Le scelte facili e le scelte giuste: dentro alla formazione dell’Italia anti-Galles

Conor O’Shea continua sulla linea tracciata a novembre, nonostante Campagnaro. Ma la panchina non è mai stata così lunga

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ph. Sebastiano Pessina

C’è una sola frase, pronunciata da Conor O’Shea in conferenza stampa, che spiega la formazione decisa dal ct irlandese per l’esordio nel Sei Nazioni 2017 contro il Galles: “A volte le scelte facili non sono quelle giuste”. Semplice, efficace e dritta al punto: quasi un mantra, o uno slogan. Più banalmente, la risposta ideale di un allenatore (pardon: Director of Rugby) che sta cercando di portare avanti un progetto fatto di idee chiare e lineari (dentro e fuori dal campo), basato almeno in questi primi mesi su alcuni punti cardine da cui O’Shea non sembra volersi discostare al momento. E che, con l’annuncio del XV per la sfida di domenica, hanno forse sollevato qualche punto interrogativo, fermo restando la bontà della scelta di O’Shea di continuare sulla strada già intrapresa a novembre.

 

Campagnaro no, Bisegni/Benvenuti sì

A fare più rumore è stata senz’altro l’esclusione di Michele Campagnaro dal primo minuto. Il centro di Exeter si presentava in nazionale in un eccellente stato di forma, frutto anche di sette mete nelle ultime tre partite e a due prestazioni da Man of the Match con i suoi Chiefs. Nelle due partite di Champions Cup giocate contro Ulster e Clermont, il centro azzurro aveva collezionato numeri offensivi interessanti in cui, oltre alle quattro mete segnate, si era distinto per 25 corse palla in mano, 199 metri corsi, 5 clean break e 5 difensori battuti; cifre in parte sporcate dai 7 turnover concessi. Per quanto riguarda la fase difensiva il 23enne ha effettuato 19 placcaggi in due match mancandone 4, di cui tutti nella stessa partita (contro Ulster, tra l’altro vinta dai Chiefs). Non c’è dubbio, insomma, sul fatto che O’Shea abbia lasciato fuori (almeno dal primo minuto) il miglior attaccante a disposizione della nazionale (gli altri due sono Morisi e Leo Sarto, out), capace di creare spazi al largo e di mettere in seria difficoltà gli avversari negli impatti, e un abile placcatore, sebbene talvolta il miranese tenda ad anticipare fin troppo la salita anticipata in difesa per ricercare l’intercetto.

 

 

Un mese di gennaio di così alto profilo ha comunque portato O’Shea (che ha definito Campagnaro un potenziale “world class player”) a preferire al trequarti classe ’93 Tommaso Benvenuti o Giulio Bisegni, a seconda del ruolo (centro o ala) in cui ognuno colloca l’ex Benetton Treviso sul campo. Tra l’estro e l’arrembanza di Campagnaro e le solide prestazioni offerte dai due testati a novembre, O’Shea ha voluto puntare su queste ultime, in cui sia il veneto che il frascatano hanno ricoperto un ruolo importante nello scacchiere tattico dell’irlandese e nonostante Bisegni non scenda in campo dal 23 dicembre per una squalifica. Il giocatore delle Zebre, da ala, ha sfruttato la sua fisicità per aumentare il peso sulla linea difensiva e ha collezionato 22 placcaggi in tre test match, mancandone 5 (l’Italia, in totale, ne ha mancati la bellezza di 85) e arginando due ali come Bryan Habana e – nei limiti del possibile visto il contesto – Waisake Naholo. Come Bisegni, anche Benvenuti ha fatto valere le sue ottime qualità di difensore (31 placcaggi effettuati, 5 mancati) in mezzo al campo e ha ben applicato la difesa rovesciata quando si rendeva necessaria, chiudendo il suo canale in maniera puntuale e alzandosi quasi sempre con i tempi e le velocità ideali. Ed è lecito attendersi un Galles di battaglia nel primo tempo.

 

 

Entrambi hanno perfettamente rispettato le consegne di O’Shea pur senza brillare in attacco (Bisegni, adattato all’ala, si è ritrovato in difficoltà anche nel gioco aereo), vuoi per il game plan conservativo dell’Italia, vuoi per la maggiore tendenza da parte di tutti e due ad essere più efficaci in difesa e poco palla in mano: in due hanno collezionato 30 metri corsi (Bisegni a secco sia con All Blacks che Sudafrica), un difensore battuto ed un clean break nelle retroguardie avversarie. Numeri che restituiscono fedelmente la sterilità dell’attacco azzurro al largo, ma che non hanno convinto ugualmente O’Shea a cambiare immediatamente le carte in tavola fin dal primo match del Sei Nazioni, inserendo per l’appunto uno come Campagnaro.

 

Panchina lunga

Il ct irlandese ha ritenuto opportuno affidarsi a giocatori già ampiamente collaudati nel suo sistema di gioco, che conoscessero già lo spartito da seguire; ma, soprattutto, O’Shea si è lasciato a disposizione una panchina estremamente lunga per qualità e rendimenti dei singoli in stagione (non proprio un elemento comune nelle liste gara della nazionale azzurra), che consentirà all’irlandese di non abbassare il rendimento della squadra nell’ultima mezzora di gioco. In questo senso va probabilmente letta anche l’esclusione dal XV titolare di un senatore come Leonardo Ghiraldini, i cui 82 cap sono stati sopravanzati dagli 8 di un Ornel Gega protagonista di un novembre dal work rate elevatissimo nel gioco aperto e da ball carrier e scardinatore, oltretutto giocando 80 minuti sia contro il Sudafrica che contro Tonga senza mai cedere nel finale. E insieme a Ghira, oltre a Campagnaro, si siederanno anche Joshua Furno, Francesco Minto, la sorpresa dell’anno Giorgio Bronzini e Tommaso Allan: giocatori in grado di garantire un livello gioco costante anche in quel frangente decisivo di partita in cui l’Italia, spesso e volentieri, si è fatta trovare impreparata. 400 minuti di totale dedizione e non una vittoria sparuta, ha chiesto il tecnico irlandese. Posto che questo è l’obiettivo, il primo passo è riuscire a realizzare una cosa senza la quale negli ultimi anni abbiamo sofferto terribilmente: competere nei 23 e fino al fischio finale.

 

di Daniele Pansardi

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