Rugby World Cup 2019: fatturato record per il torneo giapponese

Gli organizzatori hanno pubblicato i primi numeri legati all’impatto del Mondiale. Ma guardando oltre i numeri potrebbe esserci molto di più.

ph. Sebastiano Pessina

Nella conferenza stampa di chiusura del torneo il presidente di World Rugby, Bill Beaumont, ha detto che probabilmente “l’edizione giapponese verrà ricordata come la più grande Rugby World Cup di sempre”. I riferimenti vanno ai tanti record battuti dal punto di vista economico e di coinvolgimento del pubblico, dato che i numeri previsti alla vigilia sono stati confermati sotto tutti i punti di vista.

“È stata la più grande di sempre? Certamente le statistiche dicono così – ha detto Brett Gosper, CEO di World Rugby – Penso che mettendo insieme le statistiche e le emozioni di questo torneo si possa affermare che nei fatti sia stata la più grande Rugby World Cup che abbiamo mai avuto”.

Tutti gli altri conferenzieri, dal presidente della Federazione giapponese al capo dell’organizzazione del torneo, Alan Gilpin, hanno sottolineato quanto sia stato enorme l’impatto del Mondiale sull’economia e sulla comunità nipponica, nonostante i grossi problemi causati dal tifone Hagibis e le straordinarie cancellazioni di ben tre partite, tanto gravi e inedite quanto necessarie.

I numeri

L’impatto economico, come previsto alla vigilia, si è attestato sui 437 miliardi di yen, ovvero circa 3.6 miliardi di euro. Una cifra più alta di quella prodotta dalla Rugby World Cup 2015 (3,1 miliardi di euro), che già a livello di fatturato surclassò nettamente le precedenti edizioni del torneo. Ed è il primo record di cui l’organizzazione può effettivamente fregiarsi. L’organizzazione invece non ha pubblicato una cifra del profitto netto generato dal torneo, che rispetto al 2015 dovrebbe calare a causa dei maggiori costi organizzativi per ospitare un Mondiale in Giappone.

In Giappone sono stati venduti il 99,3% dei biglietti, per un numero totale di tagliandi acquistati pari a 1,84 milioni. La partecipazione nel Paese nipponico è stata importante anche nelle fan zone, le aree organizzate nelle principali città per ospitare tifosi e appassionati: è stato stimato che circa 1,13 milioni di persone abbiano visto i match in queste zone, mentre dall’estero sono arrivati circa 400mila tifosi.

La Rugby World Cup 2019 è stata molto apprezzata anche per il lavoro svolto sui social media: i video caricati sulle piattaforme digitali del torneo hanno ricevuto 1,7 miliardi di visualizzazioni, mentre i broadcaster di tutto il mondo hanno fatto registrare circa 400 milioni di spettatori. Nello specifico, in Giappone la partita decisiva della fase a gironi tra i Brave Blossoms e la Scozia è stata vista da 54,8 milioni di telespettatori, uno dei cinque migliori dati di audience nella storia televisiva del Paese.

Un aspetto molto importante nell’organizzazione del torneo in Giappone era l’eredità che questo Mondiale avrebbe lasciato, soprattutto nel numero di persone che si sarebbero avvicinate al rugby durante questi mesi. Prendendo in considerazione tutto il continente asiatico, è stato stimato che 1,8 milioni di nuove persone si sono approcciati al rugby grazie al programma Impact Beyond di World Rugby.

Infine, la Rugby World Cup 2019 ha fatto segnare un record anche dal punto di vista sportivo: la nona edizione del torneo è stata quella in cui lo scarto medio tra nazionali Tier 1 e Tier 2 è stato minore, pari a 30,5 punti.

Al di la dei freddi numeri, chi – come alcuni noi di Onrugby – ha avuto la fortuna di vivere la Coppa del Mondo in terra nipponica non può non sottolineare e applaudire la macchina organizzativa e promozionale che World Rugby, il comitato giapponese e l’intero paese hanno saputo meticolosamente (talvolta fin all’eccesso) mettere in piedi. In tutte le città, anche quelle che non hanno ospitato i match, campeggiavano ovunque manifesti, affissioni e schermi con immagini e pubblicità dedicate alla World Cup. I media e le televisioni asiatiche (indipendentemente dalle grandi prestazioni dei Brave Blossoms, con picchi di audience da – udite udite – 54.8 milioni di spettatori) hanno dato grande visibilità e fatto una promozione incredibile al rugby. L’incontro degli Azzurri con i bambini di una scuola di Fukuoka è solo un piccolo esempio delle decine e decine di attività collaterali organizzate sul territorio. I volontari, disseminati nei centri delle città, alle fermate delle metro, nelle stazioni, oltre che nelle fan zone e nelle zone limitrofe agli stadi hanno fatto un lavoro enorme (nonostante una scarsa pratica con le lingue) creando quel colore e quel calore che gli appassionati arrivati da tutto il mondo e gli entusiasti giapponesi accorsi alle (loro prime) partite ricorderanno in maniera indelebile.

E ci fermiamo qui con gli esempi, senza volere e potere approfondire più di tanto il lavoro che immaginiamo sia stato fatto negli anni precedenti, testimoniato proprio dal numero di tagliandi venduti sul mercato asiatico composto appunto molto spesso da assoluti neo appassionati di palla ovale (basti pensare che prima di ogni incontro i maxischermi spiegavano le regole fondamentali del rugby).

Difficile poter valutare già da ora se davvero questo azzardo – come alcuni hanno definito questa prima Coppa del Mondo in Asia- e questa enorme mole di lavoro porterà i risultati sperati allargando in maniera duratura praticanti e appassionati in tutto il continente. Le premesse, almeno per il Giappone sembrano più che buone, così come sembrano esserci tutte le intenzioni per il futuro per cercare di mantenere accesi i riflettori sul rugby. Si parla infatti di contatti per l’ingresso dei Brave Blossoms nel Championship e di un possibile ritorno dei Sunwolves nel Super Rugby.

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