Rugby World Cup 2019 – Fisicità, difesa e intuito: gli Springboks campioni del mondo

Nella finale contro l’Inghilterra c’è stata tutta l’essenza del rugby sudafricano, brutale e risolutivo all’ennesima potenza

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ph. Reuters

Il Sudafrica ha vinto la Rugby World Cup 2019 nel modo più sudafricano possibile, che implica un livello di dominio fisico, brutalità e cattiveria agonistica di gran lunga sopra la media. Nella partita di sabato contro l’Inghilterra, se possibile, gli Springboks hanno ulteriormente enfatizzato quest’aspetto, sfoderando una prestazione che ricorderemo a lungo per la mostruosa intensità e l’irreale fisicità messa in campo, che ha prodotto la finale con il secondo margine più ampio nel risultato della storia iridata.

L’unità d’intenti, la coesione e la totale abnegazione alla causa dei suoi ragazzi viste in questo torneo sono (e forse saranno) le più grandi vittorie nella carriera di Rassie Erasmus, capace di riprendere le redini di una nazionale che si stava accartocciando su se stessa nel tentativo di ritrovare un’identità di gioco e nel chiudersi ai giocatori impegnati all’estero.

Partendo dalle fondamenta, lo staff tecnico ha sviluppato in un tempo relativamente ristretto (18 partite in tutto) un sistema e una mentalità che i giocatori hanno sposato in pieno e che ha permesso loro di non perdere la bussola nemmeno nei momenti più complicati, come all’indomani della sconfitta contro gli All Blacks nella prima giornata della fase a gironi.

– Leggi anche: i World Rugby Awards 2019, dominati dai sudafricani

“[Quella partita] è stato un ottimo terreno di prova per gestire la pressione – ha detto Erasmus in conferenza stampa sabato – Siamo stati terribili in quella settimana, eravamo molto tesi e abbiamo accumulato troppa tensione nell’approccio alla gara. Questo però ci ha insegnato a gestire i quarti di finale e le semifinali”. Non a caso, gli Springboks sono diventati la prima squadra a vincere la Rugby World Cup perdendo una partita nel loro cammino.

Ma come si costruisce un percorso del genere, partendo da una situazione piuttosto disastrosa com’era il Sudafrica del 2016 e del 2017? Siya Kolisi, due giorni fa, ha raccontato cosa disse Erasmus al primo incontro del nuovo coach con i giocatori della nazionale. “Fu molto diretto, ci ha detto semplicemente come stavano andando le cose. Non stavamo facendo del rugby la cosa principale”.

“Ci disse che dovevamo cambiare, che gli Springboks sono più importanti dei nostri obiettivi personali, che la gente ha perso lo stipendio per venire a vederci giocare. Tutto questo ha cambiato la nostra mentalità, abbiamo lasciato perdere i social media e abbiamo messo cuore e anima sul campo”. E il finale di questa storia di redenzioni, rivincite e conquiste è stato al limite della perfezione.

Asfissianti

È difficile pensare, al livello più alto possibile e nella partita più importante della carriera di questi giocatori, a una squadra capace di annichilire fisicamente l’avversario nel modo in cui lo hanno fatto gli Springboks contro l’Inghilterra. Per ottanta minuti i sudafricani hanno tolto respiro e spazio agli inglesi, che pure sembravano essere una corazzata di uguale tonnellaggio (se non addirittura superiore) rispetto agli avversari.

La squadra di Eddie Jones invece non è mai stata così impotente: considerando i dati dell’intera squadra, gli inglesi palla in mano hanno guadagnato appena 201 metri, in media 1,63 per ogni carica portata. Si tratta della terza peggior prestazione di sempre da parte di una nazionale alla Rugby World Cup; al secondo posto, in questa classifica, c’è la prestazione del Galles in semifinale, sempre contro gli Springboks.

Il Sudafrica ha dimostrato di essere in una forma fisica strepitosa, per il modo in cui tutti hanno mantenuto lucidità nelle situazioni più delicate e per come hanno contribuito sempre attivamente alla partita: con una spinta in ruck, un’indicazione al compagno, un sostegno nel placcaggio o nella velocità nel rimettersi subito in piedi per ricostituire la linea di difesa.

Tra gli obiettivi della difesa sudafricana, oltre a quello di placcare il più duro possibile, c’era quello di evitare agli inglesi di giocare nello stretto con gli avanti e di trovare la continuità diretta con gli offload, evitando il breakdown e i punti d’incontro. Nelle rarissime occasioni in cui i sudafricani si sono trovati in difficoltà, gli inglesi hanno creato pericoli proprio nel momento in cui sono riusciti a sfuggire dalle grinfie delle braccia avversarie dando verticalità all’azione, senza però concretizzare per gli stessi motivi di cui sopra. Se non erano gli avanti a fermare gli inglesi, del resto, ci pensavano i piccoletti.

Uno dei pregi dell’Inghilterra di Eddie Jones è di riuscire a distribuire sempre piuttosto bene i giocatori lungo il campo. Qui Ford gioca per Lawes, sbagliando forse la scelta e i tempi del passaggio, ma il placcaggio di Kolbe è risolutivo e non permette al seconda linea – ben più grosso e alto di lui – di smarcarsi in alcun modo per l’offload. (Fonte: Rai Play)

La difesa totale

La totale esaltazione della difesa sudafricana però è arrivata attorno alla mezz’ora, quando gli inglesi sono arrivati realmente a un passo dalla linea di meta avversaria dopo alcuni ottimi angoli di corsa dei propri ball carrier. Quella linea però non è mai stata superata, perché lo sforzo prodotto dagli Springboks per tenere indietro i colossi inglesi è stato immenso, sia nel rosicchiare centimetri su centimetri nel corpo a corpo sia nel chiudere gli spazi al largo salendo velocemente all’esterno.

Il Sudafrica aveva appena respinto gli assalti inglesi in mezzo al campo, con perdite per gli uomini in maglia bianca. Non appena gli Springboks hanno riguadagnato un po’ di abbrivio, hanno subito alzato la pressione e costretto Ford a non giocare un passaggio rischioso all’esterno, ma a tornare verso l’interno a prendersi il placcaggio. Nel frattempo, dietro la linea, Faf de Klerk stava rinvenendo per coprire un eventuale grubber dietro la linea. (Fonte: Rai Play)

Nelle sequenze successive della stessa azione, la trincea sudafricana ha resistito ancora: Kolbe e Pollard hanno bloccato ancora Lawes dal servire un offload che sarebbe stato decisivo per Ford, Vermeulen e Marx si sono immolati su Billy Vunipola, Etzebeth (con una reattività notevole) ha fermato Cole, Malherbe ancora su Billy Vunipola. Gli inglesi le hanno provate tutte, sprigionando tutta la loro potenza di fuoco: sarebbe bastata contro chiunque, ma non contro questi Springboks.

Il Sudafrica inoltre non ha mai perso il conto degli uomini da impiegare all’esterno contro i trequarti inglesi che, nel momento in cui Youngs ha provato a servire dopo le grandi botte precedenti, però hanno trovato la porta chiusa a loro volta. I Boks sono stati chirurgici nei placcaggi, sbagliandone appena 14 su 158 durante la partita, con una percentuale del 92% che dovrebbe attestarsi sopra la media internazionale per quanto visto nell’ultimo ciclo mondiale.

Anche nelle situazioni più difficili, in cui ai trequarti inglesi sarebbe bastato poco per mandare fuori giri il diretto avversario, gli Springboks hanno sempre piazzato dei placcaggi risolutivi negli uno contro uno, spesso conquistando anche un po’ di avanzamento.

E chi dava da molto vicino istruzioni alla difesa sudafricana durante l’assedio inglese? Ma naturalmente Jacques Nienaber (circoletto rosso), tecnico della difesa degli Springboks, che ha furbescamente sfruttato la sua posizione da fisioterapista per restare a bordo campo (dopo esservi entrato qualche minuto prima) e magari dare qualche consiglio ai suoi ragazzi (Fonte: Rai Play)

Nel territorio avversario

Contrariamente a quanto fatto vedere nel 2018 e nel Rugby Championship 2019, il Sudafrica visto al Mondiale fino alla finale aveva deciso di semplificare al massimo il suo piano di gioco quando si trovava nel territorio avversario: palla in mano gli Springboks cercavano di sfondare centralmente e poi attivare le ali il prima possibile, oppure si alzava la palla in aria con il piede di de Klerk per cercare di creare situazioni di gioco rotto o guadagnare altri metri.

Senza palla, naturalmente, il Sudafrica ha portato una pressione senza eguali in tutte le aree del campo, con l’obiettivo di costringere l’Inghilterra a liberarsi del pallone oppure di farli cadere in errore, cose che nel secondo tempo sono effettivamente successe.

Ma gli Springboks hanno in parte sorpreso per come hanno cercato di variare il gioco d’attacco specie nel primo tempo, quando hanno provato insistentemente a giocare dei passaggi con gli avanti per la seconda linea d’attacco, in modo da evitare lo scontro frontale e la difesa aggressiva degli inglesi. In questo modo il Sudafrica ha provato a eludere la pressione per portare il pallone al largo soprattutto per Le Roux, bravo in genere a lavorare nei 15 metri laterali e a sobbarcarsi i compiti di playmaking, visto che Pollard agisce quasi da primo centro e de Allende come una terza linea. La difesa inglese, abile a non farsi assorbire al centro, però non ha quasi mai subito la manovra avvolgente avversaria.

Per il Sudafrica, il miglior attacco sono state le fasi statiche, la difesa stessa e il gioco aereo. In mischia i Boks hanno vinto ben sei calci di punizione a favore, per un dominio incontrastato interrotto solo per un breve momento da Marler. I calci alti recuperati nella metà campo inglese invece sono stati tre, con un Makazole Mapimpi in grande spolvero e capace di togliersi di dosso l’etichetta di giocatore forte atleticamente, mettendo in discreto imbarazzo un Elliot Daly in enorme difficoltà.

Dominando tante battaglie tattiche e fisiche, il Sudafrica alla fine ha sferrato quei colpi da ko che sembravano nell’aria già da diversi minuti. Non lo ha fatto con le rolling maul (grande intuizione giocarne una in campo aperto, da cui sono arrivati tre punti) o direttamente con la potenza del pack, ma sfruttando l’istinto e le qualità tecniche dei suoi giocatori nel giocare la situazione.

È successo in occasione della prima meta, quando de Klerk ha adocchiato il mismatch sull’esterno e ha favorito l’azione di Mapimpi e Am (magistrale nell’assist), e lo ha fatto quel fenomeno di Cheslin Kolbe nella seconda marcatura. Non solo sportellate e botte da orbi, insomma, perché sotto la corazza c’è molto di più.

Daniele Pansardi

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