Rugby e formazione: dieci anni di Accademie, tra polemiche e cambiamenti

Comunque vadano le elezioni, il sistema è destinato a subire modifiche. Ecco i possibili scenari

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Il sistema composto da Accademie e Centri di Formazione è stato in anni recenti uno dei temi più dibattuti dalle nostre latitudini ovali. Spesso, va detto, con posizioni troppo nette e positive o negative a prescindere, tanto da essere negli anni divenuto motivo di battaglia politica tra chi vede il sistema Accademie come unico responsabile dei deludenti risultati del nostro rugby dall’Under 20 in su e chi le ritiene invece l’unica strada percorribile per colmare il già esistente gap tra noi e quelle squadre che regolarmente a livello di club e internazionale ci battono. L’argomento è certamente complesso e sebbene affrontarlo non sia per nulla facile, farlo è doveroso a dieci anni di distanza dall’inaugurazione dell’ “Accademia del Rugby Italiano” con sede a Tirrenia.

 

Da allora di atleti ne sono transitati dalla più importante delle Accademie FIR. Nell’anno inaugurale c’era Simone Favaro, nel 2008/2009 Furno, Manici, Lovotti, Gori, Venditti e Benvenuti, nel 2010/2011 Fuser, Gerosa, Morisi, Leonardo Sarto, l’anno successivo Boni, Campagnaro, Esposito, Odiete, Padovani, Violi, Zanusso. Giocatori che negli anni successivi sarebbero divenuti protagonisti anche a livello internazionale e segno che qualche risultato col tempo è arrivato. Il sistema è stato poi strutturato con le Accademie Zonali, nove in tutto, sparse lungo la Penisola e “collettori” di talenti locali provenienti dai club del territorio: lì i ragazzi arrivano la domenica sera e ripartono il venerdì per giocare con il club, mentre durante l’anno sono previste partite tra le varie strutture.

 

Un argomento complesso, dicevamo, anche perché per un Favaro che si impone tra le terze linee migliori al mondo ci sono tanti altri atleti che si fermano all’Eccellenza se non prima, che scelgono strade fuori dall’Italia o che addirittura lasciano la palla ovale. Un interessante contributo è quello offerto da Giorgio Sbrocco, intervistato da Giacomo Bagnasco nel numero di settembre di All Rugby. Docente di “Teoria e tecnica didattica del rugby” presso le Università di Padova e Ferrara, Sbrocco nel parlare di Accademie fa una premessa che guarda alla forma del sistema: “Se la analizziamo dal punto di vista scientifico, quella che ci troviamo di fronte è una procedura corretta. È sensato individuare percorsi di formazione specifica per i migliori, che devono giocare e allenarsi con i migliori […] un migliaio di ragazzi per i quali alzare la quantità e la qualità del lavoro”. I problemi derivano allora dal fatto che a scuola si fa poco sport (e talvolta male),  che in Italia non ci sono tantissimi club e che “la base è cresciuta ma la qualità non è eccellente: i talenti sono pochi”. Sul reindirizzare ai club le risorse destinate al sistema delle Accademie, questa la risposta: “Non potrei fare altro che sospendere il giudizio, aspettare cinque anni e vedere che cosa si è ottenuto”.

 

Comunque la si pensi e comunque andranno le prossime elezioni, il sistema così come oggi si presenta è destinato a cambiare. Lo ha detto il Presidente Alfredo Gavazzi (“Abbiamo usato un modello standard poi ci siamo accorti che determinate situazioni logistiche sono diverse, per esempio tra Sicilia e Veneto. Ci sarà un’ottimizzazione”), è scritto sul programma di Pronti al Cambiamento (movimento guidato da Marzio Innocenti, candidato alle elezioni) dove si legge della sostituzione dei Centri di Formazione con “l’attività degli staff tecnici itineranti, promuovendo l’attività nei vari club dove aggregare i giocatori selezionati di volta in volta” (istanza quest’ultima che sarebbe anche tra le modifiche obiettivo della Federazione), e delle modifiche al sistema delle Accademie, “mantenute solo su necessità territoriale, non saranno residenziali” e con l’attività di selezione in mano ai comitati e non più centrale. Altro tema è invece quello del legare un’Accademia a ciascuna delle due franchigie: un passo da molti invocato e in cui è arrivata l’apertura da parte della Federazione.

 

Detto tutto ciò, per molti il sistema delle Accademie non è negativo in senso assoluto ma potrebbe essere pensato e realizzato in modo migliore (per esempio la distinzione tra regioni come il Veneto in cui esiste una rete di club forte e altre zone con meno capillarità ovale), così come del resto lo stesso numero uno FIR Alfredo Gavazzi ha detto, mentre meno condivisibile è il pensiero più volte espresso in passato sul rapporto tra avvio delle Accademie e preparazione dei tecnici (“Se avessimo prima dovuto formare nuovi allenatori il progetto sarebbe partito troppo tardi perdendo ulteriore tempo”). Ma c’è anche chi invece, come Marcello Cuttitta, ritiene del tutto sbagliato il sistema: “Vedo in giro un potenziale enorme, che secondo me rischia di perdersi nel sistema centri di formazione-Accademie. A mio avviso devono essere i direttamente i club a far crescere questi ragazzi”, si legge in chiusura del pezzo di All Rugby. Come? Organizzando incontri tra i tecnici federali e le società del territorio, eliminando i Centri di Formazione e mantenendo pochissime Accademie i cui giocatori, una volta terminato il percorso, sono indirizzati ai club di Eccellenza “che dovrebbero anche disputare un campionato U20 tra loro”.

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