Italia, Smith: “Imprevedibilità, fisico e cultura: da qui riparte il rugby azzurro”

Nella conferenza stampa di presentazione il tecnico sudafricano ha illustrato i cardini del suo progetto tecnico

ph. Sebastiano Pessina

La costruzione di un DNA azzurro: un elemento ricorrente delle prime uscite di Franco Smith da head coach della nazionale italiana, che è ritornato prepotente a galla anche in occasione della conferenza stampa di mercoledì mattina, convocata per presentare la conferma definitiva del tecnico sudafricano e ufficializzare lo staff alle sue dipendenze.

Dopo l’augurio del presidente federale Alfredo Gavazzi, che si è detto fiducioso sull’ottenimento di buone prestazioni e sulla crescita del rugby italiano sotto la guida di Smith, il tecnico sudafricano si è addentrato in questioni di campo e non.

“Vogliamo costruire un DNA italiano – ha annunciato il capo allenatore – Questo significa lavorare su una maggiore imprevedibilità del gioco, su un etica del lavoro altissima, sia in campo che fuori. E vogliamo essere molto più fisici in campo. Questo DNA dovrebbe essere l’obiettivo di tutto il movimento, a partire dall’under 6. La base deve lavorare per essere come la nazionale.”

In particolare il tema dell’atletismo e della preparazione fisica è stato portato più volte sotto i riflettori: “Ci siamo accorti durante il Sei Nazioni che dobbiamo aumentare le nostre capacità fisiche in campo – ha proseguito Smith – I ragazzi sono pronti dal punto di vista mentale, ma la cosa più importante è concentrarsi sullo sviluppo fisico. Oggi abbiamo l’occasione di costruire un piano e ripartire per provare a chiudere questo gap rispetto alle altre squadre ed avere atleti di livello internazionale. E’ questo il nostro punto di partenza: ovviamente avremo bisogno della collaborazione delle franchigie e di tenere d’occhio coloro che lavorano al di fuori del Pro14.”

Per prendersi cura della parte atletica e fisica degli Azzurri è stato nominato un nuovo responsabile, voluto fortemente proprio dallo stesso Smith, Quintin Kruger. L’ex preparatore dei Cheetahs ha promesso di imparare al più presto l’italiano, mentre Franco Ascione, responsabile dell’Area Tecnica FIR, ha confermato che lavorerà a stretto contatto con Benetton e Zebre, sulla falsariga di quanto già fatto dal suo predecessore, Pete Atkinson: “Tutto lo staff della nazionale maggiore sarà a disposizione delle franchigie, stiamo progettando interventi settimanali sia con le franchigie del Pro14 che con l’Accademia Nazionale.”

“Vogliamo costruire da un punto di vista tecnico un Dipartimento di Alto Livello a cui afferisca tutto lo staff della nazionale. Ci stiamo accordando con le franchigie affinché i giocatori non coinvolti nelle partite di Pro14 nei fine settimana di campionato possano lavorare a livello individuale con lo staff azzurro. Quindi, il rapporto di collaborazione fra la nazionale e le franchigie sarà ulteriormente intensificato.”

Staff tecnico dell’Italia che annovera il ritorno tra le proprie fila di Alessandro Troncon e l’aggiunta di Corrado Pilat come skills coach.

“Le esperienze con la under 20 e le Zebre mi hanno migliorato sia come uomo che come tecnico – ha raccontato l’ex mediano di mischia della nazionale – Il periodo con la nazionale giovanile è stato indimenticabile: un’esperienza essenziale per la mia maturazione, la prima volta da capo allenatore. Con le Zebre, poi, ho avuto a che fare con l’alto livello.”

“Possiamo essere davvero competitivi – ha arringato Smith in chiusura – Fino ad adesso abbiamo cercato di giocare nel modo migliore per l’Italia. Carlo Canna, ad esempio, è un giocatore molto forte, che negli ultimi tempi in nazionale ha fatto tanta panchina. Quello che abbiamo fatto fino ad adesso è stato cercare di mettere i giocatori con più capacità in campo insieme.”

“Sono frustrato per essere ancora fermo qui in Sudafrica: ci vuole tempo per far andare questa barca nella giusta direzione, non può cambiare tutto in 3 settimane di Sei Nazioni. Tuttavia la barca è ben strutturata, ci sono buoni giocatori. Cercheremo di farne crescere altri ancora, avremo un gruppo di 50-55 giocatori di interesse nazionale che monitoreremo per far crescere un gruppo che possa giocare con continuità a livello internazionale.”

La conclusione è di nuovo sul DNA: “Nella mia esperienza con il Benetton siamo riusciti a sviluppare un codice genetico che ha permesso di sviluppare tanti giocatori e di andare a dire la nostra in Europa. Abbiamo dato direttive precise a tutti i livelli, dall’under 6 all’under 18, per sviluppare quello che volevamo. Dobbiamo contare sui nostri punti di forza: in Italia nessuno fa la coda per prendere il caffè, è inutile che cerchiamo di forzare la mano per imporre una cultura diversa. Per me essere qui è motivo di grande orgoglio. In Italia ho imparato tante lezioni e ora cerco di dare indietro qualcosa di quello che ho avuto. Se lavoriamo duro, come cerchiamo di fare, possiamo davvero fare un grande passo in avanti.”

Lorenzo Calamai

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