Monumenti: Barry John

Il miglior numero 10 di tutti i tempi, almeno secondo i pareri raccolti dalle parti di Cardiff

ph. Sebastiano Pessina

Che cos’ha in comune Barry John, the King del rugby gallese, con Kurt Cobain, Amy Winehouse, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison?

Beh, niente ansie, per ora John gode di ottima salute, nonostante i 75 anni di età. Non è stata una morte biologica la sua, quanto piuttosto una morte sportiva, che il mediano di apertura che alcuni dicono il migliore di sempre si è autoinflitto a soli 27 anni, nel 1972, al culmine della fama e della carriera.

Fama e carriera: non tutti nascono per sopportarla, non tutti hanno l’arsenale per gestirla. Soprattutto se a fronte della notorietà non ricevi una compensazione economica equivalente, come succedeva nel mondo del rugby degli anni Settanta. In Galles le stelle della nazionale erano celebrità che faticavano a scendere al pub a bere una birra senza la coda di fan a chiedere un autografo, ma come tutti i giocatori della palla ovale di allora, erano amatori.

Nessuno più di Barry John ha giocato per la pura passione. Per l’orgoglio della maglia della nazionale, per il divertimento di scendere in campo e entrare in competizione contro i migliori al mondo, e spesso e volentieri batterli, come nel leggendario tour in Nuova Zelana dei British & Irish Lions del 1971, l’unica spedizione della selezione in grado di espugnare la terra della lunga nuvola bianca.

“Aveva questa favolosa facilità di pensiero, riduceva i problemi alla loro forma più semplice” ha scritto il suo partner in crime, compagno di mediana con la maglia della nazionale e per qualche tempo del Cardiff, Gareth Edwards.

“I successi sul campo sono nati uno dopo l’altro dando così vita in lui ad un’aura di superiorità che si diffondeva da lui ai compagni di squadra.”

Un giocatore emozionante e dallo spirito offensivo, audace, tipico del Galles di quegli anni: un numero 10 di corsa e d’attacco, ma allo stesso tempo capace di utilizzare il piede con chirurgica precisione, come nessun’altro prima di lui e, per inciso, di pochi altri anche dopo. La sua classe e il suo luminoso talento lo resero un fenomeno del momento: le pagine sportive dei quotidiani britannici davano il medesimo spazio a John di quanto ne dessero a Best, di nome George, che in quegli anni qualche titolo ai giornali tendeva a regalarlo.

“Barry però non era una star del cinema – ha raccontato Phil Bennett, il delfino di Barry John, che prese il controllo delle operazioni con la maglia del Galles per il resto dei Seventies, non facendolo rimpiangere – Era solo un ragazzo del Galles occidentale e si sapeva che trovava quel lato delle cose piuttosto difficile da affrontare: andava a farsi una birra e c’erano sei persone in coda per farsi fare un autografo e parlarci. Andava da qualche parte e nessuno lo lasciava in pace un minuto.”

“Quindi fra i ragazzi della squadra c’era questa voce che non fosse felice. Dobbiamo ricordarci che giocavamo un rugby amatoriale. Barry giocava per divertimento, per passione. Certo, voleva vincere ogni partita, ma non era certo questione di vita e di morte per lui, né si trattava del suo lavoro.”

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Le sue prime apparizioni in nazionale non furono certo favolose: scelto a sorpresa per guidare i Dragoni all’assalto dell’Australia nel 1966 al posto dell’allora capitano dei Lions David Watkins, John deluse nella sconfitta per 11-4 dei gallesi. Lo staff provò a dargli fiducia ancora nel Cinque Nazioni del ’67, ma dopo un’altra brutta prestazione contro la Scozia Watkins tornò ad impossessarsi della maglia numero 10.

Fu solo il passaggio di Watkins al rugby league, in cerca di qualche soldo in più per la sua carriera sportiva, che consentì a John di tornare titolare, ma anche nella sfida alla Nuova Zelanda del novembre ’67 il numero 10 non sembro molto a proprio agio, nonostante l’avvio della poi prosperosa partnership con Gareth Edwards.

Le cose decollarono l’anno successivo, con Barry John divenuto oramai punto fisso del Galles grazie alle sue prestazioni con la squadra di Cardiff, di cui era il faro. Si mise in luce a tal punto da essere selezionato per il tour del 1968 in Sudafrica, durante il quale i Lions furono capaci di battere 16 delle 17 squadre incontrate prima della serie contro gli Springboks. Per John, la serie non durò molto: frattura della clavicola durante il primo test per un placcaggio pericoloso.

Nonostante tutto, però, furono quegli gli anni d’oro della sua breve carriera: nel 1969 il Galles vinse il Cinque Nazioni e la Tripla Corona, battendo sonoramente l’Inghilterra per 30-9, che fa sempre piacere; nel 1970 il trofeo fu diviso fra Galles e Francia, ma l’anno seguente furono Barry John e compagnia a completare uno storico Grande Slam.

La vera e propria consacrazione però è quella con i Lions in Nuova Zelanda. Un tour pazzesco in cui Barry John si affermò come uno dei migliori di sempre, una fama che ancora resiste e in Galles attira paragoni scomodi fra le epoche sulla falsariga di “era meglio Barry John o Stephen Jones?”.

(Che poi a dire la verità, in Galles tendono ad essere un po’ celticocentrici, tanto che in giro c’è gente che si pone domande del genere più in termini di “Dan Carter è riuscito ad arrivare all’altezza di Barry John?”)

In Nuova Zelanda, John segnò dei punti in ogni singola partita in cui scese in campo, per un totale di 191 punti per 6 mete, 31 trasformazioni, 8 drop (Wilkinson chi?) e 27 calci di punizione. I Lions giocarono 4 test contro gli All Blacks, vincendone due e pareggiandone uno. Segnarono un totale di 48 punti nell’arco dei 320 minuti in campo, Barry John mise la firma su 30 di quei 48. E tanto basta: la stampa neozelandese si levò il cappello, e lo soprannominò sulle sue pagine The King, il re.

Un mattino del 1972, dopo un deludente Cinque Nazioni, Barry John si recò ad una filiale della Midland Bank, intenzionato ad aprire un nuovo conto. Entrato nell’edificio, una giovane donna gli si fece incontro e, resasi conto di essere davanti al re, si produsse in un reverenziale inchino.

Secondo il mito, fu quella la goccia che fece traboccare il vaso di John, colmo di malcelata insofferenza per la sua celebrità. Il 26 aprile del 1972, John giocò la sua ultima gara: un’amichevole davanti a 35000 spettatori all’Arms Park di Cardiff fra un XV di sua selezione e uno messo insieme dall’ex coach gallese dei Lions Carwyn James.

Finì 32-28 per la squadra del numero 10, che in campo segnò la prima e l’ultima meta dell’incontro, abbagliando come sempre gli spettatori. Nove giorni dopo si ritirò.

Lorenzo Calamai

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