La grandezza del Benetton, la debolezza delle Zebre

Il weekend di Pro14 non poteva essere più diverso per le due franchigie italiane

benetton rugby esultanza

L’esultanza di Tomas Baravalle e Marco Zanon al termine di Benetton-Glasgow (ph. Ettore Griffoni)

Il Benetton ha lanciato l’ennesimo segnale della sua stagione alle avversarie. La squadra biancoverde non è più una rivelazione da diverso tempo, ma mentre in Italia la situazione è ormai di dominio pubblico, all’estero perdere al di qua delle Alpi sembra essere considerato ancora come un fatto grave e da condannare a tutti i costi. L’auspicio è che grazie a vittorie come quelle di sabato, contro una delle favorite per il successo finale nel Pro14 come i Glasgow Warriors, i Leoni abbiano acquisito un altro po’ di credito tra appassionati e addetti ai lavori d’Oltremanica. Intanto, i veneti si sono portati pure al secondo posto in classifica nella Conference B.

Da quelle parti, il 20-17 del Monigo è stato forse un risultato “shock”, ma considerando il cammino delle due squadre nelle ultime settimane e il fattore campo mai banale c’erano tutti i presupposti per un successo biancoverde. Gli uomini di Crowley sono stati eccezionali nel restare sempre aggrappati alla partita, una costante dei Leoni versione 2018/2019, tenendo la testa ben alta in difesa (166 placcaggi riusciti su 204, 81%), contro una squadra che impegna l’avversario in ogni zona del campo e capace di variare il proprio gioco grazie ad una mediana (Horne-Hastings) imprevedibile.

È stata una vittoria da grande squadra se si considerano anche le percentuali di possesso e territorio e gli scarni numeri offensivi: il Benetton ha avuto un possesso palla del 36% e ha occupato la metà campo avversaria per il 38% del tempo, creando appena 3 break e battendo 11 difensori (Glasgow ha chiuso rispettivamente a 10 e 38). Dov’è che i Leoni allora hanno saputo fare la differenza, a prescindere dagli episodi che hanno poi contrassegnato la gara?

Nella strategia generale scelta dagli allenatori, più improntata sulla potenza di fuoco del reparto degli avanti, nella capacità di finalizzare quasi tutte le occasioni più ghiotte e negli appena 8 turnover concessi. Si è visto un gioco forse meno spettacolare e più sparagnino, sulla falsariga del Benetton dello scorso anno, ma modulare il proprio gameplan in base alle necessità settimanali è un altro segno del grande lavoro svolto in questi mesi staff tecnico e giocatori.

Non è detto, invece, che cambiando gameplan le Zebre avrebbero potuto fare meglio, né domenica contro i Cheetahs né nel recente passato in Pro14. È innegabile che dei problemi però ci siano all’interno della franchigia federale, e vanno oltre gli alibi (ovviamente giustificati) delle lunghe assenze di Violi, Minozzi, Bellini e Di Giulio e quelle contingenti di Giammarioli, Di Giulio e Castello.

I numeri, già impietosi a fine 2018, ora diventano allarmanti. I dodici punti segnati ai Cheetahs sono il massimo segnato dai ducali dalla partita contro Edimburgo a fine ottobre, se si escludono le due partite contro l’Enisej (e le escludiamo, visto l’avversario). Da quel momento, i bianconeri hanno segnato 6,16 punti di media in sei partite, tanto da essere fermi ad appena 163 punti segnati in 13 match (12,53 a di media).

Le due mete – di cui una spettacolare – contro i Cheetahs nel primo tempo sono state solo un’illusione. La partita contro i sudafricani era quella decisiva per cercare di dare una ventata d’aria fresca al proprio campionato, che da ora in poi diventerà sempre più difficile visti gli impegni. Il fallimento però è stato inequivocabile, perché a un certo punto le idee sono diventate poche e confuse, anche quando i Cheetahs hanno concesso il fianco ad alcune iniziative.

Il crollo nel finale è stato quasi fisiologico. I sudafricani sono arrivati in fondo con più benzina e con la consapevolezza di avere delle armi concrete a propria disposizione da utilizzare, mentre le Zebre hanno solamente arrancato nella ripresa. Il problema non può essere (solo) nella confidenza, non dopo che una squadra riesce a confezionare una meta come quella di Bisegni, ma sono anche di individualità non all’altezza e schemi (ma non princìpi) forse non più così efficaci.

Gli altri temi del weekend

I “back five” dominano

La partita di Budd, Herbst, Negri, Pettinelli e Steyn è stata sontuosa in ogni zona del campo. Negri e Steyn, in particolare, si sono confermati come i pilastri su cui poggia il Benetton in questa stagione, per la loro straordinaria capacità di rosicchiare sempre almeno un paio di metri ai placcatori avversari (anche sabato sono stati i ball carrier più utilizzati del resto). Budd è stato più che mai un leader sotto ogni punto di vista, anche realizzativo per giunta, mentre Herbst e Pettinelli hanno spinto, pulito, caricato e difeso come dovevano, e come stanno facendo con regolarità in stagione. La vittoria è nata più che mai dall’intensità di tutti loro cinque.

Panchina asfittica

Nessuno dei ducali entrati nel secondo tempo – e con buon minutaggio a disposizione – ha avuto un impatto memorabile sul match, se non addirittura negativo. Renton non ha offerto di più rispetto a Palazzani in termini di ritmo e intensità, mentre Luus, Zilocchi, Rimpelli, Biagi e Boni sono rimasti piuttosto anonimi nel periodo che ha portato poi alla definitiva resa delle Zebre. Non va oltre la sufficienza nemmeno Brummer, ma nemmeno questa può essere una novità. Jacopo Bianchi si è invece trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato, ma quel passaggio al largo in superiorità numerica doveva essere eseguito al meglio.

Una gestione non perfetta

Dopo il regalo di Johnson, con un quel banale in avanti sul calcio già non perfetto di McKinley, il Benetton ha deciso di andare per i pali. La lunga distanza e il fatto che a calciare fosse proprio McKinley, dotato di una gittata non così eccezionale, hanno fatto sollevare qualche perplessità sulla scelta compiuta, a prescindere dal fatto che poi l’irlandese abbia effettivamente tenuto in vita i Warriors in un drammatico ultimo minuto. Con poco meno di venti secondi da giocare e il pallone in mano a metà campo, i Leoni avrebbero potuto optare per una scelta diversa, magari giocando sul punto e gestire l’ovale, oppure andare in touche e guadagnare altri secondi preziosi prima dello scadere. Ma per questa volta è andata bene.

Giulio Bisegni il trascinatore

Il laziale sta disputando una buona stagione nel complesso, ma fino a domenica non aveva fatto vedere nulla di trascendentale in fase offensiva. Contro i Cheetahs, invece, Bisegni è stato il più continuo e il più pericoloso della squadra ducale, mettendo in mostra le sue ottime doti atletiche nella corsa e nei cambi di direzione nello stretto. 92 metri di corsa su 9 palloni portati, 2 break, 3 difensori battuti sul suo personale tabellino: Conor O’Shea, presente al Lanfranchi, avrà preso noto in un momento di magra nel reparto delle ali, dove Bisegni può essere adattato all’occorrenza.

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