Super Rugby: cosa ci hanno lasciato le semifinali

Lions e Crusaders da una parte, Chiefs e Hurricanes dall’altra: considerazioni sparse sulle protagoniste del weekend

ph. Paul Hackett/Action Images

ph. Paul Hackett/Action Images

Due partite molto diverse tra di loro, ma con due verdetti simili: in finale vanno le due squadre più solide ed efficaci, nonché le più continue lungo gli ottanta minuti. Lions-Crusaders sarà una sfida inedita per il titolo, tra due team che hanno seguito e stanno seguendo percorsi e parabole differenti, ma ugualmente redditizi – perlomeno fino ad ora. Lo stesso discorso può essere applicato alle sconfitte di turno, Hurricanes e Chiefs, che per forza di cose dovranno guardare in maniera diversa al loro prossimo futuro.

 

Crusaders: una difesa di ferro

Nell’immaginario della maggior parte degli appassionati di palla ovale, le franchigie neozelandesi probabilmente sono sinonimo di corse, offload, spettacolo e mete a grappoli. I Crusaders sono anche questo, ma sono soprattutto molto altro come dimostrato ai Chiefs in semifinale. Nonostante il 33% di possesso e il 30% di territorio, i rossoneri hanno distrutto i sogni di gloria avversari grazie ad una difesa superba (unica meta concessa al 78′), vero marchio di fabbrica della squadra di Christchurch durante la stagione.

Scott Robertson ha costruito una squadra cinica, abituata a giocare senza fronzoli e a convertire ogni singola occcasione utile in punti, che si fonda su un pack inscalfibile perlomeno per le squadre di Super Rugby affrontate qui. Come sottolineato dallo stesso Robertson nel post-partita, tuttavia, è improbabile che i Crusaders possano giocare un’altra partita quasi esclusivamente in difesa; per riportare a Christchurch un titolo che manca dal 2008 servirà qualcosa di più, anche perché dall’altra parte ci sarà una squadra molto confidente nel giocare palla in mano.

 

Lions: come ribaltare partite e pronostici

In pochi, per non dire quasi nessuno, avrebbero scommesso su una vittoria di queste proporzioni dei Lions sugli Hurricanes. Figurarsi dopo un primo tempo chiuso sul 10-22, che tra l’altro non rispecchiava nemmeno pienamente quanto visto in campo fino a quel momento. Dagli spogliatoi, però, è uscita tutta un’altra squadra rispetto a quella del primo tempo. “Ho chiesto ai miei giocatori di alzare l’intensità e di non pensare al tabellino – ha dichiarato coach Ackermann – Ho detto loro che lo score era sullo 0-0, di andare fuori e di giocare un buon rugby, comunque fosse andata potevamo conviverci”.

Grazie alla straordinaria rimonta di Jantjies&co., il secondo tempo di sabato è già uno degli highlights dell’intero 2017 ovale, che ha potuto godere di una partita elettrizzante e di una squadra capace di dimostrare ancora una volta di essere l’unica a poter competere con le neozelandesi. A differenza dello scorso anno, sabato i Lions potranno sfruttare nuovamente il fattore casalingo dell’Ellis Park (e dell’altitudine di Johannesburg, che non è mai da sottovalutare) per mettere le mani sul trofeo che solo tre anni fa sembrava un miraggio. Comunque vada, potrebbe chiudersi un ciclo, visto che il prossimo anno Ackermann siederà sulla panchina di Gloucester. Quale miglior modo per salutarlo con la vittoria del torneo?

 

Hurricanes: imparare dagli errori

Il primo tempo della sfida di Johannesburg è stato un vero e proprio show della franchigia di Wellington, in cui i Lions hanno recitato una piccola parte soltanto all’inizio e alla fine dei quaranta minuti. In mezzo, gli Hurricanes hanno dato sfoggio di tutto il loro immenso repertorio di skills e giocate al limite della follia, che hanno reso la squadra di Chris Boyd la più spettacolare del torneo ma allo stesso tempo anche la più fumosa. Nella parte centrale della prima frazione, in ogni caso, gli ospiti hanno dato l’impressione di essere dei veri e propri Globetrotters del rugby, con i fratelli Beauden e Jordie Barrett a tirare le fila dello spettacolo. Per larghi tratti i Lions sono sembrati soltanto degli sparring partner, tanto da subire tre mete rischiando di prenderne anche altre.

In quelle giocate esagerate, quasi umilianti per l’avversario, è nato probabilmente il blackout del secondo tempo. Come spesso capitato in stagione, gli Hurricanes si sono adagiati sugli allori e hanno alzato il piede dall’acceleratore, venendo travolti dalla voglia di rivalsa dei Lions. La meta di Laumape ha solo illuso, perché dopo il giallo a Barrett (che ha scatenato non poche critiche in Nuova Zelanda) gli ospiti si sono ritrovati anche senza le energie per rincorrere degli indemoniati Lions. I campioni uscenti abdicano in modo inglorioso ma servirà da lezione per gli anni successivi che, considerando il talento e l’età media della squadra, si prospettano comunque floridi.

 

Chiefs: la fine di un’era

Prima del suo arrivo sulla panchina dei Chiefs, la franchigia di Hamilton aveva il 46% di vittorie nella propria storia. Sei anni, 71 vittorie, 3 pareggi e 30 sconfitte dopo (68%), la percentuale è salita al 54%. Ci sono evidentemente dei Chiefs pre-Dave Rennie e dei Chiefs post-Dave Rennie. Con la sconfitta contro i Crusaders, l’epoca dell’allenatore neozelandese alla guida dei Chiefs si è chiusa, così come quella di alcuni suoi fidati scudieri che lo hanno accompagnato in questi anni: come il loro coach, anche Aaron Cruden, Tawera Kerr-Barlow, Hika Elliot, Michael Leitch e James Lowe voleranno in Europa e lasceranno la Nuova Zelanda.

Il ciclo più vincente per i Chiefs (titoli nel 2012 e nel 2013) si è chiuso con la seconda sconfitta consecutiva in semifinale, con pochi rimpianti visto che i Crusaders si sono rivelati superiori e più concreti rispetto agli uomini di Rennie, che nel post-partita tira un po’ le somme della sua esperienza a Hamilton. “Penso che ci siamo messi in posizione di poter vincere il titolo ogni anno, poi è una questione di dettagli, no? Sono fiero di quello che abbiamo fatto – ha dichiarato l’head coach. Per i Chiefs parte una nuova avventura, forti di una legacy importante su cui poggiare le basi.

 

di Daniele Pansardi

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