La strada per il Mondiale italiano passa attraverso un parco-stadi da rifare

Abbiamo l’Olimpico e San Siro, ma poi è il vuoto. Se vogliamo battere Sudafrica, Francia e Irlanda c’è da fare tantissimo

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Ieri sono arrivate tre notizie diverse, in qualche modo collegate tra loro. La prima è che la Women’s Rugby World Cup del 2017 si terrà in Irlanda, la seconda che il Mondiale Seven del 2018 avrà per palcoscenico la California (San Francisco e San Jose) mentre dal Giappone si è venuto a sapere che dopo una serie di rinvii è stata completata la demolizione dello stadio Nazionale di Tokyo dove nel 1964  fece da struttura centrale alle Olimpiadi e dove verrà costruito il nuovo avveniristico stadio da 80mila posti a sedere pensato per i Giochi del 2020 che si terranno ancora una volta nella capitale nipponica ma che sarà completato entro marzo 2019 e che quindi sarà pronto – e quindi utilizzato – per la Rugby World Cup che si terrà nell’autunno di quello stesso anno.
Il trait d’union tra queste tre notizie è la parola Mondiale, quel torneo che anche l’Italia vorrebbe organizzare e ospitare nel 2023, dopo aver sfiorato anni fa l’assegnazione di quello che poi è finito per essere affidato all’Inghilterra, ovvero quello del prossimo settembre/ottobre.

 

Spesso si è fatto notare, anche in queste pagine, dell’enorme problema stadi che affligge la candidatura italiana. La situazione la conosciamo bene: il torneo iridato si tiene in un periodo in cui i campionati di calcio sono in pieno svolgimento, così come le coppe europee, e tutte le strutture eventualmente interessate da una RWC italiana sono normalmente occupate dalla palla rotonda. Ed è inutile star qui a ricordare i tanti “no” opposti dalle società calcistiche alla nazionale italiana per un singolo test-match autunnale, ottenendo tra l’altro il risultato sperato. E un Mondiale ha un impatto inevitabilmente più ampio, non c’è nemmeno bisogno di sottolinarlo.
Si ricorda però che in caso di assegnazione del Mondiale la FIR sarebbe sostenuta da CONI e anche dalla politica, con tutto un altro peso quindi in fase di accordi e trattative. Tutto vero, ma siamo pronti a scommettere che mugugni, lamentele e critiche non mancherebbero, anche perché se a mugugnare è il calcio la politica un orecchio lo tende sempre.

 

Un problema di convivenza tra discipline sportive quindi. Ma c’è un altro problema di cui si parla poco e riguarda le condizioni dei nostri stadi, che sono deficitarie per usare un eufemismo. Sotto ogni aspetto: accessibilità, sistemazione dei tifosi, servizi per gli appassionati e per gli addetti ai lavori, l’hospitality, le condizioni delle sale-stampa, eccetera eccetera.
Chi scrive ha appena girato tutte le strutture che faranno da palcoscenico alla RWC 2015 e il livello è spaventosamente alto ovunque sotto ogni punto di vista. Noi possiamo mettere in campo un paio di eccellenze come lo stadio Olimpico di Roma e San Siro a Milano (che comunque non sono all’altezza delle eccellenze britanniche), una buona struttura come l’Olimpico di Torino dove però non mancano i problemi e poi basta. Il resto del nostro parco-stadi non è attualmente presentabile per un evento di tale portata. E il paragone non lo stiamo facendo con Wembley, Twickenham o lo stadio del Manchester City, ma con Leeds, Newcastle, Milton Keynes o Leicester (quello del calcio, non Welford Road). Anche Exeter e il Kingsholm sono oggi di un altro livello rispetto alla media italica. Ok, quelli sono tutti stadi di proprietà e i nostri no, e non è una differenza da poco, ma la fotografia rimane impietosa.

 

Il lavoro da fare per sistemare i nostri stadi è semplicemente enorme. Il tempo c’è, i soldi – eventualmente – salteranno fuori. Dovrebbero almeno, sperando che non lievitino ai ritmi di Italia ’90. La speranza è che poi quelle stesse strutture non vengano considerate ancora una volta come una proprietà privata. Perché finora è sempre funzionato così: pagano gli enti locali e/o i governi e poi le squadre di calcio fanno bene o male quello che vogliono. Se un Mondiale di rugby in Italia servisse anche per mettere fine a una simile pratica (oltre a fare oltremodo felici tutti gli appassionati di palla ovale, OnRugby in testa) diventeremmo un paese un po’ più civile.

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