Francesca Sgorbini, amare il rugby a 18 anni

Abbiamo parlato con la giovanissima azzurra (classe 2001) del suo rapido percorso verso l’alto livello, tra ovale, sentimenti e futuro

Francesca Sgorbini in azione contro il Valsugana (ph. Ettore Griffoni)

Secondo il celebre psicoterapeuta statunitense Jed Diamond, l’amore, prima di arrivare al suo stadio finale della complicità, passa attraverso cinque diverse fasi, con sfaccettature molto diverse tra loro, dall’attrazione alla disillusione. Cinque tappe che, nonostante la giovanissima età, il sentimento di Francesca Sgorbini nei confronti dell’ovale ha già superato di slancio, assestandosi sulla suddetta complicità. Un percorso, quello della 18enne pesarese, iniziato ovviamente dall’innamoramento in tenera età, per un mondo che non faceva parte del background familiare.

“Nella mia famiglia nessuno giocava o aveva mai giocato a rugby – ha esordito la terza linea – Sin da piccolissima, però, conoscevo tanti amici di mio papà che lo praticavano e sono sempre stata attratta da questo sport, nonostante giocassi a pallavolo. A nove anni, spinta da una curiosità ovale sempre crescente, chiesi ad uno degli amici di mio padre il numero delle Formiche Rugby Pesaro”.

“Il giorno in cui mi mi recai al campo per provare, le condizioni meteo erano impervie: diluviava e c’era fango letteralmente dappertutto. Mia madre mi chiese se fossi convinta, ma io non vedevo l’ora di iniziare. Le mie sensazioni precedenti si rivelarono corrette, perché me ne innamorai istantaneamente. Se non fossi stata una bambina curiosa, desiderosa di provare un po’ di tutto, senza vergognarmi di nulla, senza la paura di incorrere in battute poco simpatiche, oggi probabilmente la mia vita sarebbe priva di una parte fondamentale”.

“Credo che la mia passione, peraltro, fosse contagiosa sin da subito, perché, nel giro di un mese, a stretto giro di posta, iniziarono a giocare anche mio padre e mio fratello” – ha continuato, parlando del suo amore istintivo nei confronti del rugby. Un sentimento forte, inscalfibile, che ha abbattuto ostacoli che sarebbero potuti apparire insormontabili, quelli della disillusione.

“Con grande rammarico, a 12 anni (fino all’Under 12 bambini e bambine sono assieme, ndr), dovetti fermarmi: non potevo più disputare partite con i maschi e non c’erano squadre per ragazze nella zona. Ripresi a giocare a pallavolo, ma non mi piaceva realmente granché. Ecco perché ho sempre continuato ad allenarmi anche con la palla ovale, assieme ai maschi, portando avanti in parallelo pure l’incontenibile passione per il rugby, pur non potendo giocare la domenica”, ha spiegato la ragazza marchigiana, prima di indicare nell’estate 2016 come il primo punto di svolta della carriera.

“resistetti così fino ai 15 anni, quando un giorno d’estate decisi di far presente ai miei il desiderio di tornare a giocare esclusivamente a rugby. Era troppa la voglia di riabbracciare integralmente quello che sentivo essere il mio sport nonché una parte importante della mia vita. Così, assieme a mio padre, cercai una squadra Under 16 femminile – ha proseguito il flanker classe 2001 – Non fu un’operazione semplice, ma alla fine trovai nella compagine di Bologna quello che poteva fare al caso mio. Era lontana da casa, e all’epoca ero ancora piccola per poter fare la pendolare più volte a settimana. Mi allenavo una volta in Emilia e altre volte a Pesaro. La stagione fu veramente bella e ci qualificammo alle fasi finali di Calvisano”.

Il primo incrocio con Colorno

In territorio bresciano, Francesca Sgorbini  è entrata in contatto per la prima volta, anche se indirettamente, con la squadra che la proietterà ai vertici dell’ovale femminile italiano. Un incontro fugace, ma determinante, che ha convinto la ragazza pesarese a puntare ancor di più sulle proprie qualità.

“Finito il nostro impegno sul campo, a Calvisano, andammo a vedere la finale scudetto delle Seniores tra Valsugana e Colorno (2017, ndr). Una partita di livello altissimo che mi fece vacillare. Quella sera, e nei giorni a venire, mi dissi più volte che sarebbe stato fantastico poter prendere parte ad eventi del genere”.

“Così in estate, confidente nelle mie qualità e desiderando un ulteriore step verso l’alto, grazie ad un ragazzo di Pesaro che giocava a Colorno, contattai la società emiliana e dalla stagione successiva mi trasferii in provincia di Parma ed iniziò la mia avventura con le Furie Rosse” – ha raccontato. Oggi la terza linea è uno dei pilastri del team del presidente Ivano Iemmi, ma i primi tempi non furono facili.

“Colorno è una delle compagini che più tiene alla propria sezione femminile, dando un sostegno con pochi eguali a noi ragazze. L’impatto tecnico con una realtà del genere, però, non fu semplice. Le mie compagne seppero sempre farmi sentire a mio agio, ma quando sei la più piccola, lontano da casa, non è facile prendere le misure al contesto”.

“Entrai in punta di piedi nel gruppo, conquistando il mio spazio e le mie sicurezze soprattutto grazie alla cosa che mi riesce meglio: giocare a rugby. Durante i primi allenamenti mi chiedevo se e quanto sarei riuscita ad incidere. Dubbi che sono andati via via svanendo con le prime amichevoli. Contro Monza entrai e segnai una meta. Ricordo ancora come se fosse oggi di aver vissuto, quel pomeriggio, una sensazione indescrivibile”.

“Il triangolare con Villorba e Valsugana mi diede ulteriori conferme, ed alla prima partita del campionato ’17/’18, contro il CUS Torino, partii titolare. Andò tutto oltre anche le mie più rosee aspettative, perché al debutto ottenni subito il riconoscimento di Woman of the Match. Quella partita fu solo l’apertura di una stagione magica, chiusa con il titolo di Campionesse d’Italia. Lo scudetto fu un’emozione unica, in grado di ripagarmi di tutti i sacrifici fatti. Mi commuovo ancora, ripensandoci” – ha spiegato Francesca, la cui ascesa impetuosa l’ha portata, otto mesi dopo, anche al debutto (ad Exeter, nel marzo ’19, contro l’Inghilterra, ndr), giovanissima, in maglia azzurra, diventando la prima atleta nata nel Terzo Millennio a rappresentare la selezione nazionale, proiettando il rugby azzurro nel futuro.

“Giocare per il proprio Paese è senza dubbio l’emozione più grande che ogni atleta possa provare. Avevo già indossato la maglia azzurra per gli Europei 7s Under 18 a Vichy, un’esperienza molto importante sia sotto l’aspetto tecnico (l’Italia chiuse quarta, ndr) che per quanto concerne l’aspetto umano. Ad Exeter, tuttavia, fu un coacervo di emozioni uniche”.

“I brividi sul nostro inno, la magia, ed in parte il timore, ascoltando 11mila persone cantare il loro e poi il momento, indimenticabile, dell’ingresso in campo. Quando mi dissero di scendere in campo passai qualche attimo difficile, quasi non capivo cosa mi stesse succedendo. Appena entrata, però, anche grazie alle mie compagne, dimenticai tutte le paturnie ed iniziai, ancora una volta, a fare ciò che mi riesce meglio (sorride, ndr)”.

“A fine partita, abbracciata a mio padre, ho ripensato a tutti i sacrifici fatti in carriera: quando a Pesaro mi allenavo per pura passione, ai viaggi per Bologna ed al fatto di aver lasciato casa a 16 anni. Non è stata una convocazione caduta dal pero, ma il frutto di anni di puro amore ovale, declinato in ogni modo possibile” – ha proseguito, ricordando un pomeriggio, quello nel Devon, che resterà per sempre impresso nella sua mente.

La passione del placcaggio-social

Per arrivare a certi traguardi in età così tenera, un’atleta deve avere standard di alto livello in tutti i fondamentali del gioco, ma se si dovesse necessariamente scegliere un gesto iconico, in grado di rappresentare tecnicamente Francesca Sgorbini, la scelta – anche sua – non potrebbe che ricadere sul placcaggio, tratto distintivo del resto anche del suo ruolo di flanker.

“Il placcaggio è il gesto tecnico che preferisco: mi regala sempre grande soddisfazione. Quando riesco a portare a terra una mia avversaria forte sono felice. Mi preparo tantissimo su questo fondamentale. Una volta a settimana, come minimo, lo alleno nello specifico, sia perché so che devo migliorarlo ancora molto, sia perché è la cosa che più mi piace fare (sorride, ndr)”.

“Quando escono le statistiche post match, le prime voci che vado a vedere sono sempre quelle legate ai placcaggi” – ha sottolineato. Tackle che hanno fatto capolino simpaticamente anche sui suoi curatissimi canali social. “Internet e i canali social sono molto importanti per me. Mi danno l’occasione di restare in contatto con tante amiche lontane, di informarmi e divertirmi. Se usati con la testa sono uno strumento fantastico. Pure li, poi, c’è spazio per i placcaggi. I video dei tackle goliardici tra me e Silvia (Turani, ndr) sono nati per scherzo ma sono diventati un’usanza prima dei big match e hanno avuto successo (sorride, ndr)” – ha chiarito la 18enne marchigiana, prima di aprirsi su quello che è l’aspetto ovale che più la mette in difficoltà.

Le ansie ovali

Nonostante la grande confidenza nei propri mezzi, quello che Francesca sta vivendo per il rugby è un sentimento viscerale, che talvolta può portarla ad accumulare ansie e preoccupazioni perfino eccessive. “Nel corso della settimana passo le serate a pensare come potrà svilupparsi la partita. Rifletto sulle giocate potenzialmente decisive, su tutti i dettagli in nostro controllo e su come contenere le avversarie, in primis quelle più pericolose. Il sabato, poi, questa attenzione spasmodica al mondo ovale rischia spesso di tracimare e trasformarsi in ansia”.

“Per fortuna, però, la convivenza con Silvia (Turani, ndr) e Chiara (D’Apice) mi è di grande aiuto. Grazie alla loro presenza, alla loro compagnia, riesco a mantenermi tranquilla, a gestire al meglio le mie preoccupazioni. In generale, poi, ho la fortuna di condividere lo spogliatoio con tante ragazze che mi danno una mano: Maria Grazia Cioffi è un esempio vero, come donna ancor prima che come giocatrice. Anche Giada (Franco, ndr) e Veronica (Madia, ndr) sono sempre presenti, così come Alissa (Ranuccini, ndr), una ragazza a cui sono molto legata, fortissima pure in campo”.

Fuori dal campo, stando anche ai racconti delle compagne di squadra, a caratterizzarla è la spensieratezza. “Sto finendo il liceo scientifico (andrà in quinta il prossimo anno, ndr), e dopo un anno sabbatico dallo studio in Inghilterra, vorrei fare un’università che mi permetta di lavorare con le persone disabili. Ho sempre cercato di dare il mio sostegno in questo ambito sin da quando sono piccolissima”.

“Dall’anno prossimo mi piacerebbe provare a farlo in modo costante, magari dando una mano stabilmente ai Bufali Rossi, una squadra che cerca di regalare momenti di aggregazione a giovani che per vari motivi hanno subito un breakdown psicologico o psichiatrico – ha spiegato – Nel progetto è coinvolta come allenatrice anche Alice Merusi, una mia compagna al Rugby Colorno”.

In ogni sua scelta, Sgorbini ha sempre avuto la famiglia alle proprie spalle. “I miei genitori sono il mio primo supporto. Io ero convinta della mia scelta, quando in terza superiore decisi di lasciare casa, ma la loro fiducia in tal senso è stata comunque un’ulteriore, importantissima, spinta positiva. Sapevano quanto ci tenessi, quanto fosse importante per me, e sono riusciti a rendere tutto il più semplice possibile. Sia chiaro, sono umana (sorride, ndr), a volte sento la loro mancanza”.

“Capitava soprattutto il primo anno a Colorno, durante la settimana. Vedevo le mie amiche con la loro famiglia e percepivo l’assenza (solo fisica) della mia. A livello emotivo, all’inizio, non è stato facile fare tutto da sola, ma poi si cresce alla svelta, si matura e si trova il proprio equilibrio – ha raccontato – In ogni caso, mia madre, mio padre e mio fratello, con cui ho un bellissimo rapporto, nonostante la distanza geografica, sono sempre vicinissimi con calore e sostegno incondizionato. Inoltre sono anche sulla mia pelle. Sulla schiena ho tre girasoli tatuati, ognuno dei quali rappresenta un elemento del mio nucleo familiare”. Un rapporto d’amore tanto speciale quanto il suo con il rugby.

Matteo Viscardi

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