SR Trans-Tasman: l’analisi della stagione regolare e del dominio delle squadre neozelandesi

Manca poco alla finale del torneo, ma com’è stato possibile vedere in campo un divario così netto in quasi tutte le 25 partite disputate?

SR Trans-Tasman: analizziamo la stagione regolare e il dominio delle squadre neozelandesi

SR Trans-Tasman: analizziamo la stagione regolare e il dominio delle squadre neozelandesi

Il Super Rugby Trans-Tasman è quasi pronto per andare in archivio, visto che manca solamente la finale tra Blues e Highlanders per assegnare il titolo. Sarà la prima sfida tra squadre neozelandesi dopo che durante le cinque settimane di stagione regolare ci sono state solo gare “miste”, dalle quali si legge un risultato oggettivamente inattaccabile: la superiorità del rugby neozelandese a livello di franchigia è assoluta. Bastano alcuni numeri per far venire un mal di testa fortissimo ai dirigenti australiani: 23-2 il contro vittorie-sconfitte, +480 la differenza punti complessiva, 146 a 71 il conto delle mete fatte. Tutto questo in sole 25 partite, in un torneo nel quale si è praticamente sempre cercato la soluzione della segnatura pesante e quasi mai del calcio piazzato, quindi un’aggravante ulteriore per quello che riguarda il livello delle squadre aussies. La scelta di piazzare il meno possibile non è stata fatta solamente per lo spettacolo, ma perché è stato presto chiaro che la classifica sarebbe stata dominata dalle neozelandesi che (com’è effettivamente successo) si sarebbero giocate l’accesso alla finale anche sui punti di bonus.

Guarda anche: Le partite dell’ultimo turno decisive per l’accesso in finale di Blues e Highlanders

Anche scendendo nel dettaglio e prendendo in considerazione alcune “contro-prestazioni” delle squadre neozelandesi vanno fatti dei distinguo. In particolar modo vengono in mente due sfide: il 40-34 dei Reds sui Chiefs e il 29-21 dei Crusaders su Western Force. Nel primo caso, pur tenendo in considerazione la qualità della squadra del Queensland, c’è stata la classica “gara pazza”, con il rosso a McKenzie già nel primo tempo e una lunga fase di 15 contro 13 in favore dei Reds che hanno chiuso il primo tempo avanti 33-7, salvo poi rischiare di perdere nel finale. Nel secondo lo stupore legato al mancato punto di bonus ottenuto dai rossoneri sulla squadra del Western Australia va rivisto anche considerando che i padroni di casa avevano lasciato a riposo diverse delle loro stelle (Mo’unga su tutti) perché comunque c’è una lunga stagione internazionale davanti. Insomma, è sempre dovuto succedere qualcosa di particolare perché le squadre australiane potessero fare “bella figura”, e un’altra dimostrazione la si trova nella loro seconda vittoria con il 12-10 dei Brumbies sugli Hurricanes che sarebbe potuto essere diverso se Jordie Barrett non avesse sbagliato il piazzato della potenziale vittoria all’80esimo.

Cosa può essere allora considerato come fattore chiave del netto dominio di un gruppo sull’altro? Probabilmente la risposta era già evidente guardando i due “domestic” Super Rugby. Nell’Aotearoa si è vista una qualità di gioco spesso estremamente elevata, con tante partite combattute e risultati in bilico a lungo. Tutti, letteralmente, hanno dato il massimo per vincere la competizione interna e guadagnare considerazione in chiave All Blacks. Nel Super Rugby AU invece si è rivista una replica dell’edizione 2020, con Reds e Brumbies davanti a tutte in maniera netta e, fattore ancora più grave, un fosso a livello di qualità tra loro e le altre tre contendenti. Sarà per la ricostruzione (vedi Waratahs) per la novità (vedi Western Force) o per l’incostanza (vedi Rebels) al rugby australiano “middle class” manca ancora tantissimo per raggiungere le pari ruolo che si trovano dall’altra parte dello Mar di Tasmania. Mettere insieme il tutto e mixare con il Super Rugby Trans-Tasman ha solo trasformato in realtà queste sensazioni.

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Inoltre, e questo si è visto in tantissime delle partite andate in scena, c’è anche un passaggio importante sulla profondità da fare. Tante volte le gare sono state equilibrate almeno nel primo tempo, salvo poi vedere la neozelandese di turno prendersi vittoria e (spesso) punto di bonus. Cosa vuol dire? Che le franchigie All Blacks possono contare su una qualità diffusa oggettivamente difficile trovare da qualsiasi altra parte del mondo, avendo sempre a disposizione giovani e ricambi di alto livello che sanno fare la differenza. Quest’ultimo punto va però a ricordare come il discorso sarà diverso in chiave Nazionali. Come si è visto lo scorso anno, quando il campo si restringe ai migliori 23 giocatori di una nazione contro i 23 dell’altra la differenza si assottiglia (prova ne sono il pareggio e la vittoria dell’Australia tra Championship e Bledisloe del 2020), ma se allargato all’intero movimento rugbystico di vertice oggettivamente non c’è gara.

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