In memoria di Giorgio Sbrocco

Marco Pastonesi ricorda un uomo che fu giocatore e dirigente, ma anche docente e scrittore

giorgio sbrocco

ph. Elena Barbini

E così se n’è andato anche lui. L’altra sera. Della sua morte so nulla, se non due parole: a casa. Così che, più che andarsene, è stato un restarci. Per uno come lui, sempre di qui e di là, sempre da una parte e dall’altra, sempre preso e strapreso, sempre in giro, restare a casa è stato quasi un omaggio, un onore, un privilegio, addirittura una rarità, un caso più unico che raro. La giusta fine.

E così se n’è andato anche lui, Giorgio Sbrocco. Un nome adatto, Giorgio, che sa di terra, e il rugby è terra, anche adesso che quella dei campi è poco organica e molto sintetica. E un cognome indicativo, prima persona singolare, voce del verbo sbroccare. Giorgio sbroccava – impazziva – solo per il rugby. Impazziva di passione. E dava i numeri: teoria, tecnica e didattica del gioco del rugby, da docente, con cattedra negli atenei di Padova e Ferrara. Non avrei potuto fargli neppure da bidello, pardon, assistente di piano. Non avrei potuto fargli neppure da magazziniere, da facchino, da portinaio. In aula ma anche sul campo, Giorgio suonava il pianoforte. E io non avrei potuto fargli neppure da facchino perché il bello era che il pianoforte, lui, se lo spostava da solo.

E così se n’è andato anche lui. Tre mesi e via. Un mal di schiena che non passava, trascurato trascinato negato ignorato dimenticato abbandonato omesso sette-giorni-su-sette, cosa vuoi che sia, mai urgente, e sempre offensivo per chi era è sarà abituato a ben altro, se dal campo non si esce con le proprie gambe, figurati dalla vita, e invece a quel punto i giochi erano già fatti e finiti, si potevano solo contare i giorni, i minuti, come zona Cesarini, come tempi supplementari, come l’ultima azione che va avanti finché il pallone – appunto – vive. Una telefonata, l’ultima, una settimana fa, proprio nel momento in cui usciva dall’ospedale e se ne andava a casa, la voce non più tonante, non più possente, non più rassicurante. Non più sua.

E così se n’è andato anche lui. Perfino lui. Addirittura lui. Giorgio giocatore, Giorgio allenatore, Giorgio tecnico, Giorgio docente, Giorgio responsabile, Giorgio dirigente predicatore teorico studioso, Giorgio rugbista, Giorgio trascinatore, Giorgio forza della natura, Giorgio capace di prendere e andare, Giorgio l’ottimismo della volontà ma anche la volontà dell’ottimismo, Giorgio che c’era, occupava, spaziava, Giorgio che presidiava a prescindere, Giorgio che presidiava senza presiedere, e anche questo rassicurava e insegnava, insegnava che la posizione, il ruolo, di più, il grado, la qualifica, contano fino a un certo punto, contano poco, forse contano niente, conta quello che si è e quello che si sa e quello che si fa, e lui faceva. Quando ha scoperto che il rugby si poteva anche scriverlo, lo ha fatto da giornalista: cronache e interviste, di uno e a uno cui non potevi dargliela da bere, fingendo giustificando inventando.

Quando ha scoperto che il rugby si poteva anche scriverlo, ma da scrittore, lo ha fatto rifiutando – per eccessiva modestia – la parola scrittore: penso a monografie (“Uno di sessanta” sul Petrarca) e a biografie (Nel segno di Memo”, la vita di Geremia)“, penso a saggi (“Il rugby: cos’è”), penso a storie (“Vincenti – quelli del rugby con le ruote”), penso a gialli (la serie dedicata alle indagini del poliziotto rugbista Sergio Penuria). Penso a tutto quello che stava scrivendo, che avrebbe voluto scrivere. Vulcanico, anche qui, trattandosi di rugby, Giorgio sbroccava.

E così se n’è andato anche lui. Qui si viene e si va, qui si arriva e a volte si scompare ma poi si torna, finché si esce anche quando – come nel caso di Giorgio Sbrocco – si resta a casa. Lui che dovunque era di casa. Campi spogliatoi clubhouse, autogrill osterie bar, scuole accademie atenei, tavole rotonde tavole quadrate tavole apparecchiate, un elettrauto dove si commosse quasi alle lacrime, chi lo avrebbe mai detto, così grande e grosso, così voluminoso e ingombrante, così uomo-squadra anche quando era da solo.

I funerali si terranno venerdì alle ore 16 presso la chiesa di Sarmeola

Marco Pastonesi

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