La svolta del Benetton Treviso: intervista ad Antonio Pavanello

Il direttore sportivo dei Leoni ha parlato del lavoro strutturale compiuto nel club, oltre che della nuova gestione dei permit player

pavanello benetton rugby

ph. Sebastiano Pessina

L’ultima stagione da record del Benetton Treviso porta in calce la firma autorevole di Antonio Pavanello. Passato dal capitanato alla dirigenza sportiva nell’estate 2015, il 36enne è senz’altro uno dei primi artefici del nuovo corso iniziato alla Ghirada nelle ultime due stagioni. Intervistato da On Rugby, Pavanello ci ha raccontato i suoi inizi e il modo in cui ha cercato di dare una programmazione diversa al lavoro del suo club, ma anche delle prossime novità in tema di permit player e non solo.

Quando avete iniziato l’anno, vi eravate posti qualche obiettivo più concreto, dal punto di vista numerico?
No, avevamo degli obiettivi per area e non sicuramente per risultati prettamente numerici. Non abbiamo mai pensato ad un piazzamento in classifica ad un numero di vittorie, ma a piccoli obiettivi. Se rispettati, le vittorie vengono di conseguenze.

Nel 2015, quando hai preso il ruolo di ds Benetton veniva da una delle sue peggiori annate celtiche, e avrebbe poi concluso il 2015/2016 all’ultimo posto. In quell’estate del 2015 forse era difficile prefigurare un percorso del genere, oppure avevi già una visione chiara e limpida del progetto?
Avevo già una mia visione e ho subito esposto al presidente il mio progetto. Ovviamente il primo anno è stato di studio, perché prendevo in mano una squadra già impostata di cui avevo fatto parte da giocatore fino a prima. In quell’anno ho cominciato a muovermi per le stagioni successive. Come filosofia mia, principalmente volevo cercare di creare un ambiente e una struttura che avrei voluto anche da giocatore.

Quali sono state le tue fonti d’ispirazione?
Più che altro ho cercato di confrontarmi con altre realtà estere. Mi sono mosso e ho fatto delle esperienze anche con altri allenatori – Eddie Jones e Pat Lam per esempio – e in strutture come quelle dei Tigers e Glasgow. Ho cercato di carpire quali erano le situazioni migliori e che potevano essere riprodotte nel nostro ambiente, perché l’errore più facile è copiare in tutto e per tutto. Non è detto che certe cose siano adatte alla nostra dimensione. Bisogna analizzare e capire cosa potrebbe funzionare da noi.

Nello specifico cosa si può traslare dall’estero?
Per esempio abbiamo individuato in Crowley un tecnico che potesse trasmettere una cultura forte, che sposasse in pieno il club. Gli abbiamo affiancato quattro allenatori non solo perché ci piaceva il numero, ma perché volevamo dare più dettagli possibili ai giocatori. Se si offrono più feedback, ne beneficiano tutti. Abbiamo cercato allenatori complementari e che vivono il rugby in tutte le sue sfaccettature. Un esempio: se si lavora sulla difesa, non è che gli altri stanno alla staccionata a guardare, ma sono dieci occhi che supervisionano tutta la squadra. Non l’ho inventato io, abbiamo solo guardato come funzionava in altre realtà.

Ma c’è anche dell’altro, immaginiamo.
Di anno in anno abbiamo cercato di strutturarci meglio anche dal punto di vista della preparazione atletica, del recupero dagli infortuni, della fisioterapia, della video analisi… Prima non c’erano video analisti. Adesso ne abbiamo due. Non sono persone trovate così per caso, perché non c’è un’ università che prepara analisti. Si individuano figure che possono rientrare in certi parametri e si fanno crescere all’interno del club, attraverso delle direttive.

Un cambiamento notevole è arrivato anche nel reclutamento dei giocatori stranieri. Nelle ultime due stagioni il Benetton non ha sbagliato praticamente nulla, anche in quegli acquisti considerabili come last minute come Baravalle, Faiva e Ioane. Come va inquadrata questa svolta?
Sono molto orgoglioso di questo, se devo essere sincero. Innanzitutto si tratta di capire che tipo di giocatore serve, non limitandoci solo al ruolo effettivo in campo ma tenendo in considerazione anche gli aspetti mentali, personali e poi tecnico-tattico e fisico. Una volta individuato il tipo di giocatore adatto, si passa alle ore di video al computer per cercare di analizzare il singolo basandoci sulle statistiche, studiando anche il carattere e la personalità del giocatore Alla fine si chiude il cerchio attorno a due-tre ipotesi e si cerca di concludere la migliore. Cerco di puntare maggiormente su giocatori freschi e giovani che abbiano ambizioni e che vogliano sfruttare questa come un’occasione reale.

Negli anni precedenti, invece, dalla Ghirada sono passati diversi giocatori che forse non si sono mai calati a fondo nella realtà del Benetton.
Un giocatore, oltre ad essere forte in campo, deve esserlo anche fuori. Faccio l’esempio di Nasi Manu: è un giocatore fondamentale all’interno del nostro ambiente, è unico. È di ispirazione per tutti gli altri per come si muove ed allena, per come cerca la video analisi… Fa crescere l’ambiente e i giovani in una certa maniera.

Tornando all’ultima stagione, la bontà del lavoro di giocatori e staff è evidente, ma dalla tua posizione in cosa si deve necessariamente migliorare ancora?
Sicuramente bisognerà strutturarci ancora di più. Lo faremo in particolare nel prossimo anno per la preparazione atletica, perché il gruppo si rinvigorirà. Si scenderà ancor di più nel dettaglio, andando a creare dei responsabili per ogni area. Nella fattispecie, ci sarà un responsabile per le aree di lavoro in campo, palestra, per la riabilitazione e per la condizione psico-fisica. Inseriremo una nuova figura per l’analisi dei dati dei GPS, perché a mio modo di vedere si fa l’errore di usare sistemi tecnologici che danno un’infinità di dati, ma che le persone non addette non riescono ad estrapolare al meglio.

E sul campo invece?
Bisognerà continuare a fare un lavoro di costruzione mentale dei giocatori nell’affrontare le partite, ma anche nel vivere il rugby a 360 gradi. Dobbiamo metterci alla pari dei nostri rivali esteri. Ormai non si può pretendere che l’atleta, finito l’allenamento in campo o in palestra, sia a posto: ci sono altre cose a cui pensare come la video analisi, il recupero, la mobilità, la nutrizione, il sonno… Una vita da atleta che va affrontata in una certa maniera, in modo da estrapolare il 110% da un giocatore e non solo una percentuale ridotta.

Una vita da veri professionisti, insomma.
Non che i ragazzi non lo siano già. È che ci manca quel tassello per competere con tutti gli altri. Fa sempre specie quando giochi contro le altre squadre, specialmente quelle di un certo calibro come Leinster, e sentire i loro giocatori che sanno per filo e per segno quello che i nostri singoli andranno a fare. Fanno un’analisi completa dell’avversario.

In merito allo staff tecnico: ci saranno altri ingressi? Magari un tecnico per i punti d’incontro?
Per quanto riguarda i punti d’incontro, onestamente siamo contenti. Anche le statistiche ci dicono che siamo tra i più performanti del campionato. Non ci saranno cambiamenti.

Hai accennato alla costruzione mentale dei giocatori. È capitato più di una volta che il Benetton quest’anno avesse dei cali di concentrazione durante la partita. Da direttore sportivo come ti fai sentire con la squadra, senza magari scavalcare l’allenatore?
Cerco di dare più strumenti possibili allo staff per lavorare sui giocatori. Lascio che siano i tecnici a gestire queste cose. C’è una cosa, una dichiarazione di Ruzza fatta proprio al vostro sito (in quest’intervista per la precisione, ndr), in cui dice che “vincere aiuta a vincere”. Aiuta l’allenamento, l’analisi… Se tu per tanto tempo sei stato abituato a lottare per non prendere punti, cambiare mentalità, stile di gioco e approccio nei momenti clou non è semplice. Attraverso una stagione del genere, penso che abbiamo messo dei tasselli sulla costruzione mentale dei nostri giocatori. Hanno imparato a vincere; il prossimo anno dovranno imparare a gestire determinate situazioni, ma lo fai solo quando tutta la squadra ha le redini della partita.

Il Benetton ha costruito una rosa piuttosto allargata (Pavanello dice che saranno 45+6, ndr). Vi dà la possibilità di fare un po’ come il Leinster, quindi di fare un turnover predeterminato?
Già quest’anno c’è stata molta tutela dei giocatori, se si vanno a vedere i minutaggi che sono più o meno uguali tra tutti. Abbiamo cercato, nei limiti del possibile, di mantenere un equilibrio, che si può fare ovviamente solo se non ci sono infortuni e se c’è competizione all’interno dei ruoli. E crearla rientra tra i miei compiti. Con una rosa più allargata si può aumentare la competitività: questo ti garantisce anche una migliore gestione della rosa. Inoltre, soprattutto negli ultimi sei mesi abbiamo diminuito gli infortuni, perché ci siamo anche strutturati in modo molto professionali nei reparti medici e fisioterapici.

Qual è il rischio invece di allenare un gruppo di cinquanta persone?
Lo dico ridendo: il rischio è che bisognerà allargare ancora di più lo staff. Detto questo, ci serve ancor più programmazione per poter curare ogni singolo dettaglio. I nostri standard di allenamento e monitoraggio dei giocatori non possono scendere, ma devono salire.

Torniamo a quel 45+6 a cui hai accennato prima. Cosa significa? Ci sarà un gestione diversa dei permit player nella prossima stagione? Per esempio, Cannone e Lamaro dovrebbero restare al Petrarca, ma sappiamo che sono nell’orbita del Benetton.
Noi abbiamo cominciato quest’anno un progetto con alcuni ragazzi, per esempio con Filippetto, che erano a carico nostro, si allenavano con noi e il sabato tornavano nei rispettivi club. Lui, per tutta una serie di motivi indipendenti da questi accordi, non è riuscito a giocare.
Abbiamo capito dove bisognava implementare o togliere, e dal prossimo anno questo gruppo di giocatori si allargherà ulteriormente. Cercheremo di lavorare con tutti i club del nostro territorio nei limiti del possibile.
Questi ragazzi, tesserati con le società di Eccellenza, si alleneranno con noi lunedì e martedì, dopodiché saranno liberi di tornare al club se non utilizzati e giocheranno in Eccellenza.

Sappiamo dei buoni rapporti del Petrarca, ma recentemente anche il presidente di Rovigo, Nicola Azzi, ha detto “mi piacerebbe che la Rugby Rovigo diventi una sorta di Accademia per i giovani in orbita Benetton”. Sembra che il Veneto si stia stringendo come non mai attorno a Treviso.
Siamo molto contenti di questo. Ci si è resi conto che lavorando in maniera autonoma non si ottengono risultati ed obiettivi a differenza di quando si lavora insieme. C’è più monitoraggio sui giovani, per i quali si è messo in piedi un progetto molto importante per una realtà come la nostra. È sicuramente un passo importante.

E invece il percorso al contrario, magari per giocatori provenienti da lunghi infortuni che hanno bisogno di giocare, non è ancora realizzabile?
So che è materia di discussione nelle riunioni tra i club di Eccellenza. Mi auguro che si riesca ad ottenere un regolamento del genere e mettere tutti d’accordo, perché a mio modo di vedere per i nostri tesserati sarebbe importante andare a giocare quando non trovano spazio o per recuperare da un infortunio. Farebbe il bene del giocatore e anche dei club.

Parlando di giovani, non posso non chiederti dell’Accademia Under 20 che non ci sarà a Treviso il prossimo anno. Quando vi è stata comunicata dalla FIR la decisione di non proseguire con questo progetto?
Avrebbe dovuto esserci, ma per motivi di bilancio non è stata realizzata. Mi auguro che in futuro si possa completare questo percorso, ma non ci discostiamo dal nostro progetto e dal nostro lavoro.

Qual è invece il bilancio della prima stagione di Cheetahs e Kings?
È un bilancio positivo. È vero che i Kings hanno faticato all’inizio, ma dall’altra parte i Cheetahs sono arrivati fino ai barrage. C’era un’analisi da fare anche sui Kings che in pochissimo tempo hanno dovuto strutturare la squadra, per cui ci si aspetta che entrambe facciano passi in avanti. Affrontare i Kings verso fine anno è stato più difficile di quanto successo ad inizio anno: si notavano strutture e competenze migliori.

Si dice che il Sudafrica voglia espandersi ulteriormente in Europa.
Sicuramente c’è dell’interesse, ma per il momento sono solo discussioni. Vedremo cosa capiterà. Penso sia noto che il Sudafrica guarda all’Europa e al Pro14 con occhio di interesse.

Tu sei uno dei referenti italiani nel board celtico. Qual è e com’è cambiato l’atteggiamento degli altri rappresentanti nei confronti dell’Italia nel corso dei mesi?
Quando ho cominciato non nascondo che non eravamo presi molto in considerazione. Ora le cose sono molto cambiate, più volte è stato sottolineato l’impatto delle due squadre e anche nell’ultima riunione sono arrivati i complimenti per i record di quest’anno. Non siamo più semplici comparse, ma cominciamo ad avere una nostra importanza.

Daniele Pansardi

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