Sei Nazioni 2018: la Scozia ci crede davvero

Gregor Townsend non si nasconde e lancia la sfida: “Non vedo perché non potremmo alzare il trofeo a Roma”

test match scozia

ph. Sebastiano Pessina

Comincia il nostro percorso di avvicinamento verso il Sei Nazioni 2018, che si aprirà sabato 3 febbraio. Da oggi, fino alla settimana precedente alla prima partita, introdurremo le protagoniste del Torneo con uno speciale a loro dedicato. La prima squadra a passare sotto la nostra lente di ingrandimento è la Scozia, quarta lo scorso anno.

“Non vedo perchè la Scozia non potrebbe alzare il Sei Nazioni a Roma il prossimo 18 marzo. Crediamo di poterlo vincere, questa è la ragione per cui siamo tutti qui. Abbiamo fissato standard alti, abbiamo grandi ambizioni per la nostra squadra”.

Gregor Townsend (Toony un po’ per tutti) ha sempre amato, fin da quando giocava, un rugby d’attacco e anche da allenatore ha sempre impostato le sue squadre (prima i Warriors, ora la Scozia) con una mentalità offensiva. Le parole rilasciate durante la conferenza stampa di mercoledì al BT Murrayfield, quando ha annunciato il gruppo di giocatori che prenderanno parte al Sei Nazioni, sono fedeli al suo credo e in linea con quanto fatto vedere dalla sua Scozia durante i Test Match autunnali.

Come arriva al torneo

Mai come in questa stagione, la Scozia ha tutte le carte in regola per andare a vincere a Cardiff alla prima giornata, perchè arriva sulla scorta di risultati convincenti e, a differenza dell’edizione 2015 (chiusa con un clamoroso whitewash), le buone prestazioni dell’autunno hanno fatto seguito ad un’estate positiva e, soprattutto, ad un Sei Nazioni (quello del 2017) che, gara di Twickenham a parte, può definirsi più che soddisfacente.

Toony sa che sarà comunque “molto difficile e solo con grande lavoro possiamo ottenere i risultati” ma al momento all’interno dello spogliatoio scozzese si respira “grande entusiasmo. Non ci ritroviamo da qualche settimana e non vediamo l’ora di metterci a lavorare da domenica per preparare l’inizio del Torneo.”

La Calcutta Cup contro l’Inghilterra è per molti il vero obiettivo di questa campagna, ma le parole di Townsend dimostrano che l’head coach è già lontano dai ‘provincialismi’ e vuole dare un respiro più internazionale alla squadra. Per farlo, la Scozia dovrà iniziare da un successo al Millennium Stadium: sarebbe il modo migliore per dimostrare, anche ai più scettici, che la Scozia “ci crede davvero”.

Punti di forza

Non è un mistero che Townsend abbia trovato la tavola in parte già apparecchiata da Vern Cotter, l’allenatore neozelandese che dal 2015 ad oggi ha contribuito in maniera sostanziale alla costruzione di una squadra così competitiva e moderna. L’ex head coach dei Glasgow Warriors sta portando avanti efficacemente il lavoro iniziato dal suo predecessore, anche perché i capisaldi del gioco scozzese erano di fatto gli stessi impiantati nella franchigia del Pro14.

Se l’orchestra esegue lo spartito migliore, i Dark Blues diventano a tutti gli effetti una delle squadre più divertenti da seguire nel panorama internazionale. Dinamismo e rapidità sono gli elementi che li contraddistinguono a partire dai punti d’incontro, dove la Scozia cerca di non utilizzare mai più di due giocatori per la pulizia delle ruck in attacco. La rapidità nell’uscire del breakdown può essere considerata uno dei punti di svolta per gli Highlanders, capaci di alzare vertiginosamente i livelli di qualità e efficacia in questa fase di gioco rispetto all’Italia. Lo stesso pacchetto di mischia, pur non essendo il più potente in circolazione in quanto a forza fisica, si fonda sulla mobilità dei vari Barclay, Watson, Jonny Gray, Toolis e McInally.

Impostare gli ampi e variegati multifase, per la mediana, diventa molto più semplice, specie se poi il mediano d’apertura è uno dei più fantasiosi d’Europa, ovvero Finn Russell. Un giocatore unico in Scozia, in possesso di un bagaglio tecnico pressoché completo e capace di fungere da ideale rampa di lancio per trequarti devastanti negli spazi allargati come Tommy Seymour, Huw Jones (pedina ormai imprescindibile) e soprattutto Stuart Hogg, due volte di fila eletto come miglior giocatore del Sei Nazioni. Contro gli All Blacks, soltanto un corridore più forte di lui (e ce ne sono pochi) come Beauden Barrett lo ha privato della gloria di marcare la meta che avrebbe almeno pareggiato i conti contro i marziani di Ovalia.

Punti deboli e interrogativi

Townsend, quando ha scelto i giocatori, ha dovuto fare i conti con diversi problemi soprattutto in prima linea con le assenze di elementi come WP Nel, Allan Dell, Alasdair Dickinson, il nuovo talento Darryl Marfo (esploso durante i Test Match autunnali ma ancora infortunato), Simon Berghan (squalificato), Fraser Brown (troppi infortuni alla testa per il tallonatore dei Warriors) e Zander Fagerson (ricordate il peso caduto sul suo piede in palestra?). Rory Sutherland, invec, è rientrato solo venerdì con Edimburgo e non è ancora pronto per la Nazionale.

In mischia, dunque, la coperta è pericolosamente corta, e l’intero reparto potrebbe soffrire la mancanza di pietre angolari come Marfo, Nel e Fagerson. Nemmeno negli altri ruoli, inoltre, Townsend può contare su un’eccessiva profondità, sebbene alcuni reparti siano numericamente più coperti di altri (la terza linea, la trequarti e i mediani di mischia).

In campo, nonostante la grande prolificità e la tecnica sviluppata negli anni da tutti i componenti della rosa, permangono ancora dei passaggi a vuoto che possono rappresentare un rischio notevole contro squadre ciniche e spietate come Inghilterra e Irlanda. Il punto interrogativo principale, tuttavia, riguarderà la tenuta mentale della Scozia lungo il mese e mezzo del Torneo, soprattutto viste le grandi aspettative con cui gli Highlanders si approcciano alla competizione.

Possibili rivelazioni e esordienti

Il Sei Nazioni non è certamente il momento dell’anno più indicato per gli esperimenti, che vengono concentrati dai coach nelle due finestre internazionali estive e autunnali, ma come detto Townsend potrebbe essere costretto a fare di necessità virtù soprattutto in prima linea. Due i possibili esordienti: Murray McCallum e l’ex Benetton D’arcy Rae.

Potrebbe affacciarsi al palcoscenico più prestigioso anche Blair Kinghorn, elettrico estremo di Edimburgo classe 1997 che sta infiammando il Pro14 a suon di accelerazioni: è primo nelle classifiche dei metri guadagnati (1088) e dei difensori battuti (48). Davanti a lui c’è una colonna portante come Hogg, ma non è da escludere comunque una sua apparizione. L’altro possibile debuttante è Nathan Fowles, mediano di mischia che si accomoda dietro a Price e Laidlaw nelle gerarchie.

Matteo Mangiarotti
Daniele Pansardi

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