La storia di Checco l’Ovetto: ripartire (anche) grazie al rugby

Dopo una tragedia, Antonio Cavallin è ripartito dall’ovale. Ne è nato qualcosa di bello

Checco l’Ovetto – Torneo Francesco

Quello a cavallo tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, con la primavera che entra nel vivo, non è solo periodo di ponti festivi caratterizzati da weekend fuori porta – tra le prime corse al mare e qualche fuga, più o meno romantica, tra i monumenti migliori delle città d’arte della penisola (e non solo) – e scampagnate giornaliere in compagnia, ma, parlando di rugby, rappresenta anche e soprattutto uno dei momenti dell’anno con la densità più elevata di tornei giovanili in giro per lo Stivale. Manifestazioni che, molto spesso, sono un vero e proprio biglietto da visita della società organizzatrice, che nella/e giornata/e di gara si mostra, al proprio meglio, alla comunità locale ed a quella del rugby nazionale ed internazionale.

Un segmento temporale risucchiato, quest’anno, dal buco nero dell’epidemia, che, con la sua improvvisa e funesta irruzione nelle nostre vite, ha avuto inevitabilmente un impatto negativo anche sul macrocosmo del rugby, e sul microcosmo dei grandi tornei giovanili.

Solo nel fine settimana appena andato agli archivi, avrebbero dovuto svolgersi, tra gli altri (molti altri, variegati per dimensioni e celebrità, ma simili per impegno organizzativo e passione delle società coinvolte), il Città di Padova del Valsugana, il “Beltramino” – Torneo dei due golfi della Pro Recco, in quello precedente l’Aldo Milani, e ad inizio mese di maggio il Bottacin del Petrarca e l’iconico Città di Treviso del Benetton Rugby, per fornire un’immagine chiara su come si sarebbe mosso, in tal senso, il rugby giovanile in questo periodo.

Purtroppo, su tale fronte, in questo avvio di 2020 è – contrariamente al noto slogan – andato tutto male. Nella speranza che il prossimo anno tutto possa tornare almeno ad una simil normalità, una storia a cui ispirarsi, in ottica ripartenza, arriva proprio dal sommerso dei tornei giovanili veneti, da Antonio Cavallin – deus ex machina dell’ormai celebre “Torneo Francesco” – che va in scena ad ottobre, da oltre una decade, in quel di Loreggia (PD), il quale, anche grazie al rugby, ha saputo riportare la luce in una vita resa buia da un dramma terribile.

La storia

Attorno alla metà dello scorso decennio, Antonio vive a Camposampiero (PD) ed è un genitore come tanti, alle prese con le prime passioni dei suoi bimbi. Ad inizio 2007, quando Attilio, il più grande, sta per terminare il percorso della scuola materna, inizia a riflettere su quale sport possa aver senso far praticare al figlioletto, una volta alle elementari. “Sembra incredibile, visto che viviamo in una zona in cui il rugby è molto più di un semplice sport, eppure all’epoca non ne sapevo assolutamente nulla. A tal punto che, quando pensai che potesse essere una delle alternative da proporre ad Attilio, non sapevo da che parte voltarmi per scoprire quali squadre si trovassero nei dintorni. Decisi così di mandare una mail in federazione per avere le informazioni del caso”, ci racconta Cavallin, rimembrando quella giornata nei minimi dettagli.

Antonio Cavallin

Antonio invia la missiva elettronica la mattina del 3 aprile, fiducioso in una risposta rapida, senza immaginare che, da lì a poche ore, la sua vita andrà incontro ad un dramma improvviso, di quelli che ti smontano la vita, pezzo per pezzo, senza lasciarti in dotazione un libretto delle istruzioni per provare a ricostruirla. “Quel pomeriggio l’altro mio figlioletto Francesco venne a mancare. Quando, a distanza di diversi giorni rientrai al lavoro, ancora sommerso da mille pensieri e da un all’epoca ineluttabile malinconia di fondo, la prima cosa che mi trovai davanti, aprendo la mail fu una super esaustiva risposta da parte della FIR, che mi elencava una lunga serie di compagini nelle zone. Sussultai. Fu la prima scossa positiva dopo giorni difficili”, prosegue, con la voce che frena, accelera, e poi ancora rallenta, in un coacervo di emozioni non semplici da controllare.

Il rugby in sostegno (della sua vita)

Come se la vita fosse tornata, all’improvviso e per pochi istanti, alla mattina del 3 aprile, Antonio, che sportivamente si definisce un calciofilo, ha un sussulto e decide che sul suo personale manuale d’istruzioni per tornare a vivere, o almeno provarci, nel modo migliore possibile, ci sarà ampio spazio per la palla ovale. “Quel giorno, percepii, anche se non avevo ancora ben chiaro come, che il rugby sarebbe stata una delle chiavi di volta per riprendere il controllo della nostra esistenza. Pochi giorni dopo Fummo coinvolti in un’attività ovale con la squadra del Piazzola Rugby. Attilio si divertì tantissimo, io apprezzai. Quando nei giorni seguenti mio figlio scelse il rugby come sport da praticare, però, invece di portarlo ad una compagine già esistente, decisi di creare una squadra, per ricordare Francesco con qualcosa di concreto, ed al tempo stesso dare la possibilità a tanti ragazzi di praticare un’attività come quella ovale, che permette di divertirsi all’aria aperta, migliorarsi ed imparare a vivere in un gruppo”, spiega Cavallin.

“Partimmo con una squadra di Minirugby, che, anche su consiglio del nostro primo educatore, chiamammo Checco l’Ovetto. Checco, ovviamente, in ricordo di Francesco, l’ovetto perché è come venivano definiti i ragazzini che si avvicinavano all’ovale, nelle categorie giovanili più piccole, negli anni 80′. Io, mio figlio e tutta la squadretta, in pochissimo tempo, venimmo rapiti dalle emozioni che solo il rugby, nonostante io sia un ex calciatore ed un grande appassionato di palla tonda, ti riesce a trasmettere.

Placchiamo la violenza sulle donne

Da lì in avanti, con un trasporto sempre maggiore ed un’organizzazione logistica di un certo tipo, grazie all’aiuto ed al sostegno di diverse persone – dopo una dozzina di stagioni – costruendo una struttura di un certo tipo, sempre più solida anno dopo anno, siamo arrivati ad avere l’intera filiera delle giovanili (sempre mettendo l’aspetto educativo al primo posto, in ogni categoria, anche se poi, soprattutto dall’Under 16, anche il lato agonistico assume la corretta importanza), aprendo quest’anno anche una prima squadra in C2, che gioca indossando una maglia speciale, con un messaggio forte contro la violenza sulle donne. Portiamo in campo questa presa di posizione per trasmetterla fuori, con vigore.

La cosa tra quelle che abbiamo creato con la società, a cui tengo di più, però, è probabilmente il “Torneo Francesco”, in memoria di mio figlio, che la società (con l’aiuto attivo di tutti i nostri tesserati, che in prima persona partecipano alla logistica) organizza ormai da dodici anni, per le categorie Under 6, Under 8, Under 10 e Under 12, nel grande parco regionale di Loreggia (PD), pochi km a nord di Camposampiero. Una manifestazione che convoglia una ventina di società, provenienti da tutta Italia, e porta sui campi oltre mille bambini. Una scarica di vita, un condensato di energia terrificante: emozioni che non sono descrivibili a parole. Non potrei trovare modo migliore per commemorare Francesco, assieme anche a persone a cui sono molto legato, come i fratelli Dallan, che è come se facessero parte della nostra famiglia allargata”, racconta, con un filo di emozione sempre palpabile.

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Ripartire

Anche se mancano ancora più di 5 mesi all’edizione 2020, il rischio che a questo giro la manifestazione non vada in scena è concreto, ma la cosa non spaventa Cavallin, che di ripartenze se ne intende.

“La speranza di disputare il torneo 2020, in apertura di ottobre, è viva. Ma al tempo stesso siamo consapevoli che è tutto fuorché scontato che si possa fare, per diversi motivi. Stavamo sviluppando anche un progetto di Cre/Grest estivi, per il comitato veneto – anche assieme al presidente Marzio Innocenti -, ma in attesa di capire l’evoluzione dei decreti ministeriali, restiamo in sospeso, sempre però guardando con positività oltre l’ostacolo di turno. Anche quando si tratta di uno scoglio dal complesso superamento, come questo virus”, conclude Cavallin, ricordandoci che, con voglia di vivere (e di fare) ed ovviamente un’organizzazione – personale e “lavorativa” – di un certo tipo, si può sempre trovare un modo per ricominciare, nello sport, come nella vita.

Matteo Viscardi

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