Tutta colpa di Luke

Luke McLean ha dato molto alla Nazionale azzurra, ma forse non ce ne siamo resi conto

Luke McLean

Luke McLean – Ph. S Pessina

Luke McLean è stato uno degli azzurri più eclettici e concreti della storia recente. L’Anonima Piloni vi parla di quanto in lui, anche a carriera ormai conclusa, abbiamo visto un giocatore non di livello. Sbagliando.

 

Lento.

Scarso.

Sopravvalutato.

Inguardabile.

Dite la verità, o voi che vi scolate la birra sul divano davanti all’ennesima partita di rugby della Nazionale: quante volte avete dedicato una di queste parole a qualche anima apparsa in TV?

Eddai, alzate quelle mani.  Perfetto, siete più di quelli che pensavo. Ottimo.

Nessuna statistica in corso, non vi preoccupate.

Perché capita a tutti, prima o poi, di smadonnare davanti all’ennesimo pallone perso in avanti, all’ennesima pedata fuori misura, all’ennesimo passaggio intercettato dall’avversario. Sbrachiamo sui nostri divani, coniamo epiteti irripetibili, vuoi perché certi colpi di genio sanno essere più unici che rari, vuoi perché, un paio di minuti più tardi, il soggetto a cui sono fischiate le orecchie ha cambiato la partita con un colpo di genio dei suoi.

Lo abbiamo fatto tutti.

Salvo poi dedicare ai nostri poveri portatori sani di acufene lunghi peana e lunghi applausi appena è giunta e giungerà la notizia del loro ritiro.

Tutti, nessuno escluso.

O forse no.

No, in verità con qualcuno siete andati avanti anche dopo.

E quei quattro epiteti lì sopra glieli avete dedicati in tanti, nonostante la carriera fosse finita e l’azzurro non lo indossasse da quasi due anni.

No, con Luke McLean non siete mai stati teneri.

Sarà per quel nome meno italico del vostro, che il più delle volte l’ha reso ai vostri occhi meno italiano di chi osservate ogni mattina allo specchio. Sarà per quel passato con altri colori addosso, perché un australiano campione del mondo con la sua Nazionale under 19 non può essere degno di vestire la maglia azzurra. Sarà perché quei compagni di squadra che si ritrovava, tali Will Genia, Christian Leali’ifano, David Pocock, Ben Lucas non sono che omonimi di quei campioni che passano da queste parti a novembre inoltrato. O sarà perché, nell’autunno del 2007, è sbarcato in Italia armato di una sola maglia a maniche lunghe, bermuda e un paio di infradito, pronto ad essere l’ennesimo straniero già pronto per il massimo campionato italiano.

Straniero comunitario, perché la madre si chiama Morelli. La nonna veniva da Edolo, provincia di Brescia.

E allora il ragazzo può già giocare per la Nazionale.

Apriti cielo.

Le levate di scudi che si sono viste in quei giorni, ragazzi.

Scudi abbassatisi piano piano, perché il ragazzo non è arrivato a Calvisano perché fa figo avere l’ennesimo giocatore straniero: questo è forte per davvero. Può giocare in tutti i ruoli dei trequarti, apertura compresa. Lo mettono estremo, è uno degli artefici dello scudetto, ottenuto annichilendo la fortissima Benetton di Franco Smith.

A giugno Nick Mallett lo convoca per i test estivi contro Sudafrica e Argentina. L’allenatore sudafricano decide di far giocare Luke apertura. I risultati sono rivedibili: il ragazzo è forte, ha temperamento, ma con l’Argentina prendiamo l’abbrivio giusto quando nella stanza dei bottoni c’è Andrea Marcato. L’esperimento continua, Luke gioca apertura per tutto il Sei Nazioni 2009, quello di Mauro Bergamasco mediano di mischia e quello dell’Italia orfana delle maul. Continuerà da estremo per tutta la gestione Mallett, poi Brunel lo adatterà anche all’ala, complice lo strepitoso finale di carriera di Andrea Masi, ma facendogli gestire la retroguardia da estremo aggiunto.

È riduttivo, però, mettere McLean in un ruolo e lasciarlo lì.

Perché non è esistita partita in cui abbia giocato in almeno due, tre ruoli diversi.

Da estremo, da ala con licenza di coprire tatticamente le incursioni di Masi. Da apertura aggiunta quando le nostre maglie in attacco tendevano a sfaldarsi. O’Shea, per sfruttare le sue capacità di playmaker, lo schiererà spesso primo centro, per tenerlo nel vivo del gioco e per permettere di ricostituire fin da subito un pericolo per le difese avversarie. A questo aggiungete una pedata che non abbiamo visto spesso dalle nostre parti: lunga, potente, precisa. Un placcaggio ortodosso, solo a prima vista morbido, efficace nel bloccare e rallentare avversari a volte di rango parecchio elevato. O’Driscoll deve ancora capire cosa successe in un caldo pomeriggio invernale a pochi metri dalla linea di meta del Flaminio, anno domini 2011.

Non sono in tanti i giocatori che, dal dopoguerra ad oggi, hanno saputo giostrarsi in così tanti ruoli nella linea dei trequarti della nostra Nazionale. Negli ultimi trent’anni si contano solamente lui e Andrea Masi.

Solo che, anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, l’acufene di McLean non ha avuto pace.

Gli avete detto che è lento, talmente lento dal riprendere Fofana sul lanciato, fargli il giro attorno e innescare una meta, la prima contro la Francia nel 2013, che ancora per qualche anno odorerà di leggenda.

Gli avete detto che è scarso. Per referenze chiedete, oltre che agli azzurri coevi, pure ai suoi ex compagni a Treviso, ragazzi con cui è arrivato al settimo posto nel Pro12 quando irlandesi, scozzesi e gallesi cominciarono a capire che Monigo non è solo uno stadiolo a un’ora da Venezia. A Mallett, Brunel, O’Shea, agli allenatori di Sale e dei London Irish. A chi lo stava per selezionare per il Super Rugby, anticipato da un numero con prefisso italiano.

Gli avete detto che è sopravvalutato. Gli scozzesi, quando espugnammo Murrayfield nel 2015, diedero il premio di man of the match ad un estremo che non smise per un secondo di minacciarli alla mano o al piede.

Gli avete detto che è inguardabile. Ad Ascoli i samoani, più che non riuscire a guardarlo, non riuscirono proprio a vederlo.

Non lo avete lasciato stare nemmeno nel momento in cui, di solito, si ringrazia per quanto fatto e dato.

No, era tutto dovuto.

E poi era un australiano scarso che ha fregato il posto ai nostri migliori virgulti.

Come quando Andy Murray, il campione olimpico britannico a Wimbledon, perse un torneo e da “campione inglese” divenne il “finalista scozzese”.

Solo che Murray, come McLean, qualcosa di importante sul verde l’ha fatto.

Con o senza acufene.

Noi, nel frattempo, stiamo stappando l’ennesima birra sul divano.

Un giorno impareremo a non rovesciarne troppa sul tappeto, appena vedremo l’ennesimo pallone cadere in avanti.

Né troppa birra, né troppa bile.

Grazie di tutto Luke.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

 

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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