Una strada sempre in salita: Marco Pastonesi racconta il Rugby Lucca

Dagli esordi piuttosto difficili e improbabili fino ai giorni d’oggi e al festival in cui è stato invitato anche George Biagi

 

La prima partita poteva anche essere l’ultima. Per il campo: a Siena, al Sabbione, polvere desertica in tempi di siccità, fanghi mobili dopo un’oretta di pioggia. Per i preliminari: arrivati in quindici contati, uno si è presentato senza il certificato medico e un altro senza un documento d’identità. Per l’inferiorità numerica: entrati in campo in tredici, uno si è infortunato dopo neanche cinque minuti, e hanno continuato in dodici. Per il punteggio: sotto di quattro mete – i senesi, in casa, dove hanno la stessa familiarità dei tuareg nel Sahara e dei cercatori d’oro nell’El Dorado, non perdonano -.

Senonché, accreditati di un calcio a favore, Valerio Raschioni, mediano di mischia, l’ha giocata veloce per se stesso e, sorprendendo la difesa avversaria, è andato in meta. Così il Rugby Lucca non si è sciolto o dissolto, ma si è fortificato e moltiplicato. E da quel match Under 18 dell’ottobre 2006, a quasi tredici anni di distanza, oggi si gode i suoi oltre duecento tesserati, dai bimbi (dai quattro anni in su) ai grandi (dai quarant’anni in giù), dalle donne (le Duchesse) al touch (soprattutto i genitori del minirugby).

Colorito (bianco, rosso e nero, che poi sono i colori di Lucca) e simbolico (una pantera, come una di quelle due che sulla Porta Santa Maria reggono fra le zampe le armi della Repubblica), con sito Internet (poco aggiornato) e pagina Facebook (aggiornatissima), il Rugby Lucca ha avuto il suo William Webb Ellis in Paolo Barsotti, professore di educazione fisica all’Itis Enrico Fermi, che reclutava gli studenti distribuendo volantini in classe e predicando libertà in campo.

C’è chi ricorda l’approccio anarchico: sotto le mura, Barsotti lanciava un pallone e ai discepoli diceva “giocate”, e a chi azzardava chiedere come, cioè come giocare, almeno una regola tanto per regolarsi, lui insisteva ribadendo semplicemente “giocate”. Il Rugby Lucca ha avuto anche il suo Maci Battaglini in Bernardo Romei, allenatore, trascinatore, prematuramente morto, oggi ricordato con il campo e un torneo a suo nome e cognome.

Il Rugby Lucca ha anche una passione da villaggio gallese, da club scozzese, da pub irlandese. Ma per campare non è tutto. Infatti, meno felice è la situazione impianti. Dopo gli esordi in palestra, nel cortile della scuola o nella zona del Pontetetto (“Un campo di patate”), due bei campi all’Acquedotto, in un parco fluviale, con tutti i vantaggi (la bellezza della natura, la presenza dell’erba, con tutta quell’acqua nelle falde non c’è neppure il bisogno di innaffiare), ma anche con tutti gli svantaggi (i limiti nel costruire le infrastrutture). Tant’è che l’obiettivo non è scalare le classifiche (be’, anche, potendo), ma edificare una club house, migliorare gli spogliatoi, aprire una palestra.

Ottenere i permessi non è facile. Però i lucchesi non sono certo i tipi che mollano l’osso. E non lo mollano neanche con gli sponsor: Sinergest (sistemi gestionali aziendali: il rugby non è, non fa squadra per eccellenza?), Akeron (altri sistemi gestionali, ma per grandi aziende), Nutrifree (senza glutine, senza conservanti e senza coloranti), nonché De Cervesia (le migliori birre artigianali italiane, due pub a Lucca: vogliamo chiamarlo sponsor tecnico?). Più altri piccoli sponsor, appassionatissimi, dal barbiere al farmacista, dal macellaio alla pizzeria, Marameo, bel nome. Un modo per fare spogliatoio anche quando quello vero sarebbe tutto da rifare.

Insomma, qui, nella città di Giacomo Puccini e Mario Pannunzio, anche di Mario Cipollini e Enrico Ameri, il rugby è ancora una missione. Andrea Lombardi, il presidente: “Per questo curiamo i rapporti con le scuole, elementari, medie e anche il liceo sportivo. Per questo organizziamo due o tre ‘open day’ l’anno, il più importante in settembre. Per questo allestiamo un torneo per gli Under 18 il 14 settembre, giorno della festa patronale. Per questo non perdiamo occasione per ringraziare mamme e papà che, grazie alla loro buona volontà, tengono in vita questo patrimonio umano”.

Per questo, nell’ambito del festival cittadino “Dillo in sintesi”, fondato sul dono della brevità, è stato invitato George Biagi, seconda linea delle Zebre e della nazionale: nella chiesa di San Cristoforo il rito ovale ha sostituito quello religioso, e così Biagi, tra confessione e comunione, tra atto di fede e di dolore, ha ricordato i valori (“Rispetto e umiltà”), i comandamenti (“Sostegno e responsabilità”) e i piaceri del rugby (“Vincere non è tutto, ma aiuta”).

Le pantere gli hanno regalato le immagini di due match vincenti in cui Biagi c’era, contro la Scozia a Edimburgo nel 2015 e quello contro il Sudafrica a Firenze nel 2016. Biagi, che ha origini lucchesi (Barga, per la precisione), ha promesso di procurare piccoli grandi premi per la cena di fine anno: una maglia o un pallone, firmati dagli azzurri. Il rugby, e a Lucca lo sanno, è anche una questione di eredità.

Marco Pastonesi

onrugby.it © riproduzione riservata
FacebookTwitterPinterest
item-thumbnail

La Rugby World Cup 2011 raccontata da Marco Pastonesi

Settimo appuntamento con le letture tratte dal libro "Ovalia. Dizionario erotico del rugby"

item-thumbnail

La Rugby World Cup 2007 raccontata da Marco Pastonesi

Continua il nostro viaggio attraverso la storia della Webb Ellis Cup con le letture della nostra prestigiosa firma

item-thumbnail

La Rugby World Cup 2003 raccontata da Marco Pastonesi

Quinto appuntamento le letture tratte dal libro "Ovalia. Dizionario erotico del rugby"

item-thumbnail

La Rugby World Cup 1999 raccontata da Marco Pastonesi

Quando la Coppa del Mondo si trasformò da "teatro per eroi dilettanti, a palcoscenico per attori professionisti".

item-thumbnail

La Rugby World Cup 1995 raccontata da Marco Pastonesi

Terzo appuntamento con le letture tratte dal libro "Ovalia. Dizionario erotico del rugby"

item-thumbnail

La Rugby World Cup 1991 raccontata da Marco Pastonesi

Dall'exploit di Western Samoa al pugno di Pascal Ondarts, fino alla stella David Campese