Quando battemmo gli All Blacks

Stenterete a crederci, ma una volta il Portogallo ha battuto gli All Blacks

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Golaço, golaço Pedrinho, fenomeno, fenomeno!” E in effetti il gol è veramente bello: dribbling stretto, compasso delle gambe allargato e palla in rete.

In rete, insomma, facciamo tra i pali.

Pali, facciamo coni da lavoro.

Ma poco importa. Il Portogallo batte 3 a 1 la Nuova Zelanda ai Mondiali di rugby.

No, nessun ubriaco qui (almeno, non a quest’ora), è andata proprio così. Succede tutto al termine di una delle partite più scontate della Coppa del Mondo, un All Blacks-Portogallo che finisce 108 a 13, sedici mete a una. Lo stadio di Lione sfolla, il campo no. Chi durante gli 80 minuti ha occupato più che altro panchina e tribuna si deve sorbire un po’ di lavoro supplementare in vista dei prossimi impegni. Da una parte del campo c’è la crema degli All Blacks, Carter e McCaw compresi, risparmiata dal ct per gli 80 minuti. Dall’altra ci sono le riserve del Portogallo, quelli che effettivamente hanno meno qualità, visto che coach Morais ha schierato la squadra migliore possibile per reggere l’urto della marea nera. Maglie tecniche nere da una parte, maglie di abbondante cotone amaranto dall’altra.

All’improvviso spunta un pallone. Tondo. Viene dalla parte nera. Sguardi d’intesa dalle due parti, la sfida può cominciare.

Ma a dirla tutta il Portogallo, questa sfida, l’ha già vinta. È arrivato alla fase finale di un Mondiale per la prima volta nella sua storia, con una squadra composta da ingegneri, veterinari e avvocati, un solo professionista (nelle serie minori francesi) e tanto, tantissimo cuore. Hanno attraversato continenti e carceri per esserci, e alla fine ce l’hanno fatta.

E allora è giusto raccontarla, questa storia, perché niente, alla fine, è più emozionante del vedere Davide che fa a spallate con i vari Golia che si ritrova sulla strada. Le emozioni cominciano nel 2004, anno in cui il Portogallo, a sorpresa, vince la European Nations Cup, il “Sei Nazioni B”, per intenderci, che si gioca in due anni. I Lupi nel 2003 battono a sorpresa Georgia e Romania in casa, scherzano con la Repubblica Ceca e gli acerrimi rivali spagnoli, poi espugnano Krasnodar. Il 2004 comincia benissimo, visto che si vince a Tbilisi, poi però arriva una sconfitta pesante a Costanta, e la Romania pareggia i conti in classifica. Sembra finita, perché Sorin Socol e compagni battono nettamente anche la Spagna, mentre a Praga si soffre fino alla fine. Poi però in Russia i romeni perdono la vetta, e allora è contro-sorpasso. All’ultima giornata la Russia viene sconfitta per 19 a 18 all’ultimo minuto, I Lupi sono campioni. I grandi protagonisti sono Antonio Aguilar, ala di Tarbes, Gonçalo Malheiro, apertura e recordman di punti con la nazionale portoghese nel weekend e ingegnere civile durante la settimana, i fratelli (e cugino) Uva, uomini di mischia con un cuore grande così, e Rui Cordeiro, pilone di 130 chili (con lo sconto) e veterinario. Poi c’è André Silva, l’unico vero professionista della squadra, di stanza a Nimes, Francia. Altri hanno già giocato all’estero, come Gonçalo Uva a Montpellier e Neves Pinto a Roma, ma all’epoca erano studenti Erasmus.

Il ct è Tomas Morais, uno che intuisce subito una cosa fondamentale: bisogna attingere dal Seven il più possibile. A livello europeo la nazionale di rugby a sette portoghese si difende bene e ha giocatori di un certo livello, è giusto provarci così. Poco alla volta, oltre ai giocatori già citati, arrivano anche due ragazzini, Pedro Cabral e Pedro Leal, mentre si afferma sempre di più il talento di Diogo Mateus, primo centro, che nel 2006 finisce al Munster e diventa, di fatto, il rugbista lusitano più conosciuto prima dell’avvento di Julien Bardy, storica terza linea di Clermont. Il Portogallo gioca bene, è arioso e frizzante, ma è troppo leggero davanti. E se nel 2004 in qualche modo il piede di Malheiro aveva tolto tante castagne dal fuoco nell’edizione successiva del torneo Georgia e Romania, per battere i portoghesi, puntano tutto su mischia e breakdown. E hanno ragione.

Il Portogallo perde gli scontri diretti, pareggia con la Russia e arriva terzo. Le speranze di Mondiale ci sono ancora, ma passano per un gironcino a tre con Italia e Russia. I portoghesi si presentano a l’Aquila senza Cabral, che si è rotto una gamba in una amichevole, e senza Acosta, Vargas e Murré, oriundi argentini a cui l’Irb non concede il visto. Sono anche costretti a far giocare Aguilar, ala tra le più forti della storia ovale lusitana, ad apertura. E se il Portogallo va in crisi contro il pack dei Lelos e quello romeno, figuratevi contro gente come Lo Cicero, Castro e compagnia cantante: finisce 83 a 0. Non è che alla Russia vada tanto meglio, una settimana dopo, visto che ne piglia 67.

E allora è di nuovo Portogallo-Russia. A Lisbona finisce 26 a 23, e si continua ancora a sperare.

Ci sono ancora due possibilità: la prima è una sfida di andata e ritorno contro la Georgia, seconda classificata nell’altro gironcino. La vincente si qualifica come “Europa 3”, la perdente affronterà il ripescaggio. A Tbilisi i Lelos si fanno valere in mischia e passano 17 a 3, poi strappano un pareggio in Portogallo e si qualificano. I Lupi invece se la vedono nel primo turno dello spareggio con il Marocco, appena sconfitto in casa dalla Namibia. I marocchini sono una squadra tosta, soprattutto in mischia, ma a Lisbona perdono 10 a 5, segnando solo una meta con Boutaty, un habitué del Top 14. A Casablanca i padroni di casa segnano due mete, ma il piede di Duarte Pinto è decisivo: 16 a 15 per il Portogallo. Non è ancora finita, c’è l’ultima doppia sfida. L’asticella si alza, visto che tocca sfidare l’Uruguay. Eh, i Teros sono forti. Sono praticamente la stessa squadra del Mondiale 2003, quella che ha battuto nettamente la Georgia. Ci sono fior di giocatori come Bado (visto anche a Rovigo), Lemoine, Menchaca e i fratelli Aguirre. Solo che questi a Lisbona perdono 12 a 5, e si devono giocare tutto a Montevideo. La Celeste è più forte, molto più forte del Portogallo. Ma Bado si fa espellere dopo pochi minuti, e in generale il nervosismo permette ai lusitani di restare in carreggiata. A venti dal termine il punteggio dice 18 a 12 per l’Uruguay, il numero 10 Pinto al piede sta tenendo in bilico la qualificazione, ma mancano solo due punti alla rimonta.

Che non avviene.

Senatori come Lemoine e Bado abbandonano temporaneamente la maglia della Nazionale, altri verranno epurati proprio a seguito di quella che per loro è una disfatta.

Il Portogallo va ai Mondiali per la prima volta nella storia. L’euforia è tanta.

Anche troppa.

La polizia uruguaiana nella notte arresterà un bel numero di giocatori ospiti che ci hanno dato dentro con l’alcool e i festeggiamenti. Il clima, tra frustrazioni varie, non è dei migliori, mettiamola così. Li rilasciano, con la solenne richiesta (leggi: ordine) di sloggiare subito.

Sono gli ultimi qualificati al Mondiale, e perciò la scelta è quella che è (se mai di scelta si può parlare): finiscono in un girone che comprende All Blacks, Scozia, Italia e Romania. Come dire Giau, Pordoi, Falzarego e Campolongo col vento contrario e la pioggia. Dura?Durissima. Ma questi ci provano. Prendono ferie e arrivano in Francia. Prima però passano per Mogliano, provincia di Treviso, dove nell’ultima amichevole preparatoria affrontano il Giappone di Kirwan, che da quelle parti è di casa. Vincono i Brave Blossoms per 15 a 13 soltanto nel finale, per loro si infortuna gravemente Daisuke Ohata, recordman di mete (ha battuto un certo David Campese). Os Lobos sono pronti, comincia l’avventura mondiale.

Il debutto è contro la Scozia, che non verrà da una grandissima annata ma che su un campo da rugby è dura a morire. E troppo dura per i portoghesi, che nelle fasi statiche non sanno più dove e come girarsi. Placcano e anche forte, ma qui le cilindrate sono diverse. Gli scozzesi vanno subito sul 21 a 0, poi però si entra nella storia: lunga serie di pick and go nei 22 scozzesi, Duarte Pinto buca la linea e ricicla per Pedro Carvalho che schiaccia.

Viene giù lo stadio. È anche una cosa plausibile, i portoghesi sono la seconda comunità più popolosa in Francia, sono più di 750,000. Immaginate se un bel po’ di questi non sono lì presenti allo stadio. I lusitani si caricano, segnano anche con un calcio, solo che la benzina finisce presto. Gli scozzesi alla fine segnano 8 mete, finisce 56 a 10 e fa capire che, a questi livelli, i Lupi hanno ancora un bel po’ di gavetta da fare.

Solo che non c’è tempo, arrivano gli All Blacks.

Che non schierano i giocatori più forti, che la strada è ancora lunga e gli infortuni non sono proprio simpatici all’inizio di un torneo che a quelle latitudini fa più piangere che esultare. Ma in tutti i casi, chi li ha mai affrontati dei mostri come Tialata, Rokocoko e Conrad Smith?E di Nick Evans, ne vogliamo parlare? Il numero 10 ha tutto, ma veramente tutto per essere un fenomeno. È un giocatore meraviglioso, un piede e una visione di gioco superiori, potrebbe essere l’apertura titolare ovunque. Ovunque, ma non a casa di Dan Carter. Segnerà 33 punti, 14 trasformazioni e una meta, poi verrà in Europa a far innamorare lo Stoop.

Ma per mezz’ora il Portogallo non demerita. Certo, subisce due mete, ma chi non le prende da quelli là vestiti di nero? Fanno quello che farebbero tutti, ci provano. Ci mettono grinta, cattiveria. Ma è come se uno di noi “umani” si mettesse in testa di conquistare la bellissima Monica che abita alla porta accanto: bella, bellissima e pure simpatica. Esatto, quella che non sa nulla della vostra esistenza, quella che vi vede come un simpatico spartitraffico da salutare quando vi incrociate a prendere la posta nella cassetta delle lettere, così, giusto per educazione. Ci puoi provare, le puoi strappare un sorriso dopo l’altro, qualcuno riuscirebbe persino a guadagnarsi una convocazione per un caffè al bar. Ma tutto il resto, se la vostra Monica è donna con la D maiuscola e voi non camminate sulle acque, non è cosa. Ecco, così me lo immagino il Portogallo che prova a giocarsela con gli All Blacks: una lunga serie di piccoli passi, di grandi sacrifici, di piccoli momenti di gloria e di ancor più grandi legnate. Ecco, decidete voi dove mettere il drop che Gonçalo Malheiro butta dentro per il 12 a 3. E provate a chiedergli se valgono più quei tre punti o tutti gli altri quasi 300 segnati in Nazionale.Poi gli All Blacks si svegliano, in un quarto d’ora segnano 6 mete e fanno capire che la distanza tra casa vostra e casa di Monica c’è più di una staccionata di differenza.

Eh ma i portoghesi mica si arrendono così: ad inizio ripresa recuperano un pallone vagante e arrivano nei 5 metri neozelandesi. È una battaglia di testate, di spallate e di mani a forma di scavatrici che, disperate, cercano di strappare l’ovale all’avversario. Solo che Rui Cordeiro, veterinario di 130 chili (IVA assolta), gliela possono strappare solo dei minatori dal sottosuolo. È meta, agli All Blacks, e vadano a quel paese staccionate, canzoni dedicate e mai ascoltate e macchinoni parcheggiati nel suo giardino. La reazione è devastante: non si fermano più gli All Blacks, arrivano altre 8 mete, finisce 108 a 13 e va bene così, il rispetto passa anche da questi risultati.

Lo stadio di Lione sfolla, il campo no. Chi durante gli 80 minuti ha occupato più che altro panchina e tribuna si deve sorbire un po’ di lavoro supplementare in vista dei prossimi impegni. Da una parte del campo c’è la crema degli All Blacks, dall’altra ci sono le riserve del Portogallo, q Maglie tecniche nere da una parte, maglie di abbondante cotone amaranto dall’altra.

All’improvviso spunta un pallone. Tondo. Viene dalla parte nera.

Sguardi d’intesa dalle due parti, la sfida può cominciare.

E gli All Blacks vanno ancora in vantaggio con Ellis. Solo che la sfida è più equilibrata: Kelleher è un buon mastino, ma Hayman e McCaw fanno fatica quando la palla rimbalza regolare. Dan Carter è a suo agio, ma Dan Carter sarebbe a suo agio anche domani al Roland Garros. I portoghesi ne hanno di più: Pedro Cabral, che pesa 72 chili a patto di aver esagerato con peperonata e tiramisù, è un ballerino nato, dribbla due volte su due Richie McCaw e segna i gol del sorpasso.

Golaço, golaço Pedrinho, fenomeno, fenomeno!” Segna anche David Mateus, finisce 3 a 1.

Chi è rimasto allo stadio si diverte e applaude, gli All Blacks vanno a prendere le birre e vanno a concludere degnamente la giornata nello spogliatoio portoghese. Carl Hayman ne offre una a Rui Cordeiro, che però è astemio e costringe il rivale a prendergli dell’acqua. Chissà se lo racconta ancora, al padrone di qualche suo paziente.

Contro l’Italia i Lupi giocano bene, Neves Pinto è anche Man of the Match, ma anche qui la benzina finisce troppo presto. Come contro la Romania, che per un tempo prova a giocare al largo, con scarsi risultati. Poi rimontano e vincono 14 a 10, ma solo nel finale.

Ma a dirla tutta il Portogallo, questa sfida, l’ha vinta. L’aveva già vinta prima di iniziare. È arrivato alla fase finale di un Mondiale per la prima volta nella sua storia, con una squadra composta da ingegneri, veterinari e avvocati, un solo professionista (nelle serie minori francesi) e tanto cuore. Segna una meta in ogni incontro e costringe al lavoro pesante gente che per quegli 80 minuti il più delle volte è pagata.

Davide ha preso a spallate Golia, Davide è caduto.

Si è rialzato e ci ha riprovato.

Poi Golia ha pagato da bere.

E, in fondo, anche questo finale ci può andar bene.

 

Cristian Lovisetto

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