Un italiano alla corte di Cockerill: intervista a Pietro Ceccarelli

Il pilone, ex Zebre e Oyonnax, racconta la sua avventura in Scozia con Edinburgh

ph credit SNS/SRU

EDIMBURGO – “Perchè Edimburgo? A metà stagione, lo scorso anno, sono venuto qui (era febbraio) e mi è piaciuto subito quello che Richard [Cockerill] mi ha detto, mi ha parlato del progetto e la squadra stava già girando bene [alla prima stagione di Cockerill come head coach, ndr]. Mi son detto che questa poteva essere un’esperienza davvero molto utile per me e ho preso la decisione.”

Pietro Ceccarelli, pilone che vanta 11 caps con la Nazionale Azzurra, ha fatto una scelta di vita, oltre che di altissimo livello dal punto di vista professionale, quando durante la scorsa stagione ha deciso di accettare la proposta di Edinburgh Rugby. Il fatto che, come head coach del club della capitale scozzese, ci sia Richard Cockerill, un allenatore che ha dimostrato, ovunque è andato, di saper far rendere i suoi giocatori al massimo, è stata un pò come la famosa ‘ciliegina sulla torta’ per Ceccarelli.

Coach Cockerill e il suo nuovo club, Edinburgh

“Cockerill mi ha detto subito i punti che secondo lui dovevo migliorare, fin dal primo incontro: dovevo diventare più fit, migliorare da un punto di vista fisico e tecnico e mi è piaciuto il suo modo di approcciare il lavoro, mi ha dato subito degli obiettivi che comprendevano anche dei ‘premi’. ‘Sei molto interessante come giocatore,’ ha detto Cockerill, ‘ma devi migliorare in questi punti. Se vieni qui diventerai sicuramente un giocatore migliore’ e questo mi ha davvero interessato molto.”

“Seguivo già da Leicester il lavoro di Cockerill e ho parlato anche con alcuni ragazzi che lo avevano avuto come allenatore, come Michele Rizzo – che era stato qui l’anno scorso – e mi ha parlato anche bene della squadra e con Ghira [Leonardo Ghiraldini] che lo aveva avuto come coach a Leicester. Tutti mi hanno detto che con Cockerill si lavora molto e posso confermare che è così, non ho mai lavorato così duramente in pre-season ma da quando sono arrivato ho perso quasi dieci chili e adesso mi sento bene, sono in forma e sento di migliorare costantemente.”

Le fortune di Edinburgh Rugby, in questa stagione, sono state costruite sul lavoro degli avanti (non solo nelle fasi statiche), sull’organizzazione data da Henry Pyrgos, perfetto per legare i due reparti, e sull’efficacia dei trequarti, che hanno dimostrato di poter mettere in difficoltà qualunque difesa avversaria.

Ceccarelli non vede grosse differenze nella preparazione delle gare, rispetto al lavoro svolto in passato con altre squadre. C’è, però, “la ricerca non della perfezione, ma di un high standard, di uno standard alto, di fare le cose da squadra di livello internazionale, come stiamo dimostrando di essere dopo aver battuto squadre come Tolone e Montpellier, con cui ci siamo giocati la possibilità di avere il quarto di finale casalingo in Europa. Cerchiamo di ripetere le cose per fare meno errori possibili, il motto di Cockerill è ‘come ti alleni in settimana, giochi nel weekend’ e quindi dev’essere cosi.”

“Cockerill ci parla molto, se non sei d’accordo con quello che lui ha detto puoi chiederli spiegazioni, se non sei stato inserito nei 23 puoi andare da lui e chiedergli cosa si aspetta e cosa devi fare per essere convocato la prossima volta. C’è molta concorrenza in squadra, io nel mio ruolo ho davanti a me due piloni della nazionale scozzese [WP Nel e Simon Berghan] oltre ad un ragazzo giovane [McCallum], siamo quindi in quattro che ci giochiamo due posti e tutti diamo il massimo per poter entrare nei 23.”

La critica che viene mossa ad Edinburgh (nonostante il club della capitale scozzese stia facendo molto bene sia in PRO14, sia in Europa) è quella di ‘rallentare’ il gioco e di non riuscire a metter in campo un gioco spettacolare come quello di Glasgow sotto la guida di Gregor Townsend. “Noi vogliamo vincere. E se questo gioco ci permette di vincere, questo gioco va bene. Noi non vogliamo giocare nei nostri 22 metri e nel nostro campo, noi non rallentiamo il gioco, noi cerchiamo di giocare nella metà campo avversaria. Noi giochiamo per vincere, questo è quello che ripete Cockerill e che vogliamo noi – e credo stia funzionando abbastanza bene.”

Credit ph SNS/SRU

L’esperienza come “permit” ad Hawick

In Scozia, il sistema di permit player funziona un po’ ‘alla rovescia’ rispetto a quanto succede in Italia, perchè quassù sono i due club pro a rilasciare i giocatori che non vengono inseriti nella lista dei 23 per le partite ai club di Premiership, il campionato domestico.

Pietro ammette che all’inizio, quando lo staff tecnico di Edinburgh gli ha comunicato che nel fine settimana sarebbe andato a giocare con Hawick [il club cui è stato assegnato durante il consueto draft di inizio stagione] non è stato per nulla facile: “È dura passare a giocare ad un livello non altissimo dopo che ti alleni tutta la settimana con Edinburgh, ma è comunque meglio giocare una partita in Premiership scozzese che stare fermo o allenarti e basta. È divertente, meglio che correre da solo, ma non è facile calarsi nel ruolo.”

“All’inizio, devo essere sincero, quando mi hanno detto che nel fine settimana sarei andato a giocare con Hawick non ero entusiasta perché lo vedevo come una sorta di ‘scendere di categoria’, ma poi ho capito che ti fa bene, ti dà tempo di gioco, puoi lavorare sulle mischie, puoi portare palla, puoi placcare, i giocatori che affronti e con cui giochi sono buoni, ci sono ex di Edinburgh, il campionato è vario. Ti forgia il carattere il fatto di essere mandato da una squadra che gioca sotto i riflettori, in televisione, come Edinburgh, a fare esperienza in una squadra come Hawick. Nonostante, ovviamente, il ritmo di gare sia differente tra le categorie, le possibilità di tenerti in forma che ti dà una partita non riesci a ricrearle in allenamento: placcare-rialzarsi, placcare-rialzarsi, mischia, placcare-rialzarsi, portare palla… In allenamento non avrai mai la stessa intensità che in partita, e ogni giocatore sono convinto direbbe la stessa cosa.”

“L’unica nota negativa è che Hawick, da qui, è un pò lontana – ci metto quasi un’ora e mezza in auto [Hawick è un paese nei Borders, regione scozzese in cui il rugby è lo sport più importante e che è da sempre fucina di grandi talenti, come Hogg e Darcy Graham solo per citarne alcuni]. Normalmente l’allenamento di preparazione alla gara di Premiership è il giovedì, ma siccome è lontano molto spesso mi alleno con Edinburgh e vado ad Hawick solo per la partita il sabato. Al ritorno al club, ci mandano i video delle partite (che sono tutte filmate e di cui abbiamo anche tutti i dati perché sono seguite da video-analyst) e la tua prestazione in prestito con il club di Premiership ha un peso sulla decisione dello staff tecnico se darti o meno il posto in squadra la settimana successiva. Sanno che è comunque difficile, ma le squadre di club sono contente di avere a disposizione giocatori pro nel fine settimana.”

PRO14 e TOP14

Ceccarelli, dopo le due stagioni passate alle Zebre in PRO14, ha coronato il suo sogno di giocare in TOP14 e ha quindi la possibilità di darci non solo una visione dall’interno, ma di fare anche un paragone tra i due tornei: “Il TOP14 è un campionato difficile, dove hai promozioni e retrocessioni e questo influenza molto la stagione di una squadra. In PRO14 sei un po’ più tranquillo perché non retrocedi e puoi magari giocare qualche partita con più serenità, oltre ad esserci un gioco più veloce – e forse si lavora anche un po’ di più sul fitness, almeno per quanto riguarda la mia esperienza finora con Edinburgh. Io sono arrivato quest’estate e devo ammettere di non aver mai fatto una preparazione così dura rispetto al TOP14, dove i giocatori sono più ‘massicci’ e c’è un gioco più diretto, il livello di preparazione dipende dallo staff tecnico e dal livello del club. Il livello di preparazione qui ad Edinburgh è simile a quello delle squadre di TOP14 di alta fascia come Clermont o Racing 92 e va anche tenuto conto che la cultura anglosassone del lavoro è diversa da quella francese.”

ceccarelli

ph. Sebastiano Pessina

Capitolo Nazionale

Pietro non è stato inserito nel gruppo per l’ormai imminente Sei Nazioni, ma è rimasto nel giro della Nazionale e ha le porte aperte per una futura convocazione: “Io sono rimasto in contatto con Conor O’Shea, ci siamo sentiti poco tempo fa e mi ha detto che era contento che fossi ad Edinburgh. Lui sa come si lavora qui e conosce Cockerill. Certo, quando non sei più sotto gli occhi e la supervisione dello staff della nazionale, giocando all’estero è un po’ più difficile ottenere la convocazione, anche contando che sto giocando un po’ poco – ho davanti tre piloni scozzesi, di cui due della nazionale e uno in orbita, e finché non mi impongo in un club giocando di più è complicato, come credo sia per tutti.”

La prima gara degli Azzurri nel Torneo sarà proprio contro la Scozia al Murrayfield e nessuno più di Ceccarelli può darci una visione ‘dall’interno’ di quello che aspetta l’Italia quando scenderà in campo il 2 febbraio, contando che gioca non solo in questo stadio con il club, ma è anche in squadra con molti elementi che formano il pack della nazionale del Cardo: “Sarà una partita molto dura, giocare al Murrayfield è qualcosa di speciale (anche giocare all’Olimpico è bello, mi ricordo la gara contro gli All Blacks quand’era pieno…) e ha la sua storia e le sue tradizioni. Non sono mai riuscito a giocare qui con l’Italia [era il 24esimo giocatore l’ultima volta] ma l’atmosfera che si respira è sempre qualcosa di speciale. Gli scozzesi sono molto orgogliosi, non ho ancora avuto modo di parlare coi compagni, anche perché hanno saputo solo ieri chi era convocato. Adesso stiamo preparando la gara contro Montpellier [l’intervista è precedente al weekend] e settimana prossima andremo in Sudafrica quindi avremo tempo per discuterne.”

Chi saranno gli elementi di Edinburgh da tenere d’occhio, quando vestiranno il Dark Blue della Scozia? “Darcy Graham, un giocatore da seguire perché sta giocando molto bene, come ha dimostrato anche contro Tolone, e darà tutto per la Scozia. Poi direi Blair Kinghorn, ottimo estremo, e davanti direi WP [Nel], visto che anche lui al momento è in forma e sta facendo bene, e Gilchrist. In generale, però, direi che è il collettivo ad essere interessante.”

David Cherry, uno dei sette uncapped convocati da Townsend nel gruppo della Scozia per il Sei Nazioni, potrebbe debuttare contro l’Italia e Ceccarelli dice che “è un bel tallonatore, è come una terza linea che gioca tallonatore perché è molto dinamico. Non ha giocato molto ma adesso si ritrova ad avere spazio perché sta facendo bene, ogni volta che viene chiamato in causa fa una bella partita e per lui è una bella opportunità, quella di andare in nazionale.”

In giro per l’Europa per un’esperienza personale, oltre che professionale

“All’inizio è stata dura con la lingua,” continua Ceccarelli. “Facevo fatica, ma adesso il mio inglese sta migliorando e adesso capisco quello che mi dicono. L’accento scozzese è comunque difficile, ma non ho problemi in campo – solo a volte se mi chiedono qualcosa devo farglielo ripetere più volte! Comunque sono tutti davvero molto disponibili e hanno fatto di tutto per farmi integrare.”

“Non ho avuto molto tempo per girare e vedere città qui intorno, sono stato nella zona di Perth e Dundee e vorrei, appena ho tempo libero, andare a visitare l’Isola di Skye che mi hanno detto tutti essere molto bella. Edimburgo è una città davvero interessante, la Scozia mi piace molto.”

Nella sua carriera, finora, Ceccarelli è andato ‘dove ti porta il rugby’ ma dietro il suo girovagare per l’Europa c’è anche un progetto personale di accrescimento culturale.

“Non è solo professionale a questo punto della mia carriera, devo essere sincero. La scelta di venire ad Edimburgo è stata anche dettata dalla volontà di fare un’esperienza diversa.”

Pietro ci racconta la sua carriera rugbistica, dagli esordi come elemento della Academy di La Rochelle, passando per il Federale 1 fino ad arrivare alla Nazionale Italiana (“Onestamente, non ho mai pensato di giocare con la Nazionale francese [nonostante Ceccarelli abbia doppio passaporto] perchè ho sempre voluto giocare con l’Italia e sono fiero di aver indossato la maglia della Nazionale azzurra.”) e arrivando nella capitale scozzese, alla corte di coach Cockerill.

“A La Rochelle sono stato alla academy, il mio primo contatto con loro l’ho avuto quando avevo sedici anni e ho passato l’estate là. Mia mamma è francese e attraverso una sua amica, che vive a La Rochelle, ho avuto il contatto con la loro accademia, dove prendevano ragazzi anche stranieri per fare progetti di rugby in estate. Ho fatto un corso nel mese di agosto, facendo la pre-season con la academy (è stato durissimo, io venivo dalle giovanili della Rugby Roma) per due estati che mi hanno davvero cambiato, ho cominciato a vedere cosa significa parlare di ‘alto livello’; le academy in Francia sono strutturate per crescere i giovani e prepararli per giocare in prima squadra. Ti danno vitto, alloggio, un rimborso spese e devi studiare – anche a livello universitario, qualcosa che in Italia è un po’ difficile perché non sempre riesci a far coincidere rugby e studio, dovendo scegliere l’uno o l’altro. Il secondo anno mi hanno proposto di passare i test e di restare là con loro, solo che io dovevo finire il liceo a Roma. Ho quindi chiesto la possibilità di fare i test in primavera e di poter andare dopo la maturità e La Rochelle ha accettato.”

“Sono quindi entrato nella academy come studente universitario [ha studiato Economia] ed è stata una scelta, per poter fare entrambi. Dopo la riforma delle academies, che da Under-23 son diventate Under-22, mi sono trovato all’ultimo anno escluso dalla selezione perché ero oltre l’età massima. Mi hanno proposto di aiutarmi a trovare un club e per questo son andato in Federale 1 a Macon, prima di passare poi alle Zebre.”

“Prima che mi cercassero le Zebre ho cercato di tornare in TOP14 o in PROD2, poi a Parma ho avuto la possibilità di giocare sia in PRO14 che in Nazionale. Ho avuto, dopo la fine della mia esperienza alle Zebre, la possibilità di andare a giocare in TOP14 ad Oyonnax, e di realizzare il mio sogno che è sempre stato quello di giocare nel massimo campionato francese, essendomi praticamente formato lì. Lo scorso anno, ad Oyonnax, ho avuto una stagione un po’ difficile perché ero in forma, dopo essermi inserito bene, ma poi ho rimediato un infortunio al gomito. Ho provato a rientrare il più in fretta possibile, stavo anche giocando bene nonostante le difficoltà del TOP14, un campionato in cui in mischia è sempre molto dura, ma ad un certo punto mi sono ritrovato in panchina e non riuscivo più a giocare più di quindici/venti minuti a partita. È stata una stagione dura perché ero sempre convocato nei 23 ma non riuscivo, come detto, a giocare più di un limitato numero di minuti.”

A febbraio dello scorso anno è arrivata poi la chiamata di Edinburgh, e il resto è storia che verrà scritta nei prossimi mesi, in una stagione che vede gli scozzesi lottare finalmente su più fronti e che, non ho dubbi, vedrà Pietro tra i protagonisti.

Matteo Mangiarotti

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