Tanto Galles e un sacco di rugby: dentro il mondo ovale di JPR Williams

Marco Pastonesi ci porta negli anni ’70, alla (ri)scoperta di uno dei più grandi campioni di sempre

ph. Joe Mann/Action Images

Che in famiglia lo hanno sempre chiamato John e basta. Che per poche ore John non è nato il giorno in cui si festeggia San David, che in Galles è il santo patrono, di più, il santo entrato nel cuore dei gallesi perché si è sempre prodigato nel liberare il Galles dal grande nemico, l’Inghilterra. Ma che non essere nato il giorno di San David non è dipeso da lui, John, semmai da sua madre, Margaret, così alla fine John è nato non il 1° marzo ma il 2 marzo, del 1949, però qualcosa di San David gli è rimasto dentro, almeno per la parte di chi ha sempre cercato di liberare il Galles dal grande nemico, l’Inghilterra. Che mamma Margaret è sempre stata considerata l’estremo della famiglia Williams. Che le prime partite di John sono state quelle con i tre fratelli, Phil, Chris e Mike in ordine di apparizione al mondo, e quando mamma Margaret era incinta di Mike, i tre fratellini maggiori incrociavano le dita perché il neonato fosse un maschio, così avrebbero potuto giocare due contro due. Che le prime partite dei quattro fratellini erano rugby indoor, infatti si disputavano su un letto, due da una parte e due dall’altra, e i cuscini in mezzo a dividere il campo come se fosse la linea di metà campo. Che il primo pallone ovale a John è arrivato che non aveva che sei mesi, e gli è stato regalato dal mitico Jack Matthews, medico e trequarti centro, che ha giocato nel Cardiff, nel Galles e nei Lions. E che John si è reso conto di quanto fosse forte Jack Matthews solo quando ne ha letto imprese e miracoli sui libri. E che quella palla, vissuta, esiste ancora, e ce l’ha lui, John, a casa, su uno scaffale della libreria, fra i romanzi e i saggi, come se fosse un’opera di letteratura, e probabilmente lo è. Che quando le partite di rugby si sono trasferite dal letto al cortile di casa, mamma Margaret diceva di saper individuare chi dei quattro fratellini si stava impegnando di più dal colore dei pantaloni, di solito i pantaloni più sporchi appartenevano ai vincitori. Che quando la famiglia Williams ha traslocato, la nuova casa aveva un giardino con gli alberi, ideali per i tentativi di drop, e perfino un campo da tennis. Che il sogno di John era poter giocare, un giorno, per Bridgend, la squadra della sua città, ed era lo stesso sogno dei suoi tre fratelli, e di tutti i ragazzini che crescevano da quelle parti. E che infatti si vestivano di blu e bianco, attraversavano il fiume Ogwr e andavano a giocare ai Newbridge Fields, dove la porta non era fatta di alberi ma c’erano pali veri, alti e bianchi, e John non era solo giocatore, ma faceva anche l’allenatore e l’arbitro, nonché il pubblico e il radiocronista. E che a sette anni, il sabato, finalmente, John giocava autentiche partite di rugby, e passava tutta la settimana aspettando quel momento. Che gli amici del rugby lo hanno sempre chiamato Japes e basta. Che il resto del mondo lo ha sempre chiamato JPR, che si scrive tutto maiuscolo e che suona come “geipiar”. Che JPR significa John Peter Rhys, che John sta per Giovanni, Peter per Pietro e Rhys lo sa il cielo. Che durante il tour del 1974 con i Lions, quando John Williams passò a John Peter Rhys Williams, i commentatori avevano bisogno di distinguerli, e così nacque JPR Williams, ma anche JJ Williams. Che da quel giorno, quando lui firmava gli autografi John Williams, i ragazzini guardavano la firma e poi gli domandavano se lui fosse JPR Williams, e quando lui rispondeva di sì, i ragazzini gli chiedevano come mai allora non avesse firmato JPR.

di Marco Pastonesi

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