RWC 2015: iniziamo a mettere il Mondiale sulla bilancia

A una settimana scarsa dalla finalissima tra All Blacks e Australia è possibile trarre un primo bilancio del torneo

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Tra sei giorni conosceremo il nome della nuova regina di Ovalia, Australia e Nuova Zelanda le compagini in corsa e che a Twickenham si contenderanno la Webb Ellis Cup. Diciamolo, probabilmente non la finale più pronosticata, perché se la Nuova Zelanda ha fatto il suo non in molti avrebbero scommesso sull’Australia: il ct Michael Cheika prendeva in mano la squadra giusto un anno fa, a fine ottobre 2014, e i wallabies sembravano un gruppo poco unito, con idee poco chiare, una valanga di talento ma in totale confusione. Cheika però in pochi mesi ha raddrizzato la squadra e creato un nuovo clima, e questo è il risultato. Un mezzo miracolo.
Comunque, dicevamo, tra una settimana sapremo chi per i prossimi 4 anni potrà fregiarsi del titolo di campione del mondo ma già oggi si possono trarre delle conclusioni sul torneo, che la vittoria di una delle due contendenti sposterà non di molto quello che comunque abbiamo visto in Inghilterra dalla metà di settembre. Nulla di definitivo, ma un po’ di appunti sparsi per dare una delle visioni possibili della Rugby World Cup 2015.

 

La squadra più bella finora vista è sicuramente l’Australia. Non necessariamente la più forte (anche se…) ma quella più piacevole da vedere. Lungo la sua strada ha battuto e/o eliminato Fiji, Inghilterra, Galles, Scozia e Argentina ed è sicuramente la formazione che ha avuto il percorso più complicato proprio per la qualità degli avversari. Pocock e Hopper sono da urlo, Mitchell e Ashley-Cooper sempre al posto giusto al momento giusto, Foley non fa rimpiangere Cooper (anzi) i trequarti garantiscono quantità, qualità e opzioni e il pack con la cura Ledesma ha fatto passi avanti enormi, anche se qualcosa da sistemare rimane. Folau è finora la delusione e c’è il mezzo passo falso con la Scozia, con un approccio mentale sbagliato alla partita, ma siamo sicuri che sabato non succederà.

 

La Nuova Zelanda. Che dire: una macchina da rugby come nessun altra ma, complice anche un calendario più semplice, ha entusiasmato e veramente convinto solo a tratti. Va però detto che quando c’era da lasciare il segno lo ha sempre fatto: se gli si lascia il dito si piglia immediatamente il braccio. Esperienza, cinismo, fantasia e tecnica non mancano; qua e là compaiono però anche sbavature, una disciplina non ferrea (o forse i tuttineri sono semplicemente fischiati un po’ di più che non nei tradizionali standard?) e qualche errore di troppo. Ha sofferto parecchio con l’Argentina nella prima gara del torneo, ma lo hanno fatto tutti quelli che hanno incontrato i Pumas, poi un girone senza difficoltà e un quarto con una Francia sì travolta ma anche davvero brutta. Partita maiuscola con il Sudafrica ma l’impressione è che questi All Blacks se attaccati possano essere messi in difficoltà: in questo senso l’Australia è forse il peggior cliente che potevano pescare.

 

Che dire dell’Argentina? Bellissima, con un cuore gigantesco e un futuro che promette davvero tanto. Un gruppo di giocatori che l’esperienza del Super Rugby ora unirà ancora di più guidati con mano intelligente e preparata da un grande ct. Impossibile non applaudirli, il limite è un gioco che a volte si prende quache pausa di troppo e una tenuta mentale non sempre “stabile” nel corso degli 80 minuti. Ma ci stanno arrivando.

 

La delusione? L’Inghilterra. L’eliminazione già nella fase a gironi ovviamente pesa, ma non è solamente quello, che alla fine se ti trovi in una pool con Fiji, Galles e Australia e ne passano solo due… Il fatto è che i padroni di casa non hanno dato l’impressione di avere il pieno controllo delle partite , una maturazione e una chiarezza di idee sufficiente per fare molta strada. Ci si aspettava sicuramente di più, parecchio di più.

 

Scozia, Galles e Irlanda: il pollice su è sicuramente per la Scozia che con mezzi tecnici e quantitativi inferiori a quello delle altre grandi di Ovalia è arrivata a un nulla dal conquistarsi una semifinale, che per quello visto in campo sarebbe stata meritatissima. A Edimbrugo e dintorni stanno però lavorando bene e i risultati ottenuti anche con le due franchigie non sono certo un caso. E’ tra le squadre con il maggior tasso di crescita.
Galles e Irlanda escono dal Mondiale con l’amaro in bocca: molto belle a tratti, con qualche passaggio a vuoto di troppo, sono state eliminate ai quarti da Sudafrica e Argentina. I Dragoni sono andati a casa per un dettaglio o poco più, più “meritata” l’esclusione dell’Irlanda per mano dei Pumas ma va pure detto che sono le squadre che hanno dovuto far fronte al numero più alto di infortuni nei loro uomini-chiave. L’Irlanda dà l’impressione di avere margini di miglioramento ancora inesplorati, il Galles invece no. Anche se la sensazione è che per l’Irlanda questo Mondiale fosse davvero un “se non ora quando”, per giocatori, stato di forma, piano di gioco e allenatore.

 

– Giappone: tre vittorie, quarti di finale sfiorati di un miente (è la prima volta nella storia del Mondiale che a una squadra non bastano tre affermazioni per conquistare il passaggio al turno successivo) record di spettatori davanti alla televisione anche a orari più che improbabili, e un potenziale pazzesco pronto ad esplodere. L’ingresso di una squadra nel Super Rugby non potrà che dare ulteriore slancio e qualità ad un movimento che ha dimostrato di essere pronto per il definitivo salto di qualità. In vista della RWC 2019, un ottimo biglietto da visita. Certo, la perdita di Eddie Jones è di quelle davvero importanti.

 

– Georgia e Romania: le due squadre che dovevano mettere crepe nell’ambiente chiuso del rugby d’élite europeo ci sono riuscite solo in parte. Bene la Georgia, brava anche a cavalcare l’onda che un leader come Gorgodze naturalmente è in grado di suscitare, meno brava la Romania che contro l’Italia e le altre squadre della pool ha forse dimostrato tutti i limiti del suo rugby. Comunque, se per quanto visto nelle ultime settimane dovessero proporre uno spareggio tra la vincitrice della European Nations Cup e l’ultima del Sei Nazioni, sportivamente parlando (non economicamente, geograficamente, eccetera) non ci sarebbe nulla, ma proprio nulla, di male.

 

– USA e Canada: due parole. Potenziale grezzo. Le basi su cui lavorare ci sono, ma troppe sono le imprecisioni e gli errori messi in campo dai giocatori nordamericani. La strada da fare è molta, anche se da quelle parti quando si sceglie di fare cose importanti nello sport non ci si va alla leggera. Una cosa di certo non è mancata, ovvero la volontà di giocarsela sempre a viso e campo aperti.

 

– Italia: se l’obiettivo era andare ai quarti, difficile dare un voto che non sia un’insufficienza. Ma giochini numerici a parte, la cosa più urgente è riguadagnare da subito un minimo di credibilità nell’alto livello. Cosa non è essere credibili? Tagliare Bortolami al terzo ritiro, chiamare una terza linea (poco prima giudicata non fisicamente idonea) per sostituire un’ala, non vedere il tecnico della nazionale in tribuna ogni domenica a Monigo e al Lanfranchi. Senza credibilità, spiegare le sconfitte non è difficile, ma inutile.

 

– Pacifiche: un Mondiale negativo per le tre isolane. Vero che Fiji e Samoa hanno pagato due gironi duri, durissimi, ma la sensazione è che nessuna delle tre possa avere un bilancio positivo. Fiji comunque meglio delle altre. Forse nel rugby iper strutturato di oggi in cui anche la Georgia ha un piano di gioco un minimo ordinato, l’estrosità, i contrattacchi alla mano e le forzature pagheranno sempre meno.

 

Arbitri: se ne è parlato abbastanza, troppo. Prima per l’eccessivo ricorso al TMO, poi per qualche errore importante e poi c’è stato il “caso Joubert”. Nel complesso il giudizio è comunque positivo, ma sono forse troppo pochi: World Rugby e le federazioni devono far crescere un numero maggiore di nuovi fischietti e bisogna ampliarne la provenienza.

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