Sei Nazioni 2019: la Francia è il solito rebus

Un’enorme quantità di talento, ma anche alcune situazioni poco decifrabili alla vigilia del torneo

francia dupont

ph. Reuters

È stato un 2018 difficile quello della nazionale francese. Dopo il subentro di Jacques Brunel alla guida del XV transalpino a scapito di Guy Novès negli ultimi giorni del 2017, i Bleus hanno fatto fatica ad ingranare anche sotto la guida dell’ex allenatore di Perpignan, Bordeaux e Italia: solo 3 vittorie su 11 incontri disputati.
Dopo un Sei Nazioni dello scorso anno tutto sommato incoraggiante, con il colpaccio sfiorato contro l’Irlanda al primo turno e i successi contro Italia e Inghilterra, la seconda parte dell’anno è stata assai meno entusiasmante.

A giugno l’ingrato triplo test contro la Nuova Zelanda non poteva che finire con un 3 a 0 per gli All Blacks, che non hanno mai nemmeno rischiato di mettere in discussione una partita. I francesi hanno dimostrato grande ardore e poco più contro un avversario superiore.

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A novembre, invece, la sola vittoria di Lille contro l’Argentina non ha accontentato i pur esigenti tifosi dei Galletti. La sconfitta di misura con il Sudafrica è stata soprattutto una vittoria gettata al vento, mentre che la prima vittoria della storia delle Fiji contro la Francia sia arrivata proprio a Parigi è stata una vera e propria onta. Più di ogni altra cosa, però, il mese di novembre ha denunciato definitivamente il sospetto che si era profilato fin dai primi mesi dell’esperienza Brunel: questa Francia non ha un gioco all’altezza delle rivali. E’ soprattutto un insieme di forti individualità, grazie alle quali riesce a rimanere in ballo praticamente in ogni partita disputata. Tolti i test neozelandesi, infatti, la Francia del 2018 non ha mai perso con uno scarto superiore ai 7 punti contro sette fra le migliori 10 squadre al mondo (più l’Italia).

Adesso, però, non basta più. Jacques Brunel si trova ad un bivio e deve prendere una strada: accontentarsi di rendere la Francia in grado di competere e traghettarla fino alla Rugby World Cup, oppure accelerare il ricambio generazionale puntando in maniera ancor più decisa sui tanti giovani di qualità e rendere le promesse del futuro una realtà nel presente.

Infortuni e scelte

Incominciando il 2019 con il Sei Nazioni, la Francia ha subito bisogno di dimostrare dei progressi. Per farlo, Jacques Brunel ha deciso di cambiare molto, un po’ per stimolo e un po’ per necessità. Sono diversi infatti gli infortuni che crucciano il CT: in prima linea non ci saranno Cedate Gomes Sa, Rabah Slimani e Camille Chat, con quest’ultimo appena tornato in attività nel fine settimana e che forse potremo vedere nella seconda parte del torneo; fra gli avanti assenti anche il pilastro della seconda linea Yoann Maestri, il compagno di reparto Mathieu Babillot e il seconda/terza linea Bernard Le Roux. Ai box anche Teddy Thomas, l’arma letale della linea arretrata francese (5 mete in 8 partite lo scorso anno).

Rispetto a novembre, Brunel ha lasciato a casa Paul Gabrillagues, Kélian Galletier e Remy Lamerat. Fanno quindi il loro ritorno in selezione dopo essere stati assenti a novembre il 21enne tallonatore Pierre Bourgarit (1 cap), il seconda linea Felix Lambey (2 caps), le terze linee Yacouba Camara (11 caps) e Fabien Sanconnie (4 caps), il monumento Yoann Huget (che di caps ne ha 53) fra i trequarti, vista la stagione che sta giocando a Tolosa.

Sono cinque anche le novità assolute, e pure in questo caso Brunel si affida soprattutto alla squadra rouge-et-noir, che ha fatto vedere molte cose interessanti in stagione, peraltro con quasi tutti giocatori eleggibili per la nazionale. Ecco quindi la premiata ditta formata da Thomas Ramos e Romain Ntamack sbarcare anche con la maglia dei Bleus. Con loro c’è il compagno di squadra Dorian Aldegheri, prima linea 25enne chiamato per essere il terzo pilone destro dietro Demba Bamba e Uini Atonio. Interessanti gli ultimi due uncapped: il primo è il 21enne Gregory Alldritt, di cui Brunel dice “gioca flanker a La Rochelle quando c’è Victor Vito, ma a noi interessa come numero 8. La sua qualità? Porta il pallone, avanza in ogni duello individuale”; il secondo è Paul Willemse, gigantesca seconda linea sudafricana che ha da poco acquisito la cittadinanza francese. Fra i cinque esordienti, Willemse è quello con le maggiori probabilità di trovare spazio fin da subito al fianco di Sébastien Vahaamahina, nell’ennesimo revival della passione del rugby francese contemporaneo per gli autoscontri.

Punti di forza

Questa Francia può vincere e perdere contro chiunque. E visto come stanno le cose, questa per Jacques Brunel è attualmente una buona notizia. Soprattutto fra le mura amiche, il grande impeto, l’orgoglio e il carattere dei Bleus sono in grado di mettere in difficoltà qualsiasi avversario. Il cuore, dunque, unito alle armi fisiche e atletiche di cui sono dotati i francesi, che se riescono a sovrastare nel confronto individuale l’avversario possono fare davvero male.

Una novità di questa Francia è la gioventù. Brunel non si è ancora lanciato in un’opera di completo rinnovamento, ma la sua nazionale ha un’età media di 25 anni, con picchi di estrema freschezza in Romain Ntamack (19 anni), Demba Bamba (19), Antoine Dupont (22), Thomas Ramos (23), Damien Penaud (22). Da questi cinque giocatori la Francia può attendersi un immediato step up: possono rivestire un ruolo importante nella campagna di questo Sei Nazioni e di molti altri in futuro.

Se Dupont sembra ormai pronto per prendersi definitivamente la maglia numero 9, Ntamack dovrà affrontare la concorrenza più agguerrita e salutare della rosa per quella numero 12: in lizza ci sono il miglior Fickou della sua carriera, un Fofana in forma e un solido Doumayrou, il preferito finora di Brunel come primo centro.

Attenzione a Demba Bamba: il ragazzo potrebbe trovarsi a giocare minuti importanti a destra nonostante militi nel Brive, formazione di ProD2.

Punti deboli

Il principale punto debole della Francia è la mancanza di un piano B, e la parziale assenza peraltro anche di un piano A. Le partite perse con Sudafrica e Fiji a novembre sono state emblematiche: nella prima, quando la strategia piuttosto spartana della “chandele e tutti sotto a fare legna” ha smesso di dare i suoi frutti, gli Springboks hanno rimontato e vinto la partita; nella seconda, la Francia è stata in grado di disputare l’incontro solo sul piano del confronto fisico, atletico e individuale, laddove gli isolani per definizione vanno a nozze.

Ci sono alcuni dubbi sulla composizione della terza linea e della linea dei trequarti. In fondo al pack l’unico vero numero 8 è il 32enne Louis Picamoles, non sempre impeccabile e giocatore notoriamente discontinuo nelle prestazioni. L’unica alternativa è il pur promettente Alldritt. Ai fianchi di Picamoles si giocano due posti in tre: Yacouba Camara, Wenceslas Lauret e Arthur Iturria, con Fabien Sanconnie un passo più indietro.

Tutti giocatori di valore, ma è ciò di meglio che la Francia ha da offrire? Kevin Gourdon e Sekou Macalou, per citarne due, meriterebbero probabilmente di stare in compagnia degli altri.

Nel reparto arretrato, intanto, l’unica certezza è Mathieu Bastareaud, che dovrebbe avere abbastanza sicura la maglia numero 13. Se per la maglia numero 12 c’è furiosa competizione, i dubbi emergono sulla composizione del triangolo allargato. Ai puri del ruolo come Maxime Medard, Yoann Huget e Thomas Ramos si dovrà affiancare giocoforza un centro riadattato, che potrebbe essere Damien Penaud, spesso schierato ala con Clermont, ma anche Gael Fickou, e sarebbe un peccato confinarlo all’ala.

Scenario migliore possibile

Jacques Brunel punta tutto sul core tolosano della squadra: dentro sin da subito Ramos e il predestinato Ntamack, chiavi della sala motori a Dupont, i veterani Medard e Huget sorvegliano l’esperimento dalle retrovie. L’estro dei succitati si fonde e si nutre della voglia di sane sportellate dei Guirado, Picamoles, Willemse e la Francia si accende, complice l’esordio casalingo in uno Stade de France bollente. Gli uomini del Baffo chiudono con tre vittorie, le due partite casalinghe e la trasferta romana, e 17 punti in classifica, con un più che onorevole terzo posto. Troppo forti Inghilterra e Irlanda per batterle in trasferta, ma un brivido freddo correrà sulla schiena di tutta Twickenham per ottanta lunghi minuti d’inferno.

Scenario peggiore possibile

Il nervosismo e la pressione dell’esigente pubblico francese giocano un brutto scherzo all’esordio. D’altronde di fronte c’è un Galles in serie positiva da 9 partite, che diventano 10 a Parigi. Qualche altro infortunio, il gioco che continua a latitare e una seconda sconfitta di fila mettono la Francia sotto pressione. La sola vittoria casalinga con la Scozia si limita a illudere il gruppo di poter passare indenne anche questo Sei Nazioni. D’altronde all’ultima giornata c’è l’Italia, è una seconda partita vinta da mettere già in cascina prima di giocarla: ops, scherzetto.

Giocatore da seguire

Romain Ntamack non è un giocatore come gli altri. Lo dimostra il solo fatto che si parli di lui nonostante il fatto che sia un diciannovenne esordiente con poca certezza di essere selezionato da subito. D’altronde, nonostante tutto questo, non è un nome nuovo alle orecchie dell’appassionato ovale: figlio d’arte, deus ex machina della Francia under 20 campione del mondo, primo centro titolare del Tolosa ye-ye che semina il panico sui campi del Top 14 e che ha battuto il Leinster in Champions Cup. Di lui colpisce il fisico normale, la completezza del repertorio tecnico combinato a quello atletico, e il talento cristallino che appare lampante, chiaro, evidente. Da lui la Francia può ripartire, cambiando radicalmente il proprio modo di intendere il numero 12.

Lorenzo Calamai

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