“Avete mai provato a portare la Croazia ad una Coppa del Mondo?”

A metà anni ’90 un ingegnere civile di Auckland arriva in Croazia per ritrovare le sue radici. Se ne andrà sfiorando un’impresa ovale.

Croazia Coppa del Mondo

Quando la Croazia sfiorò la qualificazione alla Coppa del Mondo

L’Anonima Piloni vi racconta una storia ovale non molto conosciuta. I protagonisti sono una piccola nazione ovale, un ingegnere civile di Auckland e due All Blacks.

Ci sono storie ovali che non sempre hanno a che fare solo ed esclusivamente col rugby. A volte riescono ad abbracciare mondi che a prima vista non avrebbero niente a che vedere con un pallone che rimbalza irregolarmente, riuscendo però a rendere uniche, per certi versi indimenticabili. Una di queste ha a che fare con un giovane in cerca delle sue radici a migliaia di chilometri da casa e con la sua solo a prima vista insospettabile capacità di connettersi con il resto del mondo.

Perché Antony Sumich, giovane ingegnere di Auckland, non sembra esattamente un ragazzo così “inserito”: nel 1989 lascia la Nuova Zelanda per percorrere a ritroso i passi compiuti dai nonni, nati e cresciuti a Makarska, ridente cittadina situata sul Mar Adriatico. No, non sembra così ben informato, perché andare nei Balcani negli anni in cui l’ex Jugoslavia di Tito si sta disgregando non proprio in modo bonario è cosa da soldati o da incoscienti. E Sumich non è un soldato. Ripara in Austria, dove per sette stagioni invernali farà l’istruttore di sci, particolare che dimostra il fatto che Sumich magari non sarà bravissimo in storia contemporanea, ma dimostra di sapersi adattare a meraviglia. Mettetela via questa, che poi torna utile.

Nel 1996 ci riprova e arriva in Croazia. Il ragazzo ha intenzioni serie: vuol dare una mano, non è arrivato nei Balcani per farsi una vacanza. Ad una prima occhiata al curriculum il ragazzo potrebbe aggregarsi a qualche impresa edile, ma a ben guardare il percorso di studi di Sumich ci si rende conto che ha studiato al St. Peter’s College, istituto molto rinomato soprattutto alla voce “Sport”. Antony nei suoi anni da studente ha giocato soprattutto a cricket e a rugby, e allora uno così allo sport croato può dare una mano. Il cricket gli dà ottime soddisfazioni, visto che nel 2001 arriverà ad essere convocato dalla nazionale croata che verrà finalmente riconosciuta dall’International Cricket Council.

Nel rugby, però, esagera.
Non abbiamo grandi notizie sul Sumich giocatore, anche se viene da pensare che uno che gioca ad Auckland e dintorni non sia esattamente negato a prescindere. Abbiamo qualche notizia del rugby croato di quegli anni, non esattamente il gotha europeo. La nazionale ha partecipato ai Giochi del Mediterraneo del 1993, quelli in cui l’Italia fa per la prima volta la conoscenza con uno strano catalano di nome Georges Coste, in cui ha collezionato quella che ancora oggi è la peggiore sconfitta della sua storia ovale (126 a 6 dalla Francia) e un 76 a 11 dagli azzurri. Non è esattamente una grande squadra, né una grande scuola: spulciando la rete è possibile incontrare un match integrale tra i biancorossi e la Slovenia, non esattamente adatto ai deboli di cuore né ai puristi della palla ovale. Incontro vinto nettamente dagli sloveni, non esattamente i prossimi vincitori del Sei Nazioni. Sumich prende in mano la squadra nel 1996 e mette subito in chiaro la sua idea: portare la Croazia alla Coppa del Mondo del 1999. Qualcuno gli chiede quand’è l’ultima volta che ha fatto un giretto con la camicia di forza, ma lui non ha dubbi, si può fare.

Basta prendere in mano il telefono, disse.
Antony non è uno sprovveduto. Il coach sa bene di essere davanti ad una missione quasi impossibile, ma ha ben scolpite in testa due o tre idee sul come muoversi. La Federazione Croata nicchia, non sa quasi da dove partire, ma si arrangia quasi del tutto lui.
Come? Semplice: prende il telefono e chiama.
Per la precisione, non troppo distante da dove è partito.

Sono quasi tutti neozelandesi, tutti con sangue croato nelle vene in varie percentuali. Ce ne sono circa centomila, in Nuova Zelanda, di uomini e donne con un antenato nei Balcani. Quelli che chiama lui giocano tutti a rugby, tra Nuova Zelanda ed Europa. Tra gli altri rispondono Paul Vegar, pilone di stanza a North Shore (arriverà a collezionare 264 presenze con quella maglia), Paul Vujcich, flanker di Counties e Manurewa. Insieme a lui arriveranno i compagni di squadra nonché fratelli Rob e Reon Graham. Vlado Ursich, che della nazionale è tuttora il coach. Anthony Zivkovic. Dall’Europa arrivano Scott Keith, numero 8 nella massima serie francese e Anthony Poša, utility back di talento e piede tra Inghilterra e Scozia. Totalizzerà più di 50 caps con la Nazionale e detiene ancora il record tra i giocatori nati oltreoceano. Tiene due o tre nomi da parte, vuole farseli tornare utili più avanti, visto che il cammino per la qualificazione è parecchio lungo.

Il primo girone eliminatorio restituisce una squadra di buon livello, superiore e non di poco rispetto alle dirette contendenti. Norvegia, Andorra e Bulgaria vengono sconfitte senza tanti complimenti, poi tocca sfidare la Lettonia, che è l’altra contendente a punteggio pieno e che non è da sottovalutare. I lettoni hanno ottimi trequarti, tutti già nazionali nella Nazionale che ha fatto la sua apparizione alla Coppa del Mondo di rugby a 7 nel 1993, e alla vigilia del girone erano la squadra da tutti considerata largamente favorita per il passaggio del turno.

I lettoni, però, non avevano fatto i conti con due avversari a prima vista insospettabili. In primis il tifo croato, dormiente fino a quando la squadra non si era dimostrata competitiva, bollente da quando è cambiato il carburante. E, soprattutto, la rubrica telefonica di Antony Sumich, che in vista dello scontro diretto aveva subito un’altra scandagliata. Stavolta, però, l’uomo di Auckland mette giù un carico mica da ridere. Chiama un suo amico, non lo vede da 5 anni ma non bada troppo ai formalismi. Ha 33 anni, Anthony gli dice che ormai è troppo vecchio per giocare in quella squadretta là. Che se vuole in Croazia ci sono spiagge, mare e ragazze di discreta levatura in quantità. Dall’altra parte del telefono (e del mondo) arriva risposta affermativa.

Le voci si rincorrono.
Sembra sia un utility back.
Sembra sia forte.
Quando chiedono un nome rispondono “Botica”, qualcosa del genere.
Che strano, è pure omonimo di quello che giocava con gli All Blacks.
No, non è un omonimo, a Makarska arriva proprio Frano Botica, campione del mondo nel 1987 e nazionale neozelandese pure nel League. Il nonno è originario di Korčula, se n’è andato anche lui dal suo Paese allo scoppio della Grande Guerra. Viene a giocare e si porta il papà, che non vede la Croazia da 15 anni e ha tutta la voglia di essere ancora una volta orgoglioso del figlio. Oh, avrà pure trentaquattro anni, ma uno così con gli scacchi bianchi e rossi addosso non lo aveva ancora visto nessuno. Non con una palla ovale in giro per il campo, almeno. Contro la Lettonia viene schierato primo centro con Poša apertura. Segna 23 punti sui 43 totali, la Lettonia si ferma a 24, la Croazia si qualifica. I giocatori di origine neozelandese, guidati da Botica, inscenano una haka davanti al pubblico rimasto a guardare, perlomeno i trequarti dei paganti.

Se la storia finisse qui ci sarebbe già materiale per festeggiare e per vivere di ricordi per anni. Nessuno però sembra volersi fermare qui, c’è un altro girone da preparare e nessuno vuole partire già battuto. Certo, ma l’asticella si alza di un bel po’: a giocarsi i due biglietti per gli spareggi, oltre agli uomini di Sumich, ci sono Russia, Danimarca, i Lelos georgiani e, dulcis in fundo, l’Italia di Georges Coste, la squadra di gran lunga più forte tra tutte le pretendenti alla qualificazione. Sarebbe stato da sogno finire nel girone con Spagna e Portogallo, avversarie più abbordabili, o nel terzo girone, quello di Romania e Olanda, squadra quest’ultima tutt’altro che trascendentale. Certo, gli orange avevano già battuto gli uomini di Sumich ad inizio anno, ma senza che questi potesse contare su molti neozelandesi, ora il discorso sarebbe stato molto differente.

Il cammino si mette subito in salita: Botica si infortuna ad una spalla e deve saltare i primi incontri. A questo va aggiunto un debutto di quelli da far tremare i polsi, a Tbilisi contro la Georgia. I caucasici non sono ancora la squadra che una ventina di anni più tardi calcherà palcoscenici più importanti, ma parte favorita contro i croati. E, per evitare sorprese, la federazione di casa mette a disposizione degli ospiti un alloggio non esattamente tra i più accoglienti.

Una stamberga da quattro soldi, con vitto scadente e distante chilometri dai campi di allenamento. A questo va aggiunta la scelta di giocare al Boris Pachadze, che quando il palinsesto indica una palla tonda ospita la Dinamo Tbilisi. Ora lo stadio ospita fino a 50000 spettatori, a fine anni ’90 e con leggi sulla sicurezza un po’ più allegre si arrivava a 75000, posti a sedere che il rugby riusciva a riempire quasi del tutto con una certa frequenza. I georgiani chiudono nettamente avanti il primo tempo, ma due mete di Lunjevic e Moors permettono ai croati di rimanere in scia. A dieci dal termine il risultato è sul 19 a 15, ma i padroni di casa ne hanno di più e segnano altri dieci punti. Il cammino è compromesso, ma Sumich e i suoi non si danno per vinti: battono nettamente la Danimarca a Copenhagen e poi fanno l’impresa contro la Russia a Makarska. Esiste ancora una flebile possibilità di passare il turno: battendo l’Italia, infatti, azzurri croati e georgiani finirebbero a pari punti, con le prime due a farsi preferire per una migliore differenza punti.

Sì, ma quell’Italia è un osso veramente duro: vero, non è più l’Italia del 1997 e di Grenoble, ma onestamente non serve essere quel tipo di squadra per superare un girone del genere. La Federazione decide di schierare i titolari solamente per la trasferta nel bel mezzo dell’inverno russo. Le altre partite non assegnano il cap e viene impiegata una formazione più giovane, ma i divari sono veramente ampi: la Danimarca viene seppellita da 102 punti, i Lelos segnano solo una meta allo scadere per il 31 a 14.
Man mano che ci si avvicina all’ultimo atto le cose sembrano mettersi ancora meglio per Sumich e compagnia, visto che i giocatori di Benetton e Petrarca rimarranno in Italia per giocarsi, nelle stesse ore, la finale scudetto. Coste schiera comunque una formazione di buon livello: tra gli altri ci sono Paolo Vaccari, Andrea Scanavacca e Marcello Cuttitta.
Onestamente troppo per i croati, anche se rinvigoriti dal ritorno di Botica.

Nel frattempo, però, Sumich ha tirato fuori di nuovo rubrica e telefonino. È un altro neozelandese, si chiama Matt Cooper, anche lui di sangue croato. Ora, Cooper è un cognome molto diffuso nelle terre in cui si parla l’idioma di Shakespeare. Solo che il Cooper chiamato da Sumich all’anagrafe si chiama Matthew James Andrew. Se ancora il nome non vi dice niente andate a spulciare il sito Allblacks.com, pagina che contiene i profili di tutti i giocatori apparsi almeno una volta con la maglia nera e con la felce argentata sul cuore. Al posto numero 866 troverete il già citato Frano Botica, ma se scendete al 887 trovate lui, Matt Cooper. Le regole sull’equiparazione e sulla scelta delle Nazionali da rappresentare cambieranno, ma la Croazia si ritrova a giocarsi una storica qualificazione alla Coppa del Mondo con due All Blacks in campo, uno all’apertura e uno a secondo centro, e tutta una serie di neozelandesi di origine balcanica di ottimo livello internazionale.

E allora la partita è tutt’altro che chiusa.
L’Italia è più forte in mischia e Scanavacca calcia tra i pali qualsiasi fischio a nostro favore. Il problema è che i croati fanno altrettanto con Cooper, dopo che Botica aveva dato prova di non essere in grandissima giornata al piede. Cooper non è il miglior calciatore del mondo, ma uno che ha retto le sorti della piazzola neozelandese in uno dei pochi periodi in cui gli All Blacks non hanno potuto schierare un fenomeno all’apertura è comunque un giocatore con attributi superiori alla norma. Un giocatore che i pali di Makarska li vede meglio di tutti gli altri. Andiamo due volte in meta con Vaccari e lo stesso Scanavacca, ma non riusciamo a toglierci i croati dalla scia. La sensazione è che prima o poi i padroni di casa cederanno qualcosa, nonostante il catino bollente che li ospita stia dando il meglio di sé stesso, ma ad inizio ripresa Cooper schiaccia in mezzo ai pali e riporta la Croazia a sole quattro lunghezze, 22 a 26.
Manca mezz’ora alla fine e più di qualcuno – croati, ma pure georgiani – non si aspettava che il discorso qualificazione fosse ancora così in bilico.

Succede però che il rugby è uno sport commovente nella sua crudezza. I padroni di casa hanno attinto dal serbatoio più di quanto possibile e negli ultimi venti minuti pagano i loro sforzi a caro prezzo. Andiamo ancora in meta con Marcello Cuttitta, poi Scanavacca arrotonda. Cooper fa ancora a tempo a segnare un’ultima meta, poi l’arbitro fischia e non lascia più spazio ai croati. Vincono gli azzurri, ma i tifosi sugli spalti applaudono la loro rappresentativa più forte di sempre. Piena di neozelandesi, vero, ma tutti fieri di indossare il bianco ed il rosso. Durerà ancora poco, quel gruppo: in molti parteciperanno alle World Series del 1999 con la Nazionale Seven, poi a poco a poco tutti smettono, senza però lasciare eredi dello stesso livello.

E durerà poco anche perché Antony Sumich ha preso ancora in mano il telefono.
No, nessun nome nuovo questa volta, anche se si vociferava di una sua chiamata non del tutto disinteressata a Sean Fitzpatrick, anch’egli con sangue croato nelle vene.
No, nessun giocatore di rugby dall’altra parte della cornetta.
E nessuna cornetta, a dire il vero.
Anthony Sumich viene ordinato sacerdote nel 2008, coronando un cammino di fede che sembra sia iniziato ancora nel 1995, ai tempi del suo primo arrivo in Croazia. Aveva intravisto la vera fede nei suoi vicini. Si sentiva da tempo, diceva, pervaso da qualcosa di più grande.
Una forza che nessun uomo, felce argentata sul cuore o meno, aveva mai impresso in lui. Placcato in pieno.
Se ne va in Nigeria, poi in Canada.
Dice messa, ogni tanto, sul Kilimangiaro.
Difficile, direte voi.
Ma avete mai provato a portare la Croazia alla Coppa del Mondo di Rugby?

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

 

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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