Il neurologo Chermann: “Nel rugby si gioca troppo, il rischio concussion si alza”

Lo specialista francese, già consulente di club di Top14 e delle federazioni di judo, MMA e boxe, si occupa da anni di commozione cerebrale

Concussion – ph. Sebastiano Pessina

Anno 2005. Christophe Dominici perde i sensi sul campo dello Stadio Flaminio di Roma dopo un placcaggio pericoloso nei suoi confronti in Italia-Francia del Sei Nazioni. Le immagini del giocatore, tramortito a terra, spaventano i tifosi di entrambe le squadre.

Per Jean-François Chermann, neurologo parigino con alle spalle una carriera da rugbista amatoriale, fu quello il momento nel quale, in Francia, ci si incominciò ad interrogare sulle commozioni cerebrali nella palla ovale. Chermann venne consultato nel caso Dominici dal medico dello Stade Français, e da allora è uno dei principali consulenti dei club di Top 14. Ha lavorato anche con il Racing 92, il Bayonne e il Biarritz, oltre ad essere consulente neurologico per un certo numero di federazioni sportive francesi che hanno spesso a che fare con i problemi legati alle concussions: judo, MMA, boxe.

Il nuovo, scioccante racconto di Ryan Jones, ex capitano del Galles che a 41 anni si ritrova con una diagnosi di demenza precoce e una probabile encefalopatia cronica, si somma a quelli dei coetanei Carl Hayman e Steve Thompson, stelle del gioco del primo decennio degli Anni Duemila che pagano loro malgrado le conseguenze di una carriera scarsamente supervisionata dal punto di vista medico.

“È saltata l’omertà del rugby”

“Mi ricordo di una riunione nel 2011 dove stavamo enumerando le commozioni cerebrali nell’intera stagione di Top 14. Racing 92 e Stade Français, gli unici club seguiti da un neurologo, ne contavano 8 ciascuna. In tutto il resto del campionato ne erano state portate alla luce solo 4” racconta Chermann in un’intervista a Midi Olympique.

“Ora le cose sono ben diverse. In Francia è saltata l’omertà del rugby. Un neurologo visita i giocatori sospettati di aver subito una concussion a 48 ore dal loro impiego per decidere se sono in grado di giocare o no. Uno schema che è stato diffuso in tutto il mondo da World Rugby.”

Leggi anche: World Rugby: dal 1° luglio arrivano nuove regole per la concussion

“Da quando abbiamo messo in atto il protocollo nel 2013, abbiamo riscontrato un aumento del numero di commozioni cerebrali ogni anno. Adesso, da due anni a questa parte, il numero è stabile. Si contano una quarantina di casi a stagione in Top 14.”

“Ciononostante, il rugby non è uno sport più pericoloso della boxe o dell’equitazione – sostiene lo specialista – anzi, a livello di numero di traumi cranici, è indietro rispetto a questi. La palla ovale non deve quindi essere stigmatizzata.”

Che un problema però sussista, è evidente. Le dichiarazioni di Ryan Jones sono arrivate alla fine di un mese di luglio dove l’attuazione del protocollo HIA è stata messa a nudo per alcune lacune, come accaduto nel caso della mancata rimozione dal campo di gioco del pilone irlandese Jeremy Loughman o della selezione di Johnny Sexton dopo il fallimento dell’esame HIA che lo ha visto uscire dal campo dopo pochi minuti dall’inizio del primo test contro gli All Blacks.

“Il rugby è uno sport che sa reagire e adattarsi. E’ lo sport che più si è evoluto negli ultimi vent’anni, senza perdere la sua dimensione di combattimento o penalizzare lo spettacolo, anzi. Penso alla gestione delle regole in mischia che hanno reso rari gli incidenti che portano alla tetraplegia. Oggi si pensa molto a proteggere il placcato, ma dobbiamo ricordarci che è il placcatore quello che è più spesso toccato dalle concussions.”

Gli altri sport: problemi simili, approcci diversi

“Oggi si gioca troppo, e le commozioni cerebrali sono più spesso subite da giocatori stanchi e affaticati. Trenta partite a stagione è un numero enorme. Nell’MMA si fanno quattro o cinque gare all’anno, rendiamoci conto della differenza.”

Anche nel football americano una delle soluzioni ai problemi di commozione cerebrale, di cui lo sport si occupa già da decenni, è stata quella di contingentare il numero di partite e garantire ai giocatori una rarefazione delle sessioni di allenamento con contatto. Altri sport di combattimento si trovano a diversi punti nel loro approccio.

Nella boxe, chi subisce una commozione cerebrale può riprendere il combattimento dopo essere stato contato, mentre nell’MMA il combattimento si arresta non appena c’è un sospetto di commozione cerebrale: “Gli arbitri arrivano immediatamente e non lasciano che il combattimento riprenda dopo un colpo alla testa. Questo prova che uno sport, anche se violento come l’MMA, può essere regolato.”

“Nel rugby ho l’impressione che si possa soprattutto migliorare le cose nelle categorie giovanili: per me non si dovrebbero autorizzare la puliture nel punto d’incontro prima dei 15 anni, sono all’origine di molte commozioni cerebrali. Prima di quell’età, il cervello non è ancora maturo e mal supporta i colpi ripetuti.”

“Inoltre, e mi sembra un tema piuttosto urgente per i prossimi mesi, dobbiamo portare il trattamento delle commozioni cerebrali nel rugby femminile d’elite allo standard maschile. Ad oggi, l’alto livello femminile viene trattato come i giocatori amatoriali, non è normale.”

– Leggi anche: Le concussion e una storia infinita: altri 2 giocatori in causa con World Rugby

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