Queste elencate sono solo le “prime” cose che ci sono venute in mente scrivendo. Tutto vero e tutto scritto, commentato, urlato verso questa squadra che da grande che è, ha risposto a tutte le critiche nell’unico modo che conosce: sul campo, conquistando il terzo titolo iridato e diventando la prima squadra a conquistare la Webb Ellis Cup per due edizioni consecutive e, fateci aggiungere, vincendo in grande stile e con il consenso di tutti.
Ora, questa vittoria non nasce così a caso. In quattro anni dal 2011 ad oggi abbiamo avuto la fortuna di ossevare, studiare, ricercare, parlare, vivere il “Pianeta All Blacks” da molto vicino. Lo abbiamo scritto più di una volta negli ultimi due anni: nulla è lasciato al caso in questa squadra. Il progetto RWC2015 infatti nasce il 24 ottobre 2011, il giorno dopo la vittoria di Auckland, quando capitan Richie McCaw e l’amministatore delegato della NZRU Steve Tew, si siedono ed uno dei due chiede all’altro: “Allora, cosa dobbiamo fare per vincere nel 2015?”. Lì è iniziato un percorso che ha portato la Nuova Zelanda ad alzare la coppa al cielo per la terza volta ed ha consacrato giocatori come lo stesso McCaw e poi Dan Carter, Ma’a Nonu, Conrad Smith – giusto per citarne alcuni – nell’olimpo dello sport mondiale.

 

Nessuna squadra, di nessun sport al mondo è dominante come gli All Blacks. Dominante. Una delle parole chiave che è diventata il simbolo per una campagna iridata durata appunto quattro anni. Gli All Blacks lo scrivono persino sulle lavagne che hanno negli alberghi che li ospitano. Nel 2013 infatti la frase “Siamo la squadra più dominante della storia del mondo” fu rubata da un fotografo che si introfolò nell’area All Blacks a Londra la settimana prima della partita. Dicono che il mantra lo si deve leggere ripetutamente per poterlo assimilare, far diventare proprio, per poi immergersi nella convinzione di essere assolutamente dominanti.
Eppure anche gli All Blacks hanno avuto ostacoli dagli avversari sul tragitto mondiale. Tre partite perse in quattro anni ed un cammino nel girone che ha lasciato tutti un po’ di stucco con nessun exploit, nessuno punteggio stratosferico, invece tanti palloni persi e tanti placcaggi mancati.
E da lì il pensiero che si attanaglia nella mente dei tifosi, quei tifosi kiwi che mai hanno dubitato degli All Blacks, mai, neanche dopo aver perso la partita di Sydney con l’Australia ad agosto. Ed ecco che arriva il primo indizio che fa capire che nulla è lasciato al caso, che il lavoro di quattro anni porta esattamente a dove sono oggi. Nella conferenza stampa a seguito della partita contro la Georgia l’allenatore dei tuttineri Steven Hansen dichiara: “Comprendo dalle varie reazioni, che siete tutti un po’ frustrati [dalle nostre prestazioni]. Volete che vinciamo sempre di 80 o 90 punti, ma questo non ci dà nulla. Siamo qui a giocare perché vogliamo raggiungere un obiettivo, non per ricevere i complimenti per aver distrutto la Georgia. Non vi dovete preoccupare, abbiamo tutto sotto controllo”.
Il punto chiave della campagna mondiale degli All Blacks: hanno tutto sotto controllo. In un’intervista successiva Hansen ha offerto un altro elemento importantissimo della costruzione del piano All Blacks. Ci torneremo a breve.

 

Cosa fa degli All Blacks questa macchina perfetta quindi? Il sapere esattamente dove si trovano, ieri oggi e domani rispetto ad un obbiettivo da raggiungere. Gli All Blacks hanno messo in atto quello che è stato un piano a lungo termine, appunto i quattro anni, un piano a medio termine, i 12 mesi precedenti la coppa ed un piano a breve termine, le otto settimane in Inghilterra. Questi tre piani si complementano, si attorcigliano tra di loro e si supportano a vicenda. Nulla poteva accadere in Inghilterra se le cose non fossero andate come volevano 12 mesi prima. Questo controllo totale in breve significa:

 

I GIOCATORI: Identificazione nel 2012 dei giocatori che nel 2015 potrebbero/dovrebbero arrivare in Inghilterra e consecutivo piano di successione, ma anche di emergenza, per ruoli chiavi (per esempio Sam Cane, Baeuden Barrett, Aaron Smith, Brodie Retallick)

LA STRUTTURA RUGBY: Supporto completo del progetto All Blacks RWC2015 da parte di tutta la struttura rugbistica neozelandese. Steven Hansen in conferenza stampa dopo la vittoria ha ringraziato il lavoro fatto in collaborazione con i dirigenti della NZRU e delle cinque franchigie nazionali (alcune ricordiamolo hanno anche proprietari privati) che gestiscono i giocatori per sei mesi l’anno. Non pensiate che non ci siano malumori anche a livello politico, ma di fronte al bene degli All Blacks tutti lavorano remando verso la stessa direzione.

LO STAFF: Analisi dello staff di supporto e ristrutturazione dove necessario. Wayne Smith per esempio viene richiamato in nero nel 2015 dopo aver portato i Chiefs a vincere il Super Rugby. A lui viene affidata la difesa. Lo staff che viaggia con gli All Blacks è ora composto da 17 persone, tutti specialisti mondiali nel proprio settore di lavoro. Se c’è un ruolo da ricoprire, gli All Blacks hanno la persona più adatta per farlo.

RICONDIZIONAMENTO: Preparazione dei giocatori sia fisica che mentale. Nei 12 mesi precedenti la coppa, un enorme lavoro è stato fatto dietro le quinte per ricondizionare i giocatori e prepararli a quando devono essere al meglio della forma. Gli scienziati del rugby ed esperti di Strength & Conditioning degli All Blacks così come il mental skills coach e gli stessi allenatori della squadra, hanno visitato regolarmente le franchigie per monitorare i progressi dei giocatori, per essere sicuri che i programmi a cui tutti hanno aderito continuino per il verso giusto. Collaborazione è la parola con cui si porta avanti il progetto.

LA SQUADRA: Ed infine il piano per le otto settimane, quello che deve portare la squadra a giocarsi la coppa in finale. Ritorniamo a quella conferenza stampa di Steven Hansen che abbiamo menzionato prima. L’allenatore ha detto: “Capisco le perplessità di tutti, ma noi abbiamo un piano che è stato sviluppano per farci arrivare dove vogliamo arrivare. Può essere che ci sia gente che non sia d’accordo, ma per noi l’importate è questo piano sia accettato e portato avanti dalle persone che lo devono eseguire, i giocatori”. Ed aggiungiamo che questo piano viene “sposato” non solo dai 23 in campo ma anche dai giocatori in tribuna così come dai quei giocatori della squadra allargata che sono rimasti in Nuova Zelanda. Vedi l’esempio di Joe Moody che si ritrova con la medaglia al collo.
Nessuno è una riserva. Tutti sono All Blacks ed è per questo che la concorrenza per ogni posizione è dura ma leale. Ritorna quindi la collaborazione ed il perfetto controllo di ciò che deve accadere da parte di chi, poi, va sul campo e di chi li ha preparati ad affrontare il peggio. Gli All Blacks racchiudono tutto ciò che è la Nuova Zelanda e i suoi abitanti. Poche chiacchiere e molti fatti ed una voglia di vincere sul palco mondiale perché altrimenti nessuno saprebbe che ci sono anche loro, quattro milioni su un’isola sperduta nel pacifico. E non stupiamoci se hanno già iniziato a pianificare la quarta coppa. Alla fine, loro, cercano solo la perfezione sul Pianeta All Blacks in uno stato di controllo totale.

 

di Melita Martorana

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