World Rugby cambia la regola sull’eleggibilità nel rugby internazionale

La cosa riguarda il possibile cambio di “casacca” di giocatori che hanno già all’attivo dei caps

World Rugby cambia la regola sull'eleggibilità nel rugby internazionale

World Rugby cambia la regola sull’eleggibilità nel rugby internazionale (Ph. Sebastiano Pessina)

Il Consiglio Mondiale di World Rugby ha dato il via libera: dall’1 gennaio 2022 le regole sull’eleggibilità all’interno dello scenario del rugby internazionale subiscono un’importante modifica. Tutti i giocatori infatti che hanno almeno totalizzato 1 cap con una nazionale, ma che non vengono convocati dalla stessa per tre anni, saranno liberi di poter cambiare casacca – solo una volta nel corso della propria carriera – a patto che vadano a giocare per la propria nazione di nascita o di origine familiare.

Leggi anche, Eleggibilità nel rugby internazionale: dopo tre anni senza convocazione, un possibile cambio di casacca?

World Rugby cambia la regola sull’eleggibilità nel rugby internazionale

Un emendamento alla regola 8, questo, che tutela in particolare le nazionali del Pacifico – Tonga, Fiji e Samoa – ma non solo, consentendo peraltro degli “switch” più comodi anche all’interno del mondo del rugby a 7, che ormai da due edizioni si è preso la vetrina olimpica.

“Siamo contenti di aver approvato questa modifica normativa, – ha affermato Bill Beaumont, il presidente di World Rugby, al sito ufficiale di World Rugby -, il processo arriva al termine di una serie di consultazioni con tutte le parti chiamate in causa, in particolare quella dei giocatori: così facendo abbiamo aggiornato il nostro modus operandi all’interno del panorama professionistico, senza compromettere l’integrità dello scenario internazionale”.

Poi ha aggiunto, in maniera importante e dettagliata: “Qualsiasi giocatore che voglia sposare questa nuova norma dovrà avere un legame stretto e credibile con la nazione che andrà a scegliere (nascita o origine familiare, appunto). I criteri saranno rigorosi, lo dico fin d’ora, come il controllo dei 36 mesi (3 anni di assenza dalla scena internazionale). Riteniamo che sia giusto venire incontro ai giocatori e alle giocatrici per continuare a “sviluppare” il gioco, ma che sia altrettanto corretto far rispettare questo nuovo scenario sotto tutti i punti di vista”.

A fargli eco, infine, ci ha pensato – con grande soddisfazione – il CEO dell’International Rugby Players Omar Hassanein: “Dopo anni di lavoro e di proposte, siamo giunti al traguardo. Penso a tutti i giocatori e le giocatrici che avranno la possibilità di tornare sulla scena internazionale rappresentando la loro famiglia o il Paese dove sono nati. Tutto ciò, sono sicuro, farà bene alla competitività del rugby internazionale”.

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