Quella volta che, tredici anni fa, l’asteroide Carter si abbatté sui Lions

Era il secondo test del tour 2005, quello dominato dagli All Blacks, e il numero 10 neozelandese mise a segno 33 punti

ph. Paul Harding /Action Images

Due luglio 2005, una serata di inverno dalle parti di Wellington. Il Westpac Stadium è strapieno di tifosi, quasi quarantamila persone, di cui una buona parte vestite di rosso. Cantano, i tifosi dei British & Irish Lions, le numerose birre nei bicchieri di plastica, nell’aria umida dell’inferno neozelandese.

Passeranno poche decine di minuti prima che il loro canto si zittisca bruscamente, lasciando solo il posto ai boati e agli applausi dei tifosi di casa per la propria nazionale, quegli All Blacks furibondi e terribili che misero a ferro e a fuoco il tour dei Lions in Nuova Zelanda di quell’anno.

Un tour particolare: sull’onda della vittoria della coppa del mondo nel 2003, l’allenatore designato era Clive Woodward, che aveva trionfato con l’Inghilterra nella prima e unica vittoria di una squadra dell’emisfero nord al mondiale. Woodward aveva basato le proprie convocazioni sul gruppo di giocatori che conosceva, quello dell’Inghilterra iridata, fatto però per gran parte da giocatori ormai sfiniti e usurati, mentre emergevano i protagonisti di un grande ciclo gallese. I Dragoni avevano infatti ottenuto il loro primo Grande Slam dell’era Sei Nazioni quello stesso anno.

Dopo un tour non particolarmente convincente contro le squadre di NPC e di Super Rugby, le cose per i Lions si misero assai male quando si incominciò a fare sul serio. Il primo test, a Christchurch, fu senza storia (21 a 3 il punteggio) e contrassegnato da un avvio da incubo: al secondo minuto Tana Umaga e Kevin Mealamu si produssero in uno spear tackle di coppia ben oltre i limiti del consentito (ma non punito), causando la lussazione della spalla del capitano dei Lions Brian O’Driscoll e mettendolo di fatto fuori dal tour; quindi Paul O’Connell si fece espellere temporaneamente e il terza linea inglese Richard Hill dovette uscire a sua volta per infortunio, il tutto poco dopo i dieci minuti di partita. Le mete di Ali Williams, Sitiveni Sivivatu e il piede di Carter fecero il resto.

Una settimana di polemiche anticipò quel due luglio: “per battere i migliori, devi selezionare i migliori e Woodward non lo sta facendo” sentenziava l’Independent. Per la seconda partita, l’head coach scelse di partire cambiando undici giocatori su quindici rispetto al primo episodio: dentro i gallesi, soprattutto in terza linea e sui centri.

Gli All Blacks, si sa, sono abilissimi a battere il chiodo finché è caldo, a mettere il dito nella proverbiale piaga, e quel giorno di tredici anni fa al Westpac Stadium vennero condotti da una performance magistrale del loro direttore d’orchestra: Daniel Carter segnò 33 punti dei 48 di squadra, in un esercizio di demolizione totale della squadra avversaria di cui fu il sostanziale protagonista.

Una prestazione semplicemente totale, lontana anche dai canoni del numero 10 che il giocatore portava sulla schiena. Non a caso Carter avrebbe poi vinto l’IRB Player of the Year 2005, primo neozelandese a vincere il premio. Per il Guardian è stata “la prestazione definitiva di un mediano di apertura nell’era moderna”, e il giornale anglosassone non è incline al sensazionalismo in questo campo.

Alla solita maniacale precisione dalla piazzola, l’apertura degli All Blacks aggiunse un assiste e due mete di pregevole fattura: nel primo caso travolgendo il malcapitato Gavin Henson e sfuggendo al placcaggio di Shane Williams per poi servire Tana Umaga per il 13 a 7 sul tabellone al ventesimo minuto; poi in apertura di secondo tempo, servito da So’oialo sull’out di destra, segnando una strepitosa meta con grubber per sé stesso, chiudendo di fatto la partita; infine, a dieci dal termine, finalizzando con una bellissima corsa di 20 metri il lavoro dei compagni la meta che coronava una prestazione maiuscola.

Il punteggio finale della partita fu di 48 a 18, con le altre mete dell’incontro realizzate da McCaw e Sivivatu per i tuttineri (oltre alla già citata meta di Tana Umaga) e da Simon Easterby e Gareth Thomas per i britannici. La più larga vittoria di sempre per la Nuova Zelanda sui Lions, e il record di punti in una sola partita per un giocatore in maglia nera contro la selezione delle isole britanniche.

Lorenzo Calamai

onrugby.it © riproduzione riservata
FacebookTwitterGoogle+Pinterest
item-thumbnail

Test Match 2018: le sfide del fine settimana analizzati attraverso le quote

Le consuete sei partite in programma: Italia-Australia in testa, Irlanda-All Blacks quella più attesa, Francia-Argentina a chiudere

15 novembre 2018 Terzo tempo
item-thumbnail

Lo strano assistente per le visite guidate al Principality Stadium

Si chiama Stephen Pound, ed è un anziano signore un po' stravagante. E forse nasconde qualche piccolo segreto

14 novembre 2018 Foto e video
item-thumbnail

“Magari qualcuno di loro, tra 10 o 15 anni, sarà di qua”

Prima della sfida contro la Georgia, ventitré ragazzi dei club toscani hanno consegnato la maglia agli azzurri

14 novembre 2018 Foto e video
item-thumbnail

I Test Match del fine settimana analizzati attraverso le quote

Sei partite in palinsesto, con la grande attesa per Inghilterra-Nuova Zelanda. A chiudere sarà la sfida Francia-Sudafrica

8 novembre 2018 Terzo tempo
item-thumbnail

Slow Motion #22: l’Italia che diverte

È quella femminile, ma forse si poteva intuire. La seconda meta di Michela Sillari contro la Scozia è la più bella della settimana

6 novembre 2018 Terzo tempo
item-thumbnail

I diritti tv, il rugby italiano e una maturità ancora da raggiungere

La palla ovale in Italia rimbalza da una tv a una piattaforma streaming con grande facilità, ma per diventare grandi serve molto altro

1 novembre 2018 Terzo tempo